Pieve di Soligo e Mogliano Veneto hanno dato il via fino da marzo alle celebrazioni in onore del soprano Toti Dal Monte, grazie a un programma speciale iniziato con la prima del docu-film di Nic Pinton Toti Dal Monte, una voce nel mondo.

Toti Dal Monte, una voce nel mondo
Il 1° aprile si è tenuto il convegno Ritratto di Signora: la vita di Toti Dal Monte fra pubblico e privato che ha ripercorso la carriera artistica della celebre cantante con l’intervento del sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia Fortunato Ortombina e la partecipazione dei nipoti Antonella e Massimo Rinaldi. Nelle due cittadine venete sono state proposte poi le cene-concerto, affiancate da omaggi musicali; è in allestimento una mostra fotografica e verranno organizzate passeggiate a tema, mentre a settembre si andrà alla riscoperta della successiva carriera di Toti come attrice cinematografica, con la proiezione dei film Il Carnevale di Venezia (1939) e Anonimo Veneziano, grandissimo successo del 1970, esordio nella regia di Enrico Maria Salerno. Il vero nome della cantante era Antonietta Meneghel ed era nata a Mogliano Veneto il 27 giugno 1893; il padre Amilcare era un maestro di musica, la madre una insegnante elementare che venne a mancare presto, quando la bambina aveva solo sei anni. Toti dimostrò fino da piccola predisposizione naturale per il canto e iniziò a esibirsi nella chiesa del paese, mentre il padre la accompagnava all’organo. In seguito i due si trasferirono a Venezia perché la giovane potesse frequentare il Conservatorio Benedetto Marcello e studiare pianoforte. All’epoca direttore era il famoso compositore Ermanno Wolf-Ferrari che accolse volentieri l’allieva, che però dopo alcuni anni si rese conto di avere le mani troppo piccole e le dita troppo corte per poter raggiungere agilmente tutte le note della tastiera. Passò allora al canto sotto la guida di una interprete assai nota all’epoca, il contralto Barbara Marchisio, che rimase colpita dalle doti innate della ragazza e decise di prestarle gratuitamente il suo aiuto. Antonietta esordì al Teatro alla Scala di Milano in un piccolo ruolo, nel gennaio 1916, come Biancofiore in Francesca da Rimini di Zandonai. Nel 1922, durante una tournée in America, il direttore d’orchestra Arturo Toscanini, notoriamente assai esigente, che aveva intuito in lei, fin da ragazzina, le qualità di una perfetta cantante lirica, la invitò a esibirsi alla Scala per il nuovo allestimento del Rigoletto di Giuseppe Verdi. In questa occasione Antonietta iniziò a utilizzare lo pseudonimo Toti Dal Monte, ottenuto unendo il diminutivo del proprio nome con il cognome della nonna materna.

Si trattò di una svolta fondamentale nella sua carriera perché era stata preferita, per la giovane età e per la voce fresca ed espressiva, a una celeberrima primadonna come la mitica Tetrazzini, per offrire al pubblico tutta l’ingenuità, la dolcezza, il sentimento di Gilda, divisa fra l’amore illusorio per il duca e l’affetto per il padre sventurato. Questo ruolo diventerà uno dei suoi cavalli di battaglia e la farà brillare in Italia e all’estero. Dopo una relazione col baritono Luigi Montesanto, sposò in Australia, a Sydney, il 23 agosto 1928 il tenore Enzo De Muro Lomanto (1902-52), incontrato durante una rappresentazione di La figlia del reggimento di Donizetti.

Da questo matrimonio nacque il 15 aprile 1930 la loro unica figlia Mary, in arte Marina Dolfin (1930-2007), scoperta da Giorgio Strehler, che diventerà una pregevole interprete delle opere goldoniane, a sua volta madre di due noti doppiatori, Massimo e Antonella Rinaldi. Il 7 dicembre 1932 avvenne la separazione consensuale della coppia. Il repertorio di Toti spaziava nell’ambito del bel canto in cui eccelleva, grazie a una voce luminosa, suadente, compatta, al tempo stesso acuta e sopracuta, ma soprattutto comunicativa, in grado di arrivare al cuore e di commuovere. Si racconta che persino le guardie che avevano accompagnato il re al Teatro Carignano di Torino avessero a stento trattenuto le lacrime mentre “la Toti” interpretava la romanza Verranno a te sull’aure… nella Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti. Fra le sue esecuzioni più frequenti figuravano una trentina di opere di una ventina di autori, che vanno da Jacopo Peri con Euridice a Stravinskij con Le Rossignol, da Bizet con I pescatori di perle fino a Rossini e Bellini; tuttavia i suoi ruoli preferiti e di massimo successo furono le protagoniste di Madama Butterfly, La Sonnambula, Norma, L’elisir d’amore, La figlia del reggimento, Lodoletta.

