Il nome Eleonora si lega a varie figure che hanno segnato il nostro immaginario e hanno tracciato il cammino delle donne: dalla bellissima Eleonora di Toledo immortalata da Agnolo Bronzino a Eleonora d’Aquitania, madre di Riccardo cuor di leone, da Eleonora d’Arborea, lungimirante giudicessa sarda, alla first lady Eleonor Roosevelt, fino alle protagoniste di opere liriche celebri come Il trovatore e La forza del destino. Leonor di Borbone oggi è pure l’erede al trono di Spagna, per cui diventerà la prima sovrana della storia moderna. Eleonora o Leonor secondo l’etimologia significa “compassionevole”; ricorrendo a un’altra suggestiva ipotesi sarebbe da interpretare come “cresciuta nella luce”. Nel caso della straordinaria figura di Eleonora Fonseca si potrebbe proprio affermare, alla latina, nomen omen perché sia le doti della pietà, dell’altruismo, della comprensione umana sia l’intelligenza, la vivacità d’ingegno, la luminosa fede nel cambiamento le sono appartenute di diritto.
È stata un ponte fra Portogallo e Italia, ma di fatto la sua esistenza ci riguarda pienamente, e da vicino. Di lei si parla soprattutto nei libri di storia, in modo più o meno approfondito, quando si affronta la Rivoluzione napoletana del 1799 perché la si ricorda come giornalista e rivoltosa. Le sono dedicate scuole e strade; Benedetto Croce ha incentrato su di lei una delle sue prime e più significative biografie, un’altra è stata pubblicata da Maria Antonietta Macciocchi; sulla sua vita è stato scritto un magnifico romanzo storico, un vero gioiello, opera di Enzo Striano: Il resto di niente (1986); nel 2004 è uscito il pluripremiato film omonimo di Antonietta De Lillo con Maria de Medeiros; un francobollo da 800 lire fu emesso nel duecentesimo anniversario della morte; una lapide campeggia sull’abitazione romana in cui nacque e uno stendardo pende dalla sua residenza napoletana. Articoli storici e biografici compaiono periodicamente su quotidiani e riviste, anche su Vitamine vaganti in più occasioni (si segnalano in particolare quelli sui n.44 e 148). Allora pensiamo di sapere tutto su di lei e di ricordarla come merita?



Nata a Roma da nobile famiglia di origini portoghesi il 13 gennaio 1752, fece parte del primo ristretto gruppo di ribelli giustiziati per impiccagione a Napoli il 20 agosto 1799 nella piazza del Mercato: l’esperienza rivoluzionaria era stata di breve durata, dal 23 gennaio al 22 giugno. Eleonora fu l’unica donna, la più colta, la meno giovane, anche se aveva solo 47 anni, e dovette assistere alla morte dei compagni di sventura, cosa che fece con grande coraggio. Non mancò di chiedere che le venisse stretto l’abito alle caviglie perché il popolino che amava assistere in massa alle esecuzioni non si divertisse a scrutarle sotto la gonna. Varie testimonianze affermarono che le sue ultime parole furono quelle di una raffinata citazione virgiliana: «Forsan et haec olim meminisse iuvabit», dal I canto dell’Eneide. Della sua tomba oggi non si hanno tracce certe, perché fu sepolta nella Congrega di Santa Maria di Costantinopoli, poi scomparsa, ma in seguito forse i suoi resti furono deposti nella tomba di famiglia nel cimitero monumentale di Napoli. Nei mesi successivi gli altri condannati, in totale 122, vennero uccisi e fra questi si annovera un’altra donna, Luisa Sanfelice (28.2.1764-11.9.1800), che fu sì una patriota, ma più un’eroina romantica che non una vera e propria protagonista degli eventi.

Abbiamo trovato fra loro anche una figura praticamente sconosciuta, Francesca De Carolis Cafarelli, che fu torturata e fucilata dai sanfedisti a Tito, presso Potenza, qualche tempo prima, il 27 maggio 1799. Un bellissimo personaggio che aveva fiancheggiato la rivolta partenopea, condividendone gli ideali con il marito, una madre di sette figli che aveva educato ai valori della Rivoluzione francese.
