Negli ultimi anni, in quanto studioso di immagine e comportamento, ho approfondito le mie ricerche su un gesto trascurato e apparentemente banale: accarezzare i capelli.
Il risultato degli studi e della mia esperienza concreta è non la convinzione, ma la certezza che accarezzare i capelli possa diventare una nuova forma di terapia rilassante e distensiva (come musicoterapia, aromaterapia, danzaterapia e molte altre) contro ansia, stress, nervosismo e pensieri negativi, che ci impediscono di trascorrere serenamente la giornata.

Accarezzare i capelli fa bene al corpo e alla mente, al fisico e allo spirito. Ed è straordinario poter ricavare il massimo del piacere e del benessere dal gesto più semplice, naturale e istintivo, che ci portiamo con noi dai primi mesi di vita, un gesto che sottintende potenzialità terapeutiche finora sottovalutate o addirittura ignorate. Allevia e cancella tensione, inquietudine, ansietà, apprensione, amarezza. Regala sensazioni di intenso e prolungato benessere psicofisico, dona relax, pace, piacere, tranquillità. Può diventare uno dei modi più graditi e piacevoli per impiegare utilmente il tempo libero. E, in più, è una veste assolutamente nuova e inedita per scambiarsi amicizia e manifestare agli altri fiducia, simpatia, affetto, benevolenza, disponibilità.
È un modo efficacissimo per combattere la noia, la monotonia, la routine giornaliera, creando alle mille occupazioni e preoccupazioni della giornata una simpatica, divertente, piacevole alternativa.
Accarezzarsi i capelli è anche un linguaggio e uno strumento di comunicazione che supera qualsiasi ostacolo e abbatte tutte le frontiere. I capelli, d’altra parte, sono un universo ancora tutto da esplorare con le sue infinite sorprese e meraviglie.
Si potrebbe usare indifferentemente, con lo stesso significato, il vocabolo “tricoterapia” in quanto prassi che si configura come terapia alternativa a quelle più tradizionali, che hanno già decenni di riconoscimento ufficiale alle spalle, ma preferisco servirmi della parola “tricofilìa” per richiamare l’attenzione sulla componente ludico/ricreativa/comunicativo/relazionale (accarezzare i capelli anche quale mezzo di amicizia e di feeling interpersonale) piuttosto che sull’ aspetto scientifico e paramedico di una siffatta attività gestuale. I nostri capelli sono uno sconosciuto sentiero per raggiungere l’apice del relax, e per tutti noi che conduciamo una vita frenetica tra lavoro, famiglia, problemi economici e di salute, possono diventare la medicina più economica e innocua che esiste sulla faccia della terra, sempre a portata di mano e di tutti, giorno e notte.
Non costa niente di niente, lo possiamo fare tutti, non occorrono scuole e diplomi per esercitarsi, è una pratica che anche le mani più inesperte e meno incallite possono realizzare, un gesto che sembra insignificante, e invece può trasformarsi in una fonte energetica di inesauribile, quanto insospettabile beneficio per il fisico e per la mente.
Secondo vari studi riportati dall’American Journal of Psychiatry, le carezze di qualunque tipo sono gesti terapeutici pieni di significato, capaci di esercitare un potere maggiore su di noi rispetto a tanti altri farmaci. Di solito hanno avuto un’infanzia felice tutte quelle persone che nei primi anni di vita hanno goduto di frequenti contatti fisici e gratificanti carezze. Il contatto umano ha un effetto calmante, è un balsamo che infonde sicurezza e potenzia l’autostima. Se una persona non riceve nessun contatto fisico può addentrarsi in un tunnel di tristezza e isolamento, è portata a chiudersi in sé stessa fino a cadere poi in uno stato di tale apatia e disinteresse.
