Nella lunga Passeggiata del Gianicolo, prima di arrivare al monumento dedicato a Garibaldi, tra i busti che figurano sotto i cedri e le querce vi è quello di una donna: Colomba Antonietti Porzi.

Nata a Bastia Umbra il 19 ottobre 1826, figlia del fornaio Michele e di Diana Trabalza, fu una delle figure femminili più coraggiose del Rinascimento. La sua vita fu breve, ma segnata da eventi memorabili.
Giovanissima, conobbe Luigi Porzi, cadetto delle truppe pontificie, a Foligno, dove si era trasferita con la famiglia, impegnata nella produzione dolciaria presso il forno municipale. I due si innamorarono e, contro il parere delle rispettive famiglie per la differenza di ceto sociale (ricca e aristocratica quella di Luigi, borghese quella di Colomba), continuarono a vedersi, fino a quando non vennero scoperti. Non appena il reggimento apprese l’accaduto, Luigi fu costretto a quindici giorni di arresto e, in seguito, venne trasferito a Senigallia. Dopo un lungo periodo in cui continuarono ad avere una relazione epistolare, si sposarono il 13 dicembre 1846, all’una di notte e in gran segreto presso la Chiesa della Misericordia. Dal momento che l’evento era avvenuto senza l’autorizzazione delle superiori autorità militari, come da regolamento, Luigi fu arrestato e recluso a Castel Sant’Angelo per tre mesi. Colomba lo seguì a Roma e lo visitò ogni giorno presso le carceri, dimostrando un amore straordinario.
Con lo scoppio della Prima guerra d’indipendenza nel 1848, lo Stato Pontificio creò un gruppo di spedizione diretto a nord contro l’Austria e Luigi Porzi partecipò volontario alle truppe guidate dal generale Durando per la liberazione di Venezia. La giovanissima sposa non riuscì a restare con le mani in mano e ben presto prese la decisione di indossare l’uniforme da bersagliere, tagliarsi i lunghi capelli neri e combattere attivamente.
Papa Pio IX, tuttavia, voleva evitare uno scisma religioso con lo Stato cattolico dell’Austria e decise così di ritirarsi. La notizia dell’armistizio il 29 aprile creò scompiglio tra i soldati, fino alla dispersione dell’intera truppa. Colomba e Luigi Porzi tornarono a Roma: qui aderirono alla Repubblica Romana, proclamata il 9 febbraio 1949.
Durante l’assedio di Roma, inizialmente la donna aveva dato il suo contributo al servizio di assistenza alle persone ferite e moribonde, affiancando Cristina di Belgiojoso e Margareth Fuller, ma poi si distinse tra le romane impegnate a trasportare terra e sacchi per chiudere le brecce, senza mai separarsi dal marito e rifiutando di mettersi al sicuro: «Se ci lascio il marito morirei di affanno», diceva, affrontando il pericolo con incredibile calma e coraggio. Combatté nel VI battaglione bersaglieri dell’esercito Sardo-piemontese il 9 maggio, nella battaglia di Palestrina, e il 18-19 maggio, nella battaglia di Velletri contro i Borbonici di Ferdinando II: Garibaldi riconobbe finalmente Colomba Antonietti, dopo averla scambiata per un giovane soldato, e la paragonò alla sua amata Anita per coraggio e serenità di fronte al fuoco.
Gli ultimi giorni della Repubblica Romana furono fatali per Colomba. Al Gianicolo, tra Porta San Pancrazio, le mura gianicolensi, Villa Corsini e il Casino dei Quattro Venti, combatté strenuamente. Una di quelle mattine, ispirata, disse al marito: «Sai, Gigi? Dicono che due persone che si amano come noi non possono vivere a lungo, perché Dio non permette sulla terra completa felicità. Uno dei due dunque deve morire, e io sarò quella». E così, come se tali parole fossero state una predizione, il 13 giugno 1849, durante gli scontri, fu colpita mortalmente dall’artiglieria francese. Garibaldi stesso ricordò la scena: «La palla di cannone era andata a battere contro il muro o ricacciata indietro aveva spezzato le reni di un giovane soldato. Il giovane soldato posto nella barella aveva incrociato le mani, alzato gli occhi al cielo e reso l’ultimo respiro. Stavano per recarlo all’ambulanza quando un ufficiale si era precipitato sul cadavere e lo aveva coperto di baci. Quell’uffiziale era Porzi, il giovane soldato era Colomba Antonietti, sua moglie, che lo aveva seguito a Velletri e combattuto al suo fianco». Colomba Antonietti morì a soli 21 anni.
I funerali dei caduti garibaldini si tennero il giorno successivo: sopra l’uniforme dell’esercito repubblicano fu posta un’ampia veste femminile e il feretro, adornato di rose bianche, fu seguito da donne e uomini del popolo, fino alla cappella di Santa Cecilia dell’Accademia Musicale nella Chiesa di San Carlo ai Catinari, dove fu inizialmente sepolto attribuendogli gli onori militari. Nel 1941 le sue spoglie furono traslate nel Mausoleo Ossario Garibaldino del Gianicolo, dove ancora oggi sono custodite.
A Roma, la sua memoria è celebrata, oltre che dal busto, anche da una strada a lei intitolata e dall’Istituto Colomba Antonietti in via dei Papareschi.
A Bastia Umbra, città natale, le è stato dedicato un monumento in piazza Cavour, realizzato nel 1964, sostituendo uno risalente al 1910, opera di Vincenzo Rosignoli, eretto a piazza Mazzini. Di quest’ultimo sono stati riutilizzati il busto e il pannello bronzeo centrale, mentre i quattro pannelli raffiguranti scene della vita dell’eroina sono stati aggiunti dallo scultore Artemio Giovagnoni. Inoltre a Colomba sono state intitolate una scuola media, con una lapide commemorativa, e una via nel centro storico, mentre la casa natale è contrassegnata da una targa.

Il marito Luigi Porzi, sopravvissuto, si trasferì in Uruguay dopo la caduta della Repubblica. Tentò di rientrare in Italia dopo l’Unità, ma fu vittima di un naufragio e perse i propri capitali. Morì a Montevideo il 9 gennaio 1900, senza mai tornare definitivamente in patria.
Colomba Antonietti resta così una figura simbolica di coraggio, dedizione e amore: una donna che combatté al fianco del marito fino all’ultimo giorno della Repubblica Romana, guadagnandosi il rispetto e la memoria sia dei contemporanei sia delle generazioni successive.
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Articolo di Alice Lippolis

Sono laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo Il medium e il reale: Matilde Serao tra letteratura e giornalismo. Amo viaggiare, tanto quanto amo leggere sotto l’ombrellone in spiaggia (ma anche un po’ dove capita).
