La cantante e attrice Marianne Faithfull nacque a Londra il 29 dicembre 1946, figlia dell’ex ufficiale dell’Intelligence britannica Robert Glynn Faithfull e di Eva Erisso, baronessa austro-ungarica ed ex ballerina alla corte di Bertolt Brecht e Kurt Weill; nonché pronipote del noto scrittore aristocratico Leopold Von Sacher Masoch, autore del romanzo erotico Venere in Pelliccia (1870) e “precursore” del termine masochismo. La piccola Marianne assistette, all’età di sei anni, al doloroso divorzio dei genitori, a seguito del quale scelse di seguire la madre nel Berkshire, precisamente a Reading.

Da giovane frequentò le cattolicissime Roman Catholic Girls School e St Joseph’s Convent School, dove diventò una dei membri del gruppo studentesco del Progress Theatre. Intanto, durante l’adolescenza, era solita leggere i saggi di Simone De Beauvoir, ascoltare Odetta e Joan Benz e cantare nei club folk. La svolta musicale avvenne a metà anni Sessanta, quando fu notata e scoperta, appena diciassettenne, a un release party dal manager dei Rolling Stones, Andrew Loog Oldham, il quale la rese l’icona della Swinging London. Si racconta che quest’ultimo mise sotto pressione Jagger e Richards perché scrivessero una canzone che fosse a lei appropriata: stiamo parlando di As tears go by. A quel tempo Marianne era sposata con l’artista e gallerista John Dumbar, dal quale ebbe un figlio, Nicholas. Il matrimonio però durò poco e, soprattutto a causa della dipendenza di eroina dell’uomo, Marianne arrivò a fuggire via di casa con il bambino, trovando rifugio presso l’amico Brian Jones e l’amica Anita Pallenberg.
Nel 1966 la cantante si fidanzò con Mick Jagger, divenendo la sua musa; infatti fu lei a ispirare brani iconici come Wild horses e You can’t always get what you want. La coppia, tra le più fotografate del momento, finì ben presto nella spirale del sesso sfrenato e della dipendenza da droghe. Non mancarono i tradimenti, difatti Marianne, nel 1967, tradì Jagger con Keith Richards e, sempre nello stesso anno, si diceva che anche il frontman dei Rolling Stones, a sua volta, avesse una relazione clandestina con la cantautrice francese Françoise Hardy. Ciononostante la storia tra i due proseguì e, nel 1968, la pop- rock star rimase incinta di Mick. Al settimo mese di gravidanza, tuttavia, subì un aborto spontaneo e ciò le costò caro perché cadde in una depressione profonda tanto da tentare in Australia il suicidio con dei barbiturici.

Furono gli anni peggiori per la stella della Swinging London: dopo la perquisizione del 1967 quando la polizia la troverà con addosso una pelliccia e sotto nulla; dopo il cambiamento della voce a causa di droga e di una grave laringite; dopo la rottura con Jagger e la perdita della custodia del figlio Nicholas, avvenute entrambe tre anni dopo, Marianne si era ridotta a girovagare, senza dimora, per le strade di Londra, nella zona di Soho. Al riguardo lei stessa disse più volte: «per me essere una tossicodipendente significava vivere una vita onorevole. Era l’anonimato totale, che io avevo sperimentato da quando avevo 17 anni. Essendo una tossica di strada qualunque, finalmente lo raggiunsi». Raccontava, inoltre, di passare gran parte delle giornate in attesa degli spacciatori, oppure andava a cercare Eric Clapton che aveva il suo stesso problema; menzionava anche i rapporti di amicizia che strinse con Bob Dylan, Allen Ginsberg, George Harrison, Pattie Boyd, Mario Schifano e Anita Pallemberg.
Dopo la metà degli anni Settanta finalmente iniziò a risalire e sperimentò nei suoi testi note di blues, di cabaret weimariano e di una decadente tristezza.
Raggiunse nuovamente il successo nel 1979 con Broken English, considerato uno degli album pop-rock più potenti degli anni Ottanta. Tra i pezzi dell’album spiccano principalmente: The ballad of Lucy Jordan (dedicata a sé stessa se fosse diventata una rispettabile signora borghese) e Witches’ song (dove parla della sorellanza e rivendica tutte le sue scelte, comprese quelle sbagliate).