Le carezze possono compiere il miracolo di farci diventare persone diverse, in pace con noi stesse/i e con gli altri, a cominciare dal nostro prossimo immediato. In qualche modo possiamo prendere esempio dagli animali domestici: sono lì a chiederci, senza parlare, di accarezzarli con la mano e ci dimostrano il loro affetto sincero senza far domande o chiedere spiegazioni…
Scrive il medico e sessuologo francese Gérard Leleu nel suo Trattato delle carezze: «La carezza è la concretizzazione dell’affetto, la certezza dell’amore, una presenza indispensabile, che nessuno può ignorare. Le carezze dispensano piacere fisico a tutti, e certamente non solo ai bambini». La fibra nervosa che rende piacevoli carezze e abbracci è stata identificata per la prima volta da un neuroscienziato della Unilever R&D, Francis McGlone. Il team di ricerca da lui guidato ha sperimentato su alcune/i volontari che le carezze, se eseguite nei posti giusti con la pressione adeguata, mettono in moto un meccanismo neuronale che fa rilasciare gli ormoni delle sensazioni piacevoli.
Dallo studio presentato a Liverpool in occasione del British Association Festival of Science è risultato anche che il tocco più piacevole non è quello necessariamente legato agli organi sessuali, che rispondono a stimoli di altra natura. Una mano sulla spalla, ad esempio, può essere confortante nei momenti difficili. È una scoperta scientificamente di notevolissima importanza. I risultati della ricerca, secondo il medico, aprirebbero le porte alla “carezzaterapia”, utile per curare certi tipi di patologie croniche legate al dolore.

Le carezze hanno un potere terapeutico enorme. La carezzaterapia cura più e meglio di qualsiasi farmaco. C’è una parte del nostro corpo sempre in vista, quelle due vivaci compagne con cui lavoriamo, ci laviamo e ci esprimiamo… le mani. Accarezzando qualcuno con le mani sviluppiamo quel magico linguaggio attraverso cui possiamo comunicare con quella persona e prendercene cura. Le carezze ci fanno tornare indietro nel tempo. Quando ci lasciamo accarezzare ritorniamo bambine/i, perché da piccoli ci venivano fatte le coccole.

Il gesto di allungare la mano per toccare e accarezzare i capelli è sicuramente il più spontaneo, una sorta di rito ancestrale che dura dalla notte dei tempi. Ce lo insegnano bambini e bambine, che nella loro ingenuità, lasciandosi guidare dall’istinto, sono portate fin dai primi mesi di vita a toccare e accarezzare i capelli o a tirarli, a cominciare da quelli della mamma o della baby-sitter o della sorellina più grande, comunque della persona con cui stanno immediatamente a contatto. Sperimentano, così, la sensazione di piacere che deriva dal toccare i capelli, e quella gratificante sensazione vorrebbero perpetuarla, moltiplicarla all’infinito.
Perché poi, col passare degli anni, rinunciamo a questo gesto, reprimiamo, soffochiamo, cancelliamo dalla nostra gestualità quello che è un insopprimibile, atavico impulso? Perché toccare i capelli dell’altra persona diventa per noi un tabù? La risposta è semplice. Perché, anche e soprattutto a causa della differenza pilifera tra i due sessi, gli attribuiamo un significato esplicitamente erotico, lo carichiamo di una valenza sessuale che invece non ha.

Così nelle società evolute il semplice, naturale, fisiologico gesto di accarezzare i capelli si è trovato a essere escluso come gesto sociale e segnale di amicizia e, al pari del bacio sulla bocca, riservato solo ai momenti di intimità e tra persone che si amano.
Eppure la tentazione, il bisogno di toccare una superficie pelosa resta insoddisfatto al di sotto della spessa crosta di divieti che la società gli va sovrapponendo. Appena vediamo una/un bambino, d’istinto la nostra mano va ai suoi capelli. Ugualmente, in presenza di un animale domestico, difficilmente resistiamo alla tentazione di lisciargli il pelo e di sentirne la sofficità e la morbidezza sotto la mano. E ci piace anche il contatto con il vaporoso piumaggio degli uccelli.