Eleonora fu una patriota a pieno titolo, una fine intellettuale, una precocissima scrittrice, una politica dalle idee chiare, ma pure ― e questo al momento più ci interessa ― una giornalista senza eguali nella società del suo tempo. La sua formazione aveva infatti seguito un iter anomalo visto che il padre Clemente, dopo un soggiorno a Roma, aveva preferito l’ambiente vivace e cosmopolita di Napoli, più libero dai rapporti con il clero e con il Vaticano. Aveva sposato una portoghese come lui, Caterina Lopez de Leon, e insieme impartirono alla figlia la migliore educazione possibile. Fino da piccola studiava il greco, il latino, la matematica, la fisica, le scienze, discipline storiche e giuridiche, conosceva varie lingue moderne (portoghese, italiano, francese, leggeva l’inglese), faceva traduzioni, sapeva conversare e scrivere rime, tanto che fu accolta prima nell’Accademia dei Filareti, poi in Arcadia. Frequentava i salotti dei personaggi più in vista dove era ammirata con autentico stupore per la sua grazia e la sua cultura fuori del comune. Era abbonata all’Encyclopédie di Diderot ed era in corrispondenza con intellettuali quali Metastasio, Voltaire, con cui ci fu un cortese scambio di sonetti, e il geologo padovano Alberto Fortis. Componeva versi, come si usava allora, per ogni occasione privata o mondana, dai sonetti alle canzoni, e fu così che si distinse sedicenne grazie al poemetto Il tempio della gloria per le nozze dei regnanti Carolina e Ferdinando, subito stampato, e in seguito per l’augurio al loro figlio Carlo Francesco, immortalato nelle vesti di Orfeo. Fra la regina ed Eleonora nacque un rapporto di stima e simpatia tanto che la giovane fu nominata sua bibliotecaria personale. Nel 1773 aveva pubblicato un sonetto per la nascita della principessina Maria Luisa e nel 1777 il poemetto Il trionfo della virtù in cui tesseva l’elogio dell’istituzione monarchica, una buona prassi per quel momento storico.
Come per ogni ragazza da marito, arrivarono le nozze nel 1778, invero modeste e inappropriate, con un tenente napoletano che si rivelò un personaggio squallido, geloso e violento, e che sperperò la sua dote. Eleonora affrontò una serie di dolori: il figlio Francesco morì a soli 8 mesi, e fu da lei pianto con cinque dolentissimi sonetti, poi ebbe due aborti procurati dalle percosse dell’uomo che tentò persino l’uxoricidio. Il padre dovette intervenire e intercedere per il divorzio. Si arrivò al processo, ma il Tria, non si sa perché, rinunciò fortunatamente alla causa e morì di lì a poco. Eleonora però non aveva finito di soffrire: c’era già stata la morte della mamma, poi la morte del padre volle dire serie difficoltà economiche e l’umiliante richiesta di un sussidio da parte della Corte.
