Il tempo della Cina. Il n. 12 di Limes. Parte prima

Questa volta, per presentare Il tempo della Cina, il numero che chiude l’anno 2025 di Limes, partiamo dalla fine e precisamente dalla bellissima rubrica La Storia in carte di Edoardo Boria, geografo al dipartimento di Scienze politiche della Sapienza, Università di Roma, e Consigliere scientifico di Limes.
Tra le curiosità storiche ho scelto di condividere la parola con cui i taiwanesi chiamano la capitale della Cina. Non Beijing ma il nome che la città ha avuto dal 1928 al 1949, prima dell’avvento del pinyin, ossia il sistema ufficiale di trascrizione del cinese mandarino in caratteri latini. Scrive Boria: «Allora veniva chiamata Peiping, che significa “pace del Nord”. Poi ha preso il sopravvento il rango politico, e allora è diventata la “capitale del Nord”, Beijing, da Jing che significa “capitale” ebei “nord” (mentre nan significa “Sud” e quindi Nanjing, ossia Nanchino, è la capitale del Sud)». Come ben sa la nostra associazione, «i nomi propri di luogo, o toponimi, sono artifici culturali, e come tali strumenti ideali per marcare distanze politiche», ma aggiungerei anche di genere.
Un’altra parte importante di questa istruttiva sezione riguarda il Tibet «controllato dalla Cina ma pericolosamente prossimo a territori della potente India o sotto la sua influenza. Il valore della regione per la Cina è altissimo, per ragioni sia di immagine internazionale sia materiali. Ospita infatti le sorgenti di tre grandi bacini fluviali (il Fiume Giallo, il Fiume Azzurro e il Mekong), fondamentali per l’approvvigionamento idrico del miliardo di persone della pianura sottostante e per la vitalità economica dell’intero paese».

Emissioni filateliche della Repubblica di Cina. Quella in alto è del luglio 1939 per celebrare il centocinquantesimo anniversario della costituzione degli Stati Uniti d’America; quello in basso commemora l’abrogazione dei trattati ineguali tra Cina, Stati Uniti e Gran Bretagna, stampa a cura dell’American Bank Note Co. di New York, luglio 1945. 

Questo numero contiene, per la rubrica Limes in più, un approfondimento insolito per la rivista, scritto da uno psicoterapeuta, Il veleno che c’è sotto. Forme e percorsi di un’apocalisse possibile, che richiama un pensiero di Machiavelli e affronta il tema della fine del mondo. Un approfondimento che mi sento di consigliare e che interesserà anche le persone non particolarmente appassionate di geopolitica. Affronta un tema legato a un’eventuale guerra nucleare, quello della distruzione del mondo, su cui allegramente tutti i nostri decisori evitano di soffermarsi, continuando impunemente e colpevolmente a parlare della preparazione alla guerra.

Le parti della rivista sono tre e purtroppo sono piene di temi bellicisti. Vi si parla di armi autonome, si descrive come saranno le prossime guerre e che relazione ci sarà con l’intelligenza artificiale, si parla di droni e di armi simili. Non nascondo una certa difficoltà a occuparmene, perché avverto uno scollamento profondo tra quello che perseguono i governi dei singoli Stati e quello che sentono e pensano le loro popolazioni. Oggi mi soffermerò sulla prima sezione, Dentro l’impero del Centro, curata da Giorgio Cuscito, che la inaugura con il saggio La lunga marcia di Xi verso il centro del mondo, fondamentale per capire la situazione in cui si trova la superpotenza in ascesa. Non mi soffermerò sulle parti relative a armi e strategie di deterrenza, su cui chi vorrà potrà informarsi leggendo il volume.
La crisi americana e le guerre in cui sono invischiati Stati Uniti, Europa e Russia potrebbero agevolare la Cina nel perseguimento del sogno del «grande risorgimento della Nazione», in cui Xi vuole riportarla al centro del mondo: «Potenza terrestre, marittima e spaziale allo stesso tempo, dotata della “autosufficienza tecnologica» (zili gengsheng) necessaria per assicurarsi crescita economica e altissima efficienza bellica. Quindi per controllare stabilmente il nucleo geopolitico abitato dalla maggioranza etnica han, proteggerlo dalle minacce esterne e proiettarsi verso Pacifico e Atlantico via Mari Cinesi e Mar Mediterraneo. Cioè i due Medioceani attualmente in tempesta. In attesa che lo scioglimento dei ghiacci sblocchi definitivamente la rotta artica, sempre più frequentata dalla Repubblica popolare grazie al consenso riluttante della Russia».
Non è così semplice, però. Le criticità della Cina sono moltissime. Basterebbe leggere i due documenti, quello ufficiale e quello riservato, della National Security Strategy americana che, pur stabilendo il fallimento dell’egemonia statunitense, propone l’organizzazione di un meccanismo di comunicazione tra America, Repubblica popolare, Russia, India e Giappone (C5) fungendo da piattaforma di quella che Limes da tempo chiama Grande Componenda).

