Il 21 e il 22 marzo 2026, per la trentaquattresima edizione, ritornano le Giornate Fai di primavera; il tanto atteso evento tramite cui il Fai permette a cittadine e cittadini italiani di riappropriarsi del patrimonio culturale e paesaggistico del luogo che abitano. Possiamo parlare di una festa collettiva pensata per promuovere la conoscenza, la cura e la tutela delle località d’arte e/o naturali poco note, della loro storia e delle loro tradizioni. Il tutto sarà possibile grazie all’impegno e all’entusiasmo di volontari e volontarie presenti in tutte le regioni.
Come è accaduto per le Giornate di autunno, gli ambienti presi in considerazione sono spesso di nicchia e/o poco valorizzati, talvolta anche inaccessibili: ville, castelli, chiese, luoghi di educazione, laboratori artigianali, aree naturalistiche, teatri, collezioni d’arte e siti produttivi.

Tra i vari itinerari, che si terranno in queste due giornate, abbiamo la gita presso la Fem (Fondazione Edmund Mach), ubicata a San Michele all’Adige, nel cuore del Trentino, in un’area collinare sulla riva del fiume.
L’edificio — fondato il 12 gennaio del 1874 per volere della Dieta tirolese di Innsbruck — prende il nome dalla persona a cui venne affidato: il dottore Edmund Mach.
Ai tempi, infatti, lo stabile era un Istituto Agrario a cui lo stesso chimico decise di affiancare una stazione sperimentale con azienda agricola, che si distinse subito a livello europeo, affermandosi come “istituto modello” e divenendo un esempio grazie agli aspetti innovativi e all’efficacia della formazione e della sperimentazione di cui era dotato. Successivamente subentrò l’ex senatore Bruno Kessler, anch’egli figura importantissima per la Fondazione Mach, in quanto ne potenziò l’autonomia e l’apertura regionale.


A ogni modo, la costruzione è immersa in un campus di 14 ettari composto da vigneti sperimentali, serre e strutture d’avanguardia; è circondata da un paesaggio agricolo e alpino in linea con quella che è l’inclinazione ambientale della Fondazione.
Il complesso rupestre che costeggia lo stabile è articolato in un nucleo di strutture (alcune antiche altre più moderne) e tra le più note vi sono il monastero agostiniano e la grande cantina.


Il primo, costruito a partire dal XII secolo, viene ricordato per il chiostro, la sala del Capitolo, la cappella neogotica e i dipinti del pittore altoatesino Hannes Rabensteiner. Quanto alla seconda, situata nel sottosuolo, contiene al suo interno i vini più pregiati. Qui si possono anche ammirare botti intarsiate, commemorative di eventi particolari o dedicate a personaggi importanti per la Fem.
L’obiettivo del tour sarà la conoscenza della lunga storia dell’Istituto Agrario di San Michele e dell’arte della vinificazione; sarà, inoltre, possibile ammirare le caratteristiche botti per ricordare gli eventi fondamentali riguardanti la Fondazione: un mix speciale tra passato e innovazione, caratterizzato da vigne, architettura e ricerca d’eccellenza.
Ma quando parliamo di Fem, a cosa ci riferiamo precisamente? E la cantina, invece?
Luogo importantissimo, la Fondazione Edmund Mach è stato il primo centro di ricerca One-Health italiano a creare, mediante un approccio multidisciplinare, una sinergia tra indagine sulla qualità e sulla sostenibilità ambientale dei processi di produzione agro-zootecnica e indagine della salubrità (valore nutrizionale alla base della sicurezza degli alimenti).

L’ente risulta strutturato in: Centro Istruzione e Formazione, dove viene gestita la preparazione nel settore agricolo, forestale e ambientale; Centro Ricerca e Innovazione, in cui vengono condotti studi relativi ai settori dell’agricoltura, dell’alimentazione e dell’ambiente al fine di migliorare la qualità della vita e la crescita economica; Centro Trasferimento Tecnologico che si basa sulla ricerca applicata e sulla sperimentazione, sui servizi e sulla consulenza a favore delle imprese e del settore agro-forestale.
Gli argomenti presi in esame e studiati dalla Fondazione vanno dalla genomica alla nutrizione, dall’ambiente alla biodiversità, dalle emergenze fitosanitarie alla riduzione dell’input chimico in campagna.