Mentre continuava a studiare e a confrontarsi con il pensiero illuminista, con le ragioni degli intellettuali francesi, con la cultura più aggiornata, fu ammessa all’Accademia reale di Scienze e Belle Lettere e frequentava i salotti più vivaci in città. Tuttavia i tempi stavano mutando in tutta Europa e a Eleonora venne meno il supporto di Carolina, specie dopo i tragici eventi del 1789 e l’uccisione della sorella, la regina di Francia Maria Antonietta, nel 1793. Le fu tolto il finanziamento statale nel 1797 e l’anno successivo dovette subire il carcere a causa delle leggi sempre più restrittive messe in atto dai Borbone contro la libertà di stampa e di espressione. Ma in cosa stava cambiando il pensiero di Eleonora? L’apertura mentale, la voglia di conoscere, l’attenzione ai fatti internazionali, la simpatia per la neonata Repubblica francese, la vicinanza a una fallita rivolta giacobina l’avevano inserita in una lista di persone sgradite alla Corte. Dal carcere la sua voce si alzò sprezzante nei confronti dell’atteggiamento ingannevole della regina, prima amica poi traditrice: in un celebre sonetto la definì «Rediviva Poppea, tribade impura,/d’imbecille tiranno empia consorte» e non mancò di salutare con favore la decapitazione della «infame suora» dalla «indegna testa». Come si ricorderà l’arrivo delle truppe napoleoniche mise in fuga i sovrani e le persone incarcerate, sia per reati politici sia per reati comuni, furono rilasciate su pressione popolare. Eleonora Fonseca si unì alla folla in rivolta, diretta al castello di Sant’Elmo, e fu così che il 23 gennaio 1799 fu proclamata la repubblica. Nel limitato periodo il suo ruolo divenne centrale e dominante perché prese la direzione di un giornale rimasto alla storia: ilbisettimanale Monitore napoletano, di cui il 2 febbraio uscì il primo numero, con lo scopo principale di rendere noti atti e comunicati del Governo provvisorio. D’altra parte, chi meglio di lei ne aveva la cultura, le doti, la lungimiranza? In breve scrisse anche la maggior parte degli articoli, in piena libertà, senza risparmiare critiche ai francesi e aprendo a varie collaborazioni con intellettuali quali Domenico Cirillo, Francesco Mario Pagano, Ettore Carafa, che saranno anch’essi giustiziati. Esprimeva tutto il suo entusiasmo per l’esperienza che stavano vivendo e su quelle pagine faceva progetti; aveva in mente mille idee, mille iniziative per educare il popolo attraverso spettacoli, divertimenti in piazza, uso del dialetto in una gazzetta dal facile contenuto, giochi per l’infanzia. Tutto poteva essere utile per divulgare le idee di uguaglianza, di giustizia, di libertà, scaturite dall’esempio francese, tutto doveva convergere verso un obiettivo comune: l’istruzione, che con il tempo avrebbe diminuito il divario fra i rivoluzionari più motivati, fra cui lei donna era un’eccezione, e la popolazione impreparata. Aveva anche abbandonato il cognome altisonante e il “de” nobiliare per essere una semplice cittadina, una autentica democratica, convinta repubblicana, che non si piegava a compromessi con le posizioni più attendiste e moderate. Merita ricordare che Benedetto Croce, nel 1943, curò per Laterza una edizione completa dei 35 numeri usciti del Monitore, fino all’ultimo dell’8 giugno. Ma le cose andarono diversamente: il re Ferdinando organizzò un esercito, le truppe guidate da Fabrizio Ruffo, il “cardinale mostro” (come lo definì Eleonora), entrarono in città ed ebbero la meglio sugli insorti che in massa decisero di fuggire verso la Francia. Era pronta anche Eleonora, ma fu catturata mentre la nave stava per salpare. Processata in fretta e furia, nonostante avesse firmato uno specifico e regolare atto di “obbliganza” in cui giurava di non tornare mai più, pur di aver salva la vita, fu invece condannata a morte; chiese allora di essere decapitata, in quanto di origine nobile, ma la richiesta non fu accolta e finì sul patibolo con gli altri sette, mentre quel popolo che amava e voleva elevare ed educare cedeva al vigliacco scherno.
Fra gli omaggi arrivati alla memoria di questa illuminata pensatrice e donna coraggiosa ci piace ricordare quello in occasione del bicentenario della Repubblica napoletana: il grande musicista partenopeo Roberto De Simone compose Eleonora oratorio drammatico, un’opera di cui fu interprete come voce recitante l’attrice inglese Vanessa Redgrave e che andò in scena l’8 gennaio 1999 nella bellissima cornice del teatro San Carlo a Napoli, ripresa in seguito più volte. Vari artisti, operando di fantasia, hanno raffigurato Eleonora con dipinti e statue, visto che la sua esistenza affascinante e la sua tragica morte di martire non potevano non suscitare emozioni; l’ultimo esempio di cui si sia a conoscenza è un busto in bronzo realizzato dalla scultrice Marisa Ciardiello e situato dal 1999 nella Biblioteca nazionale del capoluogo campano. Di Eleonora tuttavia non esiste un vero e proprio ritratto: l’unico che si conosce, riprodotto fino dal 1852, è frutto di una tradizione iconografica.

Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).