Il bisogno di accarezzare i capelli resta insopprimibile, ma commettiamo lo sbaglio più grande tutte le volte che lo soffochiamo solo perché ipocrite convenzioni sociali ci impongono di reprimerlo e di tenere le mani a posto. Per di più, c’è da chiedersi, come fa Morris ne La scimmia nuda: perché lisciarsi reciprocamente il pelo, anche solo quello di testa, e quindi in posizione chiaramente esente da sottintesi erotici, non è divenuto, tra gli uomini, un rito pubblico accettato universalmente dalla società, come lo è la stretta di mano e il bacio sulle guance? La risposta torna facilmente: perché la cultura, l’evoluzione del costume, il progresso civile e il conseguente mutare dei comportamenti hanno scaricato e riversato sul pelo umano un’eccessiva, ingiustificata e inspiegabile carica e tensione di erotismo e sessualità. Sicché il gesto di carezzare i capelli è stato bandito, escluso per essere incluso nell’elenco degli innumerevoli tabù che l’avanzata sociale ha costruito all’insegna del “non si tocca”, “proibito toccare”… Un’imposizione sociale che ha represso, inibito, bloccato l’istinto di natura.
Così è accaduto che la gestualità connessa all’accarezzare i capelli solo di rado è stata utilizzata per il suo potere dolcemente distensivo. Proprio perché nasce come espressione d’affetto non può che essere fonte di piacere e di sereno godimento, un bene dalla facile fruizione, un piacere che impariamo a riconoscere fin da piccole/i quando le nostre mamme ci sfiorano i capelli con le mani, ce li lavano delicatamente e con altrettanta delicatezza ce li pettinano e ce li baciano amorevolmente (e dovrebbero imparare a farlo anche i papà!). La gioia tattile che ne deriva alla testa e a tutto il corpo è legata ai piaceri più intensi e indimenticabili dell’età infantile.
La cute del capo, il cosiddetto cuoio capelluto, è tra le zone del corpo più sensibili e qualunque stimolo positivo vi si comunica riesce a trasmettersi immediatamente a tutta la persona, scatenando una serie di salutari reazioni a catena. Non solo procura distensione e tranquillità mentale, ma può anche suscitare qualche brivido che percorre l’intera superficie del corpo, come una lieve brezza. La capigliatura che ricopre la testa è proprio quell’importante veicolo che, in conseguenza di una delicata e sapiente stimolazione e di una paziente, lenta e tenera operazione di mano, riesce a regalare un insieme di piacevoli e profonde sensazioni di benessere in grado di trasmettersi istantaneamente al resto del corpo e, quindi, alla mente.

Ne danno prova tangibile la maggior parte delle donne, qualunque sia la loro età, che nel salone di acconciatura si immergono in una beatitudine totale, cadono in una specie di trance al momento di abbandonare tutt’indietro il capo sul lavatesta per farsi fare lo shampoo. Chiudono gli occhi, lasciano andare le braccia e le mani, distendono le gambe, si beano alla soave carezza della vaporosa nuvola di schiuma che avvolge loro il capo.
Una giovane donna confessa: «Io stessa talvolta mi servo di questo beatificante espediente con mia sorella quando, dopo una lunga giornata di lavoro, stress e tensioni di ogni genere, sente solo il bisogno di rasserenarsi e riposarsi: accarezzandole dolcemente i capelli, com’è abituata a fare la mamma con i suoi figli, è come se attraverso la mano che penetra e scorre lentamente tra una ciocca e l’altra, scivolassero via anche tutti i pensieri negativi, opprimenti, e il peso di tante, troppe preoccupazioni, è come se restasse, alla fine, solo un delizioso senso di leggerezza, di pace, di ristoro, un vero piacere fisico e mentale, il tutto senza far altro che lasciarsi andare al morbido, impalpabile tocco delle mani che si insinuano discretamente tra i capelli in lunghe, soffici, ovattate carezze».
Le carezze sono preziose in un’epoca in cui tutto viene comprato e venduto. Le carezze non chiedono nulla in cambio, non sono un investimento, un’operazione commerciale, ma un semplice e puro gesto affettivo. Si può sempre comprare un massaggio, ma non una carezza!