Tra le varie cose, l’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) ha giudicato eccellente il 99% dei prodotti (della ricerca Fem) nella branca delle scienze biologiche, il 94% in quella delle scienze chimiche e l’88% in quella delle scienze agrarie e veterinarie.
Per rispondere alla seconda domanda, la cantina è una struttura per la vinificazione e si fonda su una filosofia che accompagna tale processo e che mette al primo posto il rispetto per il territorio e il miglioramento del potenziale enologico dell’uva. Al suo interno è presente un assortimento dei migliori trenta vini, acquistabili, dove si spazia dai bianchi leggeri fruttati a quelli più aromatici, dai rosati ai rossi corposi fino ai vini fortificati e agli spumanti.
Infine, come sarà organizzata la gita? Come già anticipato, l’escursione coinvolge una fitta rete composta nel suo complesso da settemilacinquecento volontari/e e diciassettemila Aspiranti Ciceroni (ovvero gli/le studenti delle scuole secondarie che partecipano al progetto educativo della Fondazione e, a seguito a un percorso di formazione, accompagnano i visitatori e le visitatrici durante queste gite culturali). Gli orari di apertura varieranno: il sabato dalle 14.00 alle 18.00 e la domenica dalle 10.00 alle 18.00, ma in entrambi i casi l’ultima visita potrà essere effettuata alle 17.00.
Per chi è interessato/a la Fondazione Edmund Mach è raggiungibile non solo in auto ma anche con il treno della linea Trento-Malè, visto che è collocata a circa venti minuti di viaggio dal capoluogo.
Importante sottolineare che, data la grande sensibilità che il Fai ha nei confronti dei soggetti diversamente abili, sabato 21, mezz’ora prima dall’orario di apertura, sarà prevista — in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Trento — una visita tattile alla cantina storica.
Scendendo a metà dello stivale, a Barga (Lucca), in via del Pretorio 22, è nascosto entro le mura rinascimentali il Conservatorio di Santa Elisabetta.

Il complesso, impiantato nel 1456 per volere delle Terziarie francescane (ridotte a clausura a seguito del Concilio di Trento), nacque come monastero dedicato a Santa Elisabetta di Ungheria. Il luogo, reduce dalle soppressioni napoleoniche, ha accolto nel corso dei secoli le figlie delle famiglie più ricche e importanti del territorio circostante, accumulando una grande ricchezza artistica ed economica — tutta al femminile — che lo ha reso uno scrigno di preziosi beni. In seguito, nel 1816, il Granduca di Toscana Leopoldo III lo trasformò in un Istituto di educazione e istruzione, il cui commissario esterno fu per un periodo Giovanni Pascoli, il quale lo definì: «La fucina delle maestrine di montagna». Nel 1938, la struttura è stata oggetto di un’ulteriore modifica, divenendo Scuola magistrale.
L’imponente edificio, definito dal Fai: «Un’oasi di pace, spiritualità e cultura, rimasta intatta nel tempo, che può passare quasi inosservata a un occhio poco attento», si sviluppa intorno a un grande chiostro, il cui ingresso, umile e riservato, si trova a pochissima distanza dal meraviglioso Duomo dedicato a San Cristoforo. Lo stabile è caratterizzato da un incantevole giardino, un tempo usato per la coltivazione, che affaccia sulla Valle del Serchio e sulle Alpi Apuane.


A poca distanza, è collocata la piccola chiesetta delle monache che accoglie internamente opere prestigiose, come, per esempio, la pala d’altare in terracotta invetriata di Benedetto Buglioni, raffigurante la Madonna della Cintola (nota anche come pala robbiana policroma), e il Crocifisso ligneo di scuola francese del XIII secolo.