È proprio con questo e i suoi successivi lavori (Dangerous Acquaitances, A child’s adventure e Strange weather) che la cantante cambiò completamente la sua immagine: da ragazzina bionda dotata di bellezza angelica a “strega” carica di oscurità e amarezza. Anche la sua voce era ora completamente diversa: scura, profonda, corrosiva; i pericoli affrontati le avevano letteralmente modificato le corde vocali. Sfruttò, dunque, questa trasformazione-evoluzione per mostrare al mondo chi realmente fosse, per «incidere un disco drammatico che arrivasse alla gente come un pugno nello stomaco». Sempre durante questo periodo, precisamente nel 1987, si riappropriò di uno dei suoi più importanti capolavori giovanili: As tears go by.
Diverso tempo dopo, nel 1994, il compositore statunitense Angelo Badalamenti arrangiò e produsse per lei l’album A secret life; mentre, a partire dagli anni Duemila, i Blur, Jarvis Cocker, Dave Stewart degli Eurythmics, Nick Cave le dedicarono diverse composizioni. Collaborò, infine, anche con i Pink Floyd, con Joe Jackson, con Daniel Lanois, con Emmyloy Garris e Frank McGuinnes.
«Volevo fare la musicista, l’attrice, l’interprete di musica classica e leggera» affermava spesso. E ci riuscì. Marianne, infatti, apparve sul piccolo schermo nei programmi televisivi Hullabaloo di Steve Binder e Thank you Lucky Star di Philip Jones e Mark Stuart. Prese parte, inoltre, ai telefilm Zomercarrousel e Absolutely Fabulous, oltre che al film Anna di Pierre Koralnik. Per quanto riguarda la carriera cinematografica, la vediamo in Una storia americana di Jean-Luc Godard, nel film Il complesso del sesso di Micheal Winner, in Amleto di Tony Richardson e in Nuda sotto la pelle di Jack Cardiff. Interpretò la madre della regina in Marie Antoinette di Sofia Coppola e nel 2007 ricevette la nomination come miglior attrice europea per il film Irina Palm – il talento di una donna inglese di Sam Garbarski dove recitava con grande finezza la parte di Maggie, una donna di mezza età che per necessità familiare finisce per lavorare al Sexy World, dove sceglie un “nome d’arte”. Una pellicola assai garbata in cui compare una persona molto diversa da quella che il pubblico di un tempo ricordava: dimessa, modesta, appesantita, ma dal volto dolce e dalle mani d’oro…
Marianne, figura poliedrica, si distinse anche come interprete brechtiana portando in teatro L’opera di tre soldi a Dublino, nella traduzione del sopramenzionato Frank McGuinness e incidendo I sette peccati capitali di Kurt Weill.
Nel 2017 è stata protagonista dei documentari Faithfull di Sandrine Bonnaire e My generation di David Batty. Quattro anni dopo la vediamo presente in Nick Cave – This much I know to be true di Andrew Dominik.
Dopo un periodo di trasferimento a Parigi, avvenuto sempre negli anni Novanta, è morta a Londra il 30 gennaio del 2025, a 78 anni, nella sua casa circondata dalla famiglia. L’ex compagno Jagger, con cui era riuscita a mantenere un rapporto di sincera amicizia, ha commentato: «Sono così addolorato della notizia della morte di Marianne Faithfull. Ha fatto parte della mia vita per così tanto tempo. Era un’amica meravigliosa, una bellissima cantante e una grande attrice. Sarà sempre ricordata».

Tra le curiosità che riguardano questa affascinante figura femminile, con le sue fragilità, vi è sicuramente l’autobiografia Faithfull: An Autobiography (1994), stilata insieme a David Dalton, all’interno della quale viene raccontata la sua vita a partire dall’ascesa negli anni Sessanta, fino al ritorno con Broken English. Un resoconto schietto e rivelatore della sua esistenza tra musica, dipendenza e resilienza. Nella prefazione del testo, troviamo il commento di McGuinness: «Non ho mai conosciuto nessuno con la sua determinazione di guardare sempre al futuro. Non ho molta più contezza di lei di cosa ci riserverà il futuro, ma muoio dalla voglia di sentirlo dalle sue labbra».

Interessante anche il processo di realizzazione di Sister Morphine, sua prima grande opera in assoluto. Scritta su musica di Jagger, il quale compose quel riff a Roma, continuando a strimpellarlo mugugnando una melodia. In questo frangente Marianne decise che se nessuno avesse mai scritto un testo su quel ritornello, se ne sarebbe appropriata lei. Così fu. Questa ballata, nonostante non le abbia fatto percepire neanche un soldo in quanto giudicata negativamente dalla stampa e dal pubblico che la interpretarono come la confessione di una tossica, contribuì a far comprendere quale fosse davvero la sua arte.
Termina così la storia di una donna che è diventata il simbolo della forza d’animo, della sopravvivenza e della perseveranza, una donna tenace che si è sempre rialzata malgrado i problemi affrontati nel corso della vita, una donna dotata di genio artistico, musicale e intellettuale.
Salute a te, Marianne, buona fortuna!

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Articolo di Ludovica Pinna

Classe 1994. Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, editoria, giornalismo presso L’Università Roma Tre. Nutre e coltiva un forte interesse verso varie tematiche sociali, soprattutto quelle relative agli studi di genere. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura e l’arte in ogni sua forma. Ama anche viaggiare, in quanto fonte di crescita e apertura mentale.
