Esploratrici dell’Artico più remoto

Negli ultimi mesi ho fatto ricerche per una mostra intitolata: Explorers, Wives, Mothers, Widows. Women in the Farthest North (985–1930 CE), un progetto dell’Istituto di Scienze Polari del Cnr, ideato e realizzato da Paolo Plini e da chi scrive. La mostra è stata esposta il 3 e 4 marzo a Roma, in occasione dell’Arctic Circle, un forum internazionale annuale che raduna personalità della scienza, della politica e rappresentanti dei Paesi artici nella Capitale. Il titolo, con la sua sequenza spietata di ruoli sociali, vuole essere una provocazione: queste donne sono state ricordate — quando lo sono state — quasi esclusivamente in funzione degli uomini attorno a cui ruotava la loro vita. Esploratrici, sì, ma soprattutto “mogli di”. Protagoniste assolute, eppure relegate sullo sfondo della scena.
Per secoli la storia dell’esplorazione artica è stata scritta al maschile. Uomini coraggiosi, navi eroiche, bandiere piantate nel ghiaccio. Un racconto di conquista in cui le donne, quando compaiono, lo fanno come mogli fedeli, madri premurose, vedove inconsolabili. La ricerca per questa mostra ha smentito questa narrazione pannello dopo pannello. La tesi non è rivendicativa nel senso banale del termine: non si tratta di dire “anche le donne ce la facevano”. Si tratta di dimostrare, biografie e percorsi alla mano, che senza le donne — esploratrici, interpreti, cartografe, botaniche, sarte di abiti in pelle di foca — buona parte delle “grandi imprese” polari non sarebbe mai avvenuta, o sarebbe finita con qualche decina di europei congelati in meno tempo del previsto.

Statua in Islanda raffigurante Guðríðr Þorbjarnardóttir

Partiamo dall’anno 1000. Guðríðr Þorbjarnardóttir — nome che suona come uno starnuto islandese, ma nelle saghe del Vinland è quello di una protagonista — era figlia di un capo vichingo, vedova per tre volte. Le saghe nordiche la descrivono come capo spedizione insieme al marito commerciante: unica donna su tre navi e 160 coloni, in un viaggio diretto a Vinland, il territorio che corrisponde all’attuale Terranova, Canada. Proprio sulla costa di Vinland partorì suo figlio Snorri Þorfinnsson, il primo europeo nato nel Nuovo Mondo. Guðríðr attraversò il Mare Artico, andata e ritorno, per ben otto volte. Ormai anziana, dall’Islanda volle andare a Roma in pellegrinaggio. A piedi. Il suo soprannome era Víðförla: “colei che ha viaggiato in lungo e in largo”. Appropriato, per usare un eufemismo.

Facendo un salto temporale di sette secoli, incontriamo Tat’jana Fedorovna Prončiščeva, nata intorno al 1710 e morta il 12 settembre 1736 alla foce del fiume Olenëk. È considerata la prima esploratrice artica dell’epoca moderna. Partecipò, come clandestina, alla Grande Spedizione del Nord guidata dal marito Vasilij, a bordo dello sloop Yakutsk. Discesero il fiume Lena, doppiarono il suo delta, si spinsero fino a 77°25’N lungo la costa orientale del Taimyr — poi i ghiacci bloccarono la rotta. Il marito morì per embolia dopo essersi rotto una gamba. Tat’jana sopravvisse ancora qualche giorno, poi anche lei si spense. La cosa straordinaria — o meglio, la cosa straordinariamente ordinaria per l’epoca — è che Tat’jana non viene mai citata per nome nei resoconti ufficiali. Il comandante Čeljuskin scrive nel giornale di bordo: «Per volontà di Dio, è morta la moglie del fu comandante dello sloop Yakutsk, Prončiščev». Niente nome. Nel 1913, quando una baia della costa del Taimyr viene dedicata alla sua memoria, l’iniziale “T” viene traslitterata come “Maria”. Il vero nome viene recuperato solo nel 1983 da archivi dell’Impero zarista. Ci sono voluti 247 anni per restituirle il nome. I ghiacciai, evidentemente, hanno più memoria di certi storici.

Ritratto di Léonie d’Aunet

Arriviamo a Parigi, dove nel 1820 nasce Léonie d’Aunet. Vivrà una vita che sembra già pronta per la sceneggiatura di un film. Nel 1838 si imbarca su una corvetta scientifica diretta alle Svalbard: ha diciotto anni, è la fidanzata del pittore della spedizione, François-Auguste Biard, e deve combattere con tutti gli ufficiali per poter salire a bordo. Ci riesce. Diventa così la prima donna ad attraversare il Circolo Polare Artico. Il racconto del suo viaggio fu pubblicato sedici anni dopo nella Revue de Paris e rimane una delle prime testimonianze femminili di un’esplorazione scientifica polare. Nei decenni successivi, avrà una storia d’amore con Victor Hugo, finirà in prigione per adulterio, perderà la custodia dei figli e ricomincerà a scrivere. Una vita, difficile scegliere la parte più straordinaria.

Ida Laura Pfeiffer

Nello stesso periodo, tra il 1846 e il 1855, l’austriaca Ida Laura Pfeiffer (1797–1858) compiva due giri completi del globo per poi spingersi in Islanda a cavallo, scalare il Monte Hekla e documentare le aree geotermiche dell’isola. La Royal Geographical Society, ammirata, le negò però l’ammissione in quanto donna — un divieto che sarebbe caduto, almeno parzialmente, solo nel 1913.

