La performatività di genere di Judith Butler

Durante la quotidianità svolgiamo azioni meccaniche e involontarie che ci portano a identificare noi stessi/e in un genere o in un altro. Judith Butler (di cui abbiamo scritto qui) analizza questo aspetto e smonta l’idea secondo cui il genere è qualcosa di naturale.
La filosofa politica prende in considerazione le Drag Queen — ritenute dall’autrice l’emblema della performatività di genere — in quanto sfidano l’economia binaria uomo/donna, ricreando in modo parodico ed esagerato l’archetipo del “femminile”. Il drag è un vero e proprio atto politico che decostruisce l’idea che il genere sia qualcosa di proveniente dalla natura.

Per comprendere meglio l’idea di Judith Butler bisogna comprendere cos’è il “sistema sesso-genere”, concetto introdotto da Gayle Rubin per distinguere ciò che è biologico da ciò che non lo è. Il sesso ha caratteri biologici a differenza del genere, che è una costruzione sociale creata attraverso una serie di norme.
In particolare, quello che interessa a Butler è capire quali forze, regole, discorsi e norme culturali fanno sì che un corpo venga visto e riconosciuto come “maschile” o “femminile”. In altre parole: da dove vengono le categorie che ci fanno dire «questo è un corpo da donna» o «questo è un corpo da uomo?».
La “materialità” del sesso non è qualcosa di neutro o naturale che viene solo nominato in un secondo momento, ma vuole mostrare che anche ciò che chiamiamo materiale, fisico, “biologico” è attraversato da norme e significati culturali.
Cosa rende un corpo riconoscibile nella società? Quali sono le condizioni affinché un corpo sia visto come “normale”, leggibile, valido? È un chiaro invito alla riflessione sul corpo come creazione e prodotto della cultura. L’idea stessa dell’identificazione di un corpo come “normale” piuttosto che un altro è costruita, non è oggettiva.
Una delle principali regole che contribuiscono a costruire questi significati è l’eterosessualità obbligatoria: l’idea che tutti debbano essere eterosessuali. Questo orientamento non è solo un’opzione tra le altre, ma una norma che struttura tutta la nostra visione dei generi e dei corpi, decidendo cosa è accettabile e cosa no.
Dunque, l’autrice — oltre ad analizzare le identità di genere — sta smontando le forze sociali che le creano, quali la famiglia, la medicina, la legge e soprattutto l’eterosessualità normativa.

L’etica degli uomini si basa su principi formali di giustizia e diritto, quella delle donne si fonda sulla cura, sulle relazioni e sulla responsabilità. Pertanto, non nasciamo semplicemente “maschi” o “femmine” in modo neutro e oggettivo, ma questi ruoli vengono costruiti nel tempo dalla società attraverso regole, abitudini e ripetizioni. Il calcio è per uomini, la danza per le donne. Il lavoro è per uomini, la cura della famiglia per le donne.
Sin dall’infanzia ci vengono inculcate idee basate su questo binarismo: quali sono le cose da uomini e quali sono quelle da donna. Creando nette differenze sociali e culturali fondate su norme così radicate in noi da sembrarci naturali, in realtà è proprio questa “naturalezza” a rendere invisibili corpi e identità che non rientrano in quei modelli (come persone transgender, non binarie, etc.).
Il suo invito è a riconoscere queste costruzioni per poterle mettere in discussione e trasformarle, così da permettere anche ad altri modi di essere e di esistere di diventare visibili e legittimi.
Dunque, Judith Butler in Corpi che contano, Feltrinelli, 2023, mette in discussione la distinzione tradizionale tra sesso e genere, sostenendo che anche il sesso — solitamente considerato un dato naturale e pre-sociale — è in realtà una costruzione culturale. La materialità del corpo è instabile e aperta alla trasformazione, poiché i corpi non si adattano mai completamente alle norme che li producono.
Il genere non è un atto volontario, ma il risultato performativo di pratiche discorsive e sociali che, ripetendosi, creano l’illusione di una realtà stabile. Questo processo è ciò che Butler chiama performatività: l’identità di genere si costruisce attraverso atti ripetuti che materializzano il corpo secondo categorie normative, come “uomo” e “donna”. Quindi, in questo senso anche il sesso è prodotto da forze regolative e non preesiste al genere. Il potere, quindi, non si limita a proibire, ma produce attivamente significati e identità corporee.
Questa produzione include anche l’esclusione di corpi e soggettività considerate “non conformi” o “abiette”, che restano ai margini del riconoscimento sociale. Tuttavia, proprio questi corpi esclusi possono diventare luoghi di resistenza, da cui ripensare le categorie normative.