Sarebbe stata grande nelle messe in scena mozartiane, di cui ci resta una significativa incisione, ma mai le interpretò dal vivo perché meno eseguite all’epoca, a vantaggio di compositori italiani e francesi. Divenne, nella prima metà del XX secolo, il soprano lirico leggero per eccellenza, una figura leggendaria, apprezzata in tutto il mondo anche per le qualità sceniche: dall’Australia al Giappone, dalla Russia agli Stati Uniti. La discografia le rende solo parzialmente giustizia con registrazioni dell’arco temporale 1924-1941, ma oggi alcune interpretazioni risultano di un gusto un po’ lezioso, lontano dalla sensibilità moderna. Nel 1945 si ritirò dalla lirica e, spinta dal giornalista e critico Renato Simoni, proseguì la carriera nel campo teatrale assieme alla figlia, nella rinomata compagnia di Cesco Baseggio, specializzata nella rappresentazione dei testi goldoniani e di altri autori dialettali. Il 29 aprile 1950 la registrazione della commedia di Goldoni La buona madre fu trasmessa dall’emittente Rete Azzurra, antecedente della Rai. Toti ottenne notevoli successi anche nel cinema, a cominciare dalla commedia musicale del 1939 Il Carnevale di Venezia di Giuseppe Adami e Giacomo Gentilomo, in cui è una ex-cantante che aiuta la figlia nel debutto radiofonico, sostituendo la propria meravigliosa voce alla sua. A questo seguì un piccolo ma significativo ruolo in Gli assi della risata per la regia di Roberto Bianchi, Gino Talamo e Giuseppe Spirito (1943), il primo film italiano a episodi dopo il cinema muto. Per l’occasione venne composto dal musicista Alberto Pestalozza un motivetto che ancora oggi si canticchia: Ciribiribin che bel faccin…e che Toti eseguì con grande spirito. Nel 1944 fu la volta della commedia Fiori d’arancio di Hobbes Dino Cecchini, pellicola che si credeva perduta per sempre e invece ritrovata e trasmessa da Rai 3 nel 2011; qui interpreta la cameriera Rosa che si diletta a cantare alcune arie musicali. Nel 1950 un altro film brillante: Il vedovo allegro di Mario Mattoli, in cui è la suocera del protagonista, l’attore Carlo Dapporto. Poi fu la protagonista di Cuore di mamma di Luigi Capuano (1954) appartenente al genere “strappalacrime”, allora assai in voga, definito altrimenti “neorealismo d’appendice”; qui “la Toti” (come era chiamata dalla fedelissima cerchia di ammiratori e ammiratrici) ancora una volta è una ex-cantante, Eleonora, vedova danarosa dalla vita ritirata che rischia di essere derubata dei propri averi dal figliastro disonesto. L’ultima apparizione fu un cameo in Anonimo Veneziano, nel ruolo della signora Gemma, film che riscosse grandissimi consensi di pubblico grazie alla trama sentimentale e alla notorietà della coppia Florinda Bolkan-Tony Musante, con una colonna sonora accattivante composta da Stelvio Cipriani su musiche di Benedetto Marcello. Si sa che Toti era una donna allegra, vivace, una brava cuoca dai gusti semplici, che in campagna amava spostarsi in bicicletta, anzi il suo era una specie di triciclo («come quello dei fioi», diceva arguta con l’immancabile cadenza veneta) che meglio maneggiava visto il fisico robusto; all’epoca si pensava infatti che le cantanti avessero più potenza nella voce se il corpo era massiccio, ma Maria Callas, che dimagrì tanto da diventare un elegante figurino, smentì la sciocca diceria. Toti era pure una persona curiosa, sempre alla ricerca di cose nuove e di iniziative da intraprendere. Fu così che durante il Festival di Sanremo di cui era ospite nel 1955 promise che avrebbe creato l’Accademia Italiana della Cucina, e in breve ci riuscì. Fino alla morte fu ambasciatrice della cultura eno-gastronomica della sua terra, le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, in provincia di Treviso, dal 2019 riconosciute patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Nel 1958 comparve nella notissima trasmissione Il Musichiere, condotta da Mario Riva, dove si esibì per beneficenza con una dolce canzone in dialetto veneto e non esitò a giocare come una qualsiasi concorrente, indovinando mascherata brani d’opera e rispettivi interpreti. Rivedere (o vedere per la prima volta) queste vecchie immagini della tv in bianco e nero desta commozione, riportandoci a un passato ormai lontano, agli albori della Rai e a trasmissioni oggi impensabili, semplici, ingenue, destinate alle famiglie, praticamente senza scenografie e realizzate in studi modesti, ma pur sempre delle novità con le quali il pubblico italiano si divertiva.