Dentro l’attuale Conservatorio sono presenti diversi spazi: dalle numerose sale che raccontano storie legate al lavoro femminile, tramandate di generazione in generazione dalle monache che vi risiedevano, all’antico refettorio, decorato da una sublime Ultima Cena; fino alle sale e ai corridoi che ci narrano la vita quotidiana delle donne e dell’arte della tessitura.

Questo luogo, testimonianza di un passato importante, oggi è vittima dell’incuria del tempo e dell’abbandono; proprio per questo motivo il consiglio di amministrazione, retto dal dottor Mario Notini, sta adottando una serie di pratiche atte al suo recupero, alla sua valorizzazione e alla sua protezione. L’edificio, difatti, ha già beneficiato di diversi interventi di restauro, come il ripristino delle facciate per conservarne l’integrità architettonica.
Per quanto riguarda l’itinerario organizzato dal Fai, è prevista una visita al piano terra; nello specifico, si inizierà dal piccolo atrio (dove le monache erano solite conversare con le persone residenti all’esterno); si procederà con le sale che affacciano sul chiostro centrale (qui sarà possibile osservare una delle prime fotografie del poeta del “fanciullino” nell’area del Barghigiano), concludendosi nella chiesetta delle monache.

Al primo piano, invece, si potrà ammirare il Salotto della Principessa, dove nel 1937 venne ospitata la Principessa Maria José, per allattare il figlio durante un viaggio. Sempre qui è esposta una sua foto ufficiale autografata, donata alle monache in segno di ringraziamento, stima e riconoscenza. Tutte le zone aperte all’utenza saranno decorate da paramenti sacri realizzati dalle monache, tra cui delle statue vestite (ricordiamo un maestoso Gesù bambino del XV secolo) e alcuni cimeli legati all’uso scolastico della struttura.
Diversamente dalla Fem, le fasce orarie rimarranno invariate in entrambi i giorni: sabato e domenica, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00, con l’ultimo ingresso alle 17.00. Ogni turno avrà una durata di trenta minuti.
Il pubblico, suddiviso in gruppi da venticinque persone, sarà accompagnato da volontari/e del Gruppo Fai Media Valle e da componenti della Fondazione Conservatorio Santa Elisabetta.
L’ingresso del Conservatorio è situato nei pressi della salita al Duomo di Barga, insieme al banco Fai per l’accoglienza.
Concludiamo con una dichiarazione del Presidente Fai, Marco Magnifico: «Le Giornate del Fai di Primavera sono sempre di più un grande e potente megafono per raccontare cos’è il Fai e cosa fa ogni giorno; non uno spettacolare evento isolato ma il testimone di un impegno quotidiano e diffuso in tutto il Paese, di un ardimento, di una curiosità, di uno spirito di servizio e di una attenzione concreta ai temi della tutela che si affida al sostegno di un numero sempre maggiore di cittadini per continuare, di fianco e con le istituzioni dello Stato, a far bene al Paese più bello del mondo: il nostro. Per questo, le iscrizioni al Fai e le donazioni che raccogliamo durante l’evento sono fondamentali per sostenere la complessa realtà quotidiana di una Fondazione che acquisisce, restaura e valorizza per sempre e per tutti Beni culturali e paesaggistici di ogni tipo, dimensione e varietà, in grado di raccontare 365 giorni l’anno — e non solo due — la loro storia, e con la loro, quella dell’Italia».
In copertina: la Fondazione Edmund Mach.
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Articolo di Ludovica Pinna

Classe 1994. Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, editoria, giornalismo presso L’Università Roma Tre. Nutre e coltiva un forte interesse verso varie tematiche sociali, soprattutto quelle relative agli studi di genere. Le sue passioni sono la lettura, la scrittura e l’arte in ogni sua forma. Ama anche viaggiare, in quanto fonte di crescita e apertura mentale.
