3 Gennaio 2026, scende la sera e nel cielo si alza la prima luna dell’anno, è luna “grande”, «la Luna del Lupo». Il meteo è perfetto, alta pressione, cielo sereno, senza una nuvola, solo la temperatura è scesa grazie alle correnti fredde del Nord che hanno riportato le medie nella “normalità” dell’inverno. Non era per niente “normale” avere lo zero termico a circa 3mila metri di quota negli ultimi giorni di dicembre. Così mi trovo, intorno alle 19.15, in quel di Saint Jacques des Allemands, una manciata di case in Val d’Ayas e una chiesa con annessa antica canonica, a circa 1600 metri, dove venivano “confinati”, di solito, preti scomodi, uno fra tutti Amè Gorret detto Abbè Gorret (25 ottobre 1836 Valtournenche – 4 novembre 1907 Saint Pierre), grande alpinista nonché di indole anticonformista. Il toponimo del luogo deriva dal fatto che questo borgo era un antico insediamento Walser, popolazione di lingua germanica arrivata nelle valli del Monte Rosa intorno al XIII secolo.

Ora è tempo di camminare, la temperatura è di meno di 10 gradi, accendo la pila frontale, calzo i ramponcini e inizio la ripida ma breve salita che in poco meno di un’ora mi porterà al Rifugio Ferraro, metri 2066, in località Resy. La salita si svolge tutta in un magnifico bosco di abeti e larici, regno dei camosci.
In mattinata ho contattato gli amici gestori del Rifugio per avere informazioni circa la possibilità di arrivare in vetta al Palon di Resy, metri 2676 e, avendo avuto conferma che l’itinerario era sicuro e già tracciato (sempre affidarsi a persone che “vivono” la montagna oltre che al Bollettino Meteo e Valanghe), il mio obiettivo sarà arrivare in cima al Palon, un vero “balcone” con affaccio su gran parte del gruppo del Monte Rosa.
Appena fuori dal bosco già mi appare magnifica la “Luna del Lupo”.

Un saluto veloce ai gestori del rifugio Ferraro dove ripasserò in discesa per una breve sosta. Una tazza di tè caldo della borraccia termica e inizio l’ascesa verso il Palon di Resy.
Il primo tratto si svolge su una bella poderale, dove è talmente forte il riflesso della luce lunare sulla neve che spengo la frontale e osservo la mia ombra. Già questo per me è una meraviglia!

Ora abbandono la poderale e inizio il ripido sentiero che risale il bosco di larici. Devo riaccendere la frontale, anche se la luce è ancora forte. La traccia sale decisa e dopo poco esco dal bosco e inizio la dritta rampa che mi porterà fino in cima. Intorno a me il panorama è magnifico: vedo in lontananza i Gatti delle nevi che stanno battendo le piste di Champoluc, preparando il terreno per il “popolo dello sci”, a cui non appartengo più da anni, preferendo attività più lente e più a contatto vero con l’ambiente montano, senza per questo demonizzare il turismo e tutto l’indotto che porta lo sci all’economia della montagna, ma che prima o poi dovrà porsi dei limiti.

Vedo le luci della civiltà giù nella valle, penso all’affollamento di questi giorni, dove la città si sposta in montagna. Io invece sono in assoluta solitudine, nel silenzio più totale, su questa grande parete bianca di neve, seguendo le tracce di chi mi ha preceduto.

Il panorama attorno a me è grandioso, la luce illumina le maestose montagne che contornano la Val d’Ayas: il Rothorn, l’elegante cresta che culmina nella piramide della Testa Grigia, metri 3315; più in fondo il Corno Bussolaz, metri 3023 e poi Punta Piure, Zerbion, Becca di Nana o Falconetta, Petit e Grand Tournalin, tutte vette (tranne lo Zerbion) che superano i 3mila metri.

Dovendo togliere un guanto per scattare alcune foto, mi accorgo del gran freddo, complice un po’ di vento che si è alzato. Le dita perdono subito la sensibilità, devo anche indossare un passamontagna termico. Mi sa che si sfiorano i meno 20 gradi e non sono ancora in vetta.
L’ultimo tratto è praticamente una salita dritta che mette a dura prova gambe, cuore e fiato, ma conosco bene questo itinerario, avendolo percorso ormai parecchie volte in estate, con la mia compagna di cammini. L’ultima “tirata” ed ecco davanti a me la croce di vetta del Palon di Resy.

Sono le 21.40. Ci ho messo circa due ore e mezza da Saint Jacques. Spengo la frontale. Davanti a me si apre, illuminato dalla luna, il Gruppo del Rosa con alcuni dei suoi grandi 4mila: Breithorn, Roccia Nera, Polluce e Castore. Distinguo a occhio nudo i loro ghiacciai che da anni lanciano il grido di dolore, ma che noi, esseri umani, continuiamo a ignorare.

La vista a 360 gradi è magnifica. La luna proietta ombre surreali sul bianco della neve. Individuo chiaramente in lontananza le grandi morene che salgono al Rifugio Mezzalama, metri 3036, più in basso il Lago Blu e il Piano di Verra inferiore.

Sono momenti, almeno per me, di estasi, che ripagano della fatica della salita, del freddo, che ora davvero si fa sentire. Così non mi accorgo del tempo che passa, sono in vetta da quasi tre quarti d’ora, vorrei poter fermare il tempo in questo luogo di silenzio, di grandi spazi e pace, quella che manca a questo travagliato mondo. Bevo un po’ di tè caldo, un privilegio in questa situazione e inizio la discesa; vado veloce, grazie ai ramponcini (grande invenzione!) e, in poco più di mezz’ora sono di nuovo al Rifugio Ferraro, intorno alle 22.40. La luce è ancora accesa, entro e vengo accolto da Julienne, gestore e ottimo cuoco, Nicola, maitre di sala e da alcuni clienti. Si fanno bei discorsi, si raccontano aneddoti e storie di montagna. Mi viene offerto un ottimo prosecco, brindando alla salita. Questo è anche lo spirito del rifugio di montagna. Ma è ora che staff e clienti vadano a riposare e per me di scendere, sempre sotto la luce della Luna del Lupo, di nuovo nel bosco, illuminando con la frontale le innumerevoli impronte di animali, che però non riesco a vedere. Il bosco tace, forse anche lui incantato dalla luna. Il sentiero termina. Ritrovo le prime case di Saint Jacques. Devo togliere i ramponcini. L’avventura è finita, insieme all’adrenalina.
Appuntamento alla prossima luna.
Le foto di questa escursione sono state scattate con uno smartphone, senza attrezzatura professionistica, con la voglia di condividere un’esperienza emozionante.
In Copertina: sulla Cresta del Palon de Resy. Affresco.
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Articolo di Marco Peccenati

Montanaro di pianura, socio del Cai di Melegnano, con un passato da alpinista, ha alternato la passione per le lunghe distanze, a piedi, in bicicletta e sugli sci di fondo a quella per la montagna “non addomesticata”. Frequenta assiduamente le valli valdostane, che ama percorrere in tutte le stagioni. Come il pastore di stambecchi Louis Oreiller «dove l’orizzonte è piano non sa stare».