Butler critica anche il costruttivismo linguistico, affermando che il linguaggio contribuisce a creare le categorie, interagisce quindi con il potere e con il corpo; non è un semplice mezzo per descrivere la realtà, ma è l’apparato che la produce. Attraverso le parole e le categorie che esse veicolano, stabilisce ciò che può essere considerato come umano e reale.
Quando un individuo viene interpellato come “maschio” o “femmina”, riceve un’etichetta ma viene anche inserito in un contesto più ampio, in grado di definire ciò che potrà essere, fare e desiderare. È un atto performativo perché, oltre a nominare un soggetto già dato, contribuisce a costruirlo.
Il linguaggio crea confini, separazioni e gerarchie; le categorie linguistiche funzionano creando esclusioni e ciò che non rientra nelle norme del dicibile viene relegato ai margini dell’impensabile. Dunque, attraverso la cancellazione di ciò che non “trova posto” si crea il confine estremo dell’umano. È importante ricordare che il linguaggio è anche un campo di possibilità — oltre a essere un dispositivo di potere — poiché le stesse categorie che escludono, secondo Butler, possono essere contestate e riscritte, diventando un campo per la resilienza.
L’idea di Butler fu già concretizzata da Luce Irigaray che nel testo Speculum, Feltrinelli, 2017, parla di “bambina ometto”, immagine emblematica della logica patriarcale: la bambina non è pensata come soggetto autonomo, ma come una versione incompleta dell’uomo. Non si parte dalla differenza, ma da un unico modello — quello maschile — a cui la bambina si confronta in modo deficitario.
Non è “diversa” ma “meno”, cioè un uomo a cui mancano certi attributi (in primis anatomici, ma anche simbolici e culturali). La sua identità non è positiva, ma costruita per sottrazione: è definita da ciò che non è. Questo mostra come la differenziazione tra i sessi, nella cultura patriarcale, non sia simmetrica ma gerarchica: il maschile è la norma, il femminile la deviazione.
Dire che la bambina “deve diventare un uomo meno certi attributi” significa che, per essere riconosciuta, deve avvicinarsi al modello maschile, ma senza mai coincidere del tutto con esso. Rimane così esclusa dalla piena soggettività e confinata al ruolo di alterità funzionale al dominio del “medesimo”.

La linea teorica esplicitata trova un antecedente fondamentale in Simone de Beauvoir che, nel saggio Il secondo sesso, Parigi, Gallimard, 1949, non usa il termine “performatività” ma sostiene che la donna non nasce tale, bensì lo diventa, cioè la condizione femminile non è determinata dalla biologia, ma è il frutto di costruzioni storiche, culturali e sociali. La società ha definito la donna come “l’Altro” rispetto all’uomo, che è visto come il modello universale e neutro dell’essere umano. L’uomo è considerato il soggetto, l’assoluto, mentre la donna è l’inessenziale, il relativo, un oggetto definito in funzione dell’uomo.
De Beauvoir critica le spiegazioni biologiche, psicoanalitiche e marxiste della subordinazione femminile e propone un’interpretazione esistenzialista e laica: ogni essere umano è libertà e progetto, e la donna può emanciparsi dalla sua condizione storica. Tuttavia, questa subordinazione è stata storicamente accettata dalle donne stesse perché non esiste tra loro una solidarietà di classe come tra proletariato o altri gruppi oppressi; le donne sono disperse, isolate, spesso più legate agli uomini della loro famiglia che ad altre donne.
Il ruolo femminile viene imposto fin dall’infanzia, attraverso l’educazione e le aspettative sociali, anche se all’inizio non ci sono differenze tra bambine e bambini. La donna viene educata alla passività, alla maternità, alla seduzione, non per natura, ma per pressione culturale. Il dramma esistenziale della donna è proprio il conflitto tra la sua libertà originaria e la funzione imposta di essere l’Altro.
L’emancipazione femminile, secondo de Beauvoir, è possibile solo attraverso lotte collettive e un cambiamento sociale radicale, verso una società in cui la parità tra i sessi sia reale, non solo formale.

Alla luce di quanto detto, è possibile affermare che l’identità è l’effetto delle pratiche che la producono. Pensare al genere come costruzione e processo ci permette di criticare le norme che lo regolano, aprendo uno spazio a nuove forme simboliche non riconducibili all’ordine dominante.

In copertina: Judith Butler.

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Articolo di Luciana Chianese

Attualmente studente di Lettere moderne. Interessata alla questione di genere, all’inclusione sociale e culturale e alla crescita personale. Con una grande passione per la lettura, la scrittura e i viaggi in quanto strumenti fondamentali per l’apertura verso l’altro in tutte le sue sfumature.

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