Ritratto di Jane Franklin a 24 anni

Diversa la storia di Jane Franklin (Londra, 1791–1875). La sua era la missione impossibile: ritrovare il marito Sir John Franklin, scomparso nel 1845 con due navi — le famose Erebus e Terror — e 129 uomini nell’Artico canadese. La spedizione era partita alla ricerca dell’allora fantomatico Passaggio a Nord-Ovest. Lady Franklin non si limitò ad aspettare il marito decorosamente addolorata. Scrisse lettere ai giornali e alle personalità influenti, pressò l’Ammiragliato per anni, finanziò di tasca propria cinque spedizioni tra il 1850 e il 1857, e alla fine organizzò la missione che trovò le prove definitive della morte del marito sull’isola di King William. Nel frattempo i suoi equipaggi, secondo la sua volontà, non smisero di cartografare le coste e scoprire aree mai esplorate prima. La Royal Geographical Society la premiò nel 1860 con la Founder’s Gold Medal: prima donna a riceverla. I giornali dell’epoca scrissero: «Quello che la nazione non fece, lo fece una donna».

Taqulittuq

Taqulittuq — nota anche come Hannah, Inuit nata intorno al 1838 nel Nunavut, Canada — parlava inglese, conosceva ogni forma del ghiaccio, ogni stagione della caccia, ogni tecnica di sopravvivenza. L’esploratore americano Charles Francis Hall la assunse come traduttrice e guida. Senza di lei, Hall non avrebbe capito nulla di quello che vedeva. Nel 1872–73 Taqulittuq guidò la deriva sul pack durante la tragica missione del Polaris: sei mesi su una lastra di ghiaccio che si faceva ogni giorno più piccola, in mezzo all’Oceano Artico, fino al soccorso da parte di una baleniera canadese nell’aprile 1873. Tutti salvi. Come compenso, lei e il marito Ipirvik furono esposti come curiosità antropologiche al Barnum’s American Museum di New York, davanti a folle paganti.

Louise Boyd a Tromsø nel 1928

Il Novecento porta con sé una novità: le donne smettono di imbarcarsi di nascosto e cominciano a organizzare le spedizioni in prima persona.
Louise Arner Boyd (San Rafael, 1887 – San Francisco, 1972) vide il pack artico per la prima volta nel 1924 durante una vacanza in Norvegia. Fu un colpo di fulmine. Da quel momento noleggiò navi, organizzò spedizioni scientifiche in Groenlandia, fotografò fiordi, raccolse campioni botanici, pubblicò i risultati per l’American Geographical Society. Nel 1955, a sessantasette anni, noleggiò un aereo e sorvolò il Polo Nord. Prima donna a farlo. Senza fare troppo rumore. Un’area vicino al Ghiacciaio Gerard de Geer porta oggi il suo nome: Louise Boyd Land.

Nina Demme, 1932

Nel primo decennio sovietico dell’esplorazione polare, due donne russe ridefinirono la cartografia artica. Nina Petrovna Demme (Kostroma, 1902 – Leningrado, 1977) nel 1932 guidò una spedizione di tre uomini alle Isole Kamenev, diventando la prima donna a comandare una spedizione polare; trascorse due anni tra i ghiacci della Severnaya Zemlya svolgendo rilievi geologici e botanici. In un episodio memorabile, mentre raccoglieva campioni, i suoi compagni usciti a caccia la scambiarono per un orso polare: si salvò intonando un’aria della Traviata. Non penso che Verdi potesse immaginare un simile uso delle sue opere. Maria Klenova (Irkutsk, 1898 – Mosca, 1976) completò nel 1933 la prima mappa del fondale del Mare di Barents — uno strumento fondamentale per la navigazione artica che ancora oggi porta la sua impronta.

Arnarulunnguaq

Arnarulunnguaq, nativa della Groenlandia, attraversò con Knud Rasmussen tutta l’Artide canadese in slitta fino allo Stretto di Bering durante la Quinta Spedizione Thule (1921–1924). Non si limitò a viaggiare: lungo il percorso ritrasse scene di vita quotidiana e documentò i complessi tatuaggi femminili Inuit, lasciando una testimonianza visiva di popolazioni e tradizioni che stavano già cambiando. In un riconoscimento tardivo ma significativo, la sua immagine comparirà sulle nuove banconote di Danimarca e Groenlandia nel 2028.

Ada Blackjack e suo figlio Bennett, 1923

Ada Blackjack, Iñupiaq dell’Alaska, rimase sola per otto mesi sull’isola di Wrangel nel 1923 dopo che i suoi compagni di spedizione erano morti o scomparsi. Imparò da sola a cacciare, a navigare con la barca a remi, a sopravvivere a un inverno artico con il gatto della spedizione come unico compagno. I giornali la chiamarono “la Robinson Crusoe femmina”. Come se fosse un personaggio letterario, non una persona reale che aveva affrontato e vinto una delle prove di sopravvivenza più estreme.

Il ghiaccio artico si sta sciogliendo. Le rotte che queste esploratrici cercavano a costo della vita sono oggi navigabili d’estate, e questo non è affatto una buona notizia. Ma mentre il paesaggio fisico cambia, è il momento giusto per rileggere anche la storia di chi in quel paesaggio ha viaggiato — e scoprire che era molto più affollata, e molto più femminile, di quanto ci avessero raccontato. E chissà di quante altre viaggiatrici non conosceremo mai il nome.

In copertina: La caccia al tricheco nell’Oceano Artico (particolare). Opera di François-Auguste Biard.

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Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.

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