Per una donna i capelli sono tutto. Lo dice Niccolò Fabi in una sua canzone:
«Vivo sempre insieme ai miei capelli.
Ma quando perdo il senso e non mi sento niente,
io chiedo ai miei capelli di darmi la conferma che esisto
e rappresento qualcosa per gli altri».
«Nei momenti in cui sento che accarezzare i capelli vuole essere messaggio di tenerezza e di pace, non mi stancherei mai di farmeli accarezzare! Provo un senso di appagante serenità, di totale rilassamento…» ammette candidamente una signora. Le fa eco una mamma non più nel fior degli anni: «È un grande piacere lasciare che qualcuno mi carezzi i capelli, e soprattutto le mie figlie: lo fanno quasi tutte le sere finché non mi addormento. Mi piace farmeli accarezzare il più a lungo possibile, mi viene pian piano un desiderio di dormire…». E un’altra: «Il più delle volte è una sensazione di protezione, ma anche di riposo».
«Certe volte provo un brivido che si irradia dalla nuca. Ma permetto solo al mio partner di accarezzarmi i capelli». È la voce di un’innamorata. E così da una donna a un’altra, le testimonianze continuano all’infinito: «Mi piacerebbe accarezzare e farmi accarezzare i capelli sempre, ma è possibile solo quando si ha molto tempo libero a disposizione».
«Mi piace farmi carezzare i capelli, e soprattutto dal mio ragazzo. Mi sento quasi eccitata quando lo fa! Provo molto più piacere a farmi carezzare che a carezzare io i capelli: di solito, quando sono seduta e non per poco tempo… Sinceramente ho sempre pensato che carezzare o farsi carezzare i capelli avesse un effetto distensivo e rilassante. Ma non avevo mai immaginato che potesse diventare un hobby! Di sicuro, non lo si fa mai in quanto la gente non ci pensa». «Amo accarezzare i capelli. Mi fa felice… A farmeli accarezzare è la stessa cosa. Trovo relax e mi sento così allegra!».
E ancora: «Nel momento in cui mi si carezzano i capelli sono davvero al settimo cielo…».
Di rincalzo una ragazza: «Trovo che farsi accarezzare i capelli sia un ottimo rimedio contro la solitudine. Ci si sente serene e rilassate. Se si hanno molti pensieri per la testa, una se ne dimentica».
Con le labbra, volendo, si può mentire. Con la mano è impossibile! Tutto ciò può avere, quindi, un’implicazione a livello fisico, spirituale, sociale, può compensarci e ripagarci adeguatamente dei tanti vuoti che il quotidiano lascia in noi: niente di più sano, gradevole e rilassante che immergere in una chioma femminile le proprie dita che abilmente sappiano giocarvi e rincorrersi tra gli infiniti sentieri che si creano tra una ciocca e l’altra. E poi lasciare che siano altrettante mani a “viziarci” cullando i nostri capelli (che altro è se non tornare a rivivere emozioni che sembravano definitivamente sepolte con l’infanzia?), regalandoci un turbine di piacevoli sensazioni. Prendiamo esempio dal vento: qui ci pensa la natura a sfiorarci i capelli con mano materna. «E spesso il vento allegro e libertino/giocava nel tuo crin sciolto e corvino», scrive Vittorio Betteloni.
Un giorno, vinto dalla tentazione, ma sicuro di avere un rifiuto, ho chiesto a una matura signora con un’immensa pettinatura raccolta in crocchia di farmi vedere quanto fossero lunghi i suoi capelli. Ha accettato, con grande piacere, in realtà inaspettato da parte mia. Avevo, però, timore di infastidirla con le mie, sia pur leggerissime, carezze. Immediatamente, invece, le ho letto negli occhi e nel viso una gioia incredibile, ho avuto chiaramente la percezione di avere riacceso in lei, sulla soglia degli ottant’anni, un forte brivido di vanità, di femminilissima civetteria, risvegliandole sensazioni sopite da lunghissimi decenni. Sotto le mie carezze ha ritrovato la carica di femminilità di una volta, si è sentita di nuovo donna ancora capace di destare e di ricevere ammirazione e complimenti. Ho capito benissimo di averla resa felice per alcuni minuti, lei si è sentita amata, protetta, coccolata, vezzeggiata, voluta bene.