La Cina del sogno cinese

La Cina non vuole sostituirsi alla potenza egemone Usa, come sostiene anche Zhao Long in Usa e Cina avversari leali in forte competizione, pur ispirandosi al soft power della potenza in ascesa. La percezione degli Usa da parte della Cina nel tempo è cambiata. «Nella lettura sinica — scrive Cuscito — impero (di cui il Partito comunista è centrale n.d.r.) è metodo di gestione armonica del rapporto tra la propria collettività e quelle altrui. Con intensità diverse a seconda del teatro geografico. I pilastri dell’approccio imperiale cinese sono lo sviluppo di una estesa rete commerciale, la lotta alla corruzione, la definizione di leggi e standard, il potenziamento delle Forze armate, il dominio dei mari, la (problematica) internazionalizzazione dello yuan. Tutti fattori che ricordano più la Pax Romana che quella americana e che ammettono l’esistenza di più poli, con gradi diversi di attrazione. Pechino si immagina civiltà fulcro di datong, la «grande unità». La Cina, però, non è ancora pronta e il saggio spiega bene perché. Alla fine del suo approfondimento il Consigliere scientifico di Limes fa una puntualizzazione interessante in merito a una frase che erroneamente nel tempo è stata attribuita al pensiero cinese: “Che tu possa vivere tempi interessanti”. Confesso che io stessa pensavo che fosse un’espressione cinese dopo aver letto il libro omonimo di Slavoj Žižek. Questa maledizione, secondo Cuscito «si diffuse probabilmente all’inizio del XX secolo nel Regno Unito grazie ad alcuni scritti riferiti a sir Austen Chamberlain (fratello del noto primo ministro britannico Neville) e ai suoi contatti con un connazionale diplomatico di stanza in Cina. La frase è diventata famosa al punto da essere citata anche da personaggi illustri come il presidente americano John F. Kennedy in piena guerra fredda. Sempre Kennedy fu protagonista di un’altra erronea interpretazione della cultura sinica, secondo cui nella parola cinese per “crisi” vi sarebbe quella che significa “opportunità”. Il concetto è molto più profondo. Nel termine weiji (“crisi”) coesistono le parole “pericolo” (wei) e“punto cruciale” (ji). Significa che l’instabilità può tradursi in una svolta positiva o negativa. In linea con la filosofia daoista».
I contributi di analisti/e cinesi sono molti e diversi fra loro, nello spirito pluralistico della rivista, che dà spazio a tutte le voci. Usa e Cina avversari leali di Zhao Long sottolinea la necessità della coesistenza delle due superpotenze, mentre Jiang Jiang nel suo Breve dizionario di strategia cinese illustra due prontuari ufficiali, pubblicati anche sul “Quotidiano del popolo”, che servono a spiegare a esperte/i e cittadine e cittadini il nuovo piano quinquennale che, peraltro, nonostante veicoli l’imbattibilità della Cina, è sottoposto a critica da Fabrizio Maronta, nel suo approfondimento L’economia vola, la Cina ha un problema, che mette in luce le criticità della superpotenza: bassa produttività, sommerso in aumento e sconforto della popolazione giovanile, tra cui sono molto diffusi i termini Neijuan, letteralmente “involuzione”, tanping “stare distesi, stare a letto”, a significare l’apatia da stress e runxue, ”filosofia del correre”, che allude alla volontà di emigrare.
Chi volesse conoscere la storia di Jensen Huang, Ceo di Nvidia, la sfida/non sfida con Huawei e molto altro sull’Intelligenza artificiale, legga il divertente articolo di Alessandro Aresu Le carte di Pechino nella battaglia per l’AI. Apprenderà che di fatto, pur non volendolo, la Cina ha già vinto, anche perché i migliori cervelli dell’Ai in Usa sono asiatici e tornano in patria forti delle conoscenze che inizialmente hanno messo a disposizione degli Usa.

IA in Cina

Per chi, come chi scrive, non conosce il cinese, è molto difficile capire, dall’indice degli autori che si trova verso la fine del volume, quali sono e se ci sono contributi femminili e maschili. Ci permettiamo un suggerimento alla nostra rivista preferita di geopolitica: compilare un indice degli autori e delle autrici, non solo in questo caso, ma sempre, declinando, come prevede la nostra lingua, al femminile o al maschile i ruoli e le professioni di chi vi scrive.

(continua)

***

Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

Lascia un commento