Nel 1962 uscì presso Longanesi l’autobiografia Una voce nel mondo, in cui Toti Dal Monte rievoca la propria brillante carriera, gli incontri significativi con personaggi assolutamente di spicco (da Toscanini a Stalin), i viaggi in Italia e all’estero; ricorda colleghi e colleghe ed episodi della vita privata. Anche se solo in poche pagine emerge un’analisi precisa delle sue scelte artistiche, per esempio nei casi di Lodoletta e Butterfly, tuttavia riesce a dare un quadro efficace del mondo operistico del suo tempo, quando calcava i palcoscenici più prestigiosi grazie alla voce d’usignolo; è un libro di piacevole lettura, ricco di informazioni, interessante e coerente dal punto di vista contenutistico. Toti Dal Monte morì il 26 gennaio 1975, mentre era ricoverata per disturbi circolatori nell’ospedale di Pieve di Soligo, paese nel quale aveva da tempo acquistato una bella dimora d’epoca, la Villa Toti di Barbisano.

Proprio in questa località il Museo a lei intitolato raccoglie numerose testimonianze e ricordi della sua vita e della sua arte.

Nel paese natale, Mogliano Veneto, le è stata dedicata la via di accesso alla stazione ferroviaria e una delle scuole secondarie di primo grado ha preso il suo nome, mentre un concorso internazionale per giovani cantanti promettenti, che si tiene dal 1969 a Treviso, presso il Teatro comunale Mario Del Monaco, dal 1975 è a lei intitolato. Degno di nota il volume Le mie memorie con Toti Dal Monte (edito da Scheiwiller nel 1995) scritto da una vera celebrità nel suo campo: Egida Giordani Sartori (1910-99), ritenuta dalla critica musicale la decana dei clavicembalisti italiani, che ha speso l’intera vita a valorizzare questo antico strumento. Nel libro ripercorre la propria infanzia in Veneto e rievoca l’affettuosa amicizia con la cantante.

Un bellissimo tributo le è stato offerto dal poeta conterraneo Andrea Zanzotto (1921-2011) che per ricordarla come artista e come donna ha composto la poesia in dialetto solighese Co l’é mort la Toti, inclusa nella raccolta Idioma, uscita nel 1986. Volendo riascoltarla alcune celebri romanze sono facilmente reperibili su YouTube, da segnalare soprattutto la registrazione del 1926 di Regnava nel silenzio da Lucia di Lammermoor, e poi Caro nome e la sua Gilda tanto apprezzata, la sua Amina, la sua Cio-Cio-San, la sua Maria da La figlia del reggimento, che evidenziano purezza di intonazione, agilità, malinconici abbandoni. Interessante anche una intervista in cui racconta una importante tournée a Berlino, quando partirono in treno cantanti e orchestrali per la messa in scena della Lucia donizettiana, sotto la guida di Toscanini, per il quale spende gentili parole di rispetto e gratitudine; ancora prima di giungere in stazione per le vie e sui ponti c’era già una folla festosa ad attendere l’intera compagnia. Arrivò poi l’esibizione allo Staatsoper e fu un trionfo, uno dei tanti ma indimenticabile.
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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