Mentre le carezzavo la capigliatura in cui la candidissima neve aveva preso il posto dell’argento, l’ho fatta sentire meno sola e socialmente inserita. Sono stato felice anche io per averle donato una mezz’ora di beatitudine e per aver carezzato, per la prima volta, capelli così belli e così lunghi a una donna sia pure avanti negli anni.

Per accarezzare i capelli non occorre imparare niente di particolare. È un gesto che viene sa solo, guidato dal senso di piacere che se ne ricava. Molto significativa, al riguardo, una pagina de Il piacere di Gabriele D’Annunzio: «Andrea chinò il capo. Ella gli toccò i capelli, col gesto un tempo familiare… – Basta! – mormorò (Elena), riaprendo gli occhi; e con la mano che le parve un po’ intorpidita sfiorò i capelli di Andrea. In quella carezza così tenue era tanto abbandono che fu su l’anima di lui la foglia di rosa sul calice colmo. La passione traboccò… – Che dolcezza! È vero? – disse Elena, sommessa, ripetendo quel gesto blando. E un brivido visibile le corse la persona. Premendogli la tempia, lo guardò quindi ella un poco, pur sempre accarezzandogli i capelli; e con una voce di delizia, soggiunse, allungando le parole: Quanto mi piaci!».
Distesi e rilassati, senza fretta né pensieri per la testa, si prova un indicibile piacere, gioia, emozione ad accarezzare e farsi accarezzare i capelli. Non è vero che ogni bel gioco dura poco. Assicuro che, una volta provato, si vorrebbe prolungare il gioco a tempo indeterminato… Aggiungo: è un’arte e una terapia sconosciuta che dà modo di esprimere la creatività personale in maniera singolarissima, unica, irripetibile. Chi non lo sa, lo imparerà. Basta saperlo fare nei momenti giusti, nelle occasioni e negli ambienti adatti e sempre dopo aver chiesto al partner se la cosa, com’è auspicabile, sia di suo gradimento.
Il benessere è psicologico e terapeutico per il rilassamento e la carica di distensione che ne derivano a chi se lo fa fare (il soggetto passivo) e perché aiuta chi lo fa (l’attivo) a sciogliere e rimuovere blocchi, tensioni, frustrazioni, inibizioni, a ritrovare nel silenzio e nella calma sensazioni perdute, inedite, ignorate, spesso infantili: un viaggio a ritroso nel tempo, dunque, che riporta agli anni lontani quando è al senso primario del tatto che si affida la maggior parte dei propri rapporti col mondo esterno.
Le donne – è inutile dirlo – sono privilegiate e le maggiori beneficiarie di tale pratica. La tricofilia, come piacere di accarezzare i capelli, è un’attività che ha per destinatario principale (ma non esclusivo) il sesso femminile, provvisto in testa per grazia e sublime beneplacito di madre natura, di un incredibile impianto capillifero, un’autentica foresta in miniatura, un mare di sofficità, un tesoro di morbidezza. Tot capita tot crines, avrebbero detto i nostri antenati Romani: tante teste tanti capelli. In conclusione, non resta che dire: a ogni testa la sua carezza.
Le carezze non possono essere tutte uguali, non esistono carezze fatte in serie. Le carezze impresse ai capelli devono essere personalizzate, variano in rapporto alla qualità e lunghezza del capello e anche all’individuo con cui si ha a che fare e con cui si stabilisce il contatto. C’è chioma e chioma, ci sono capelli e capelli! E questa è la chiave di volta per far “funzionare” nel migliore dei modi la terapia. Ed è un tema che richiede ulteriori spazi di approfondimento.
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Articolo di Florindo Di Monaco

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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