Il principale rapporto annuale dell’UNHCR, Global Trends in Forced Displacement 2022 (https://www.unhcr.org/global-trends), informa che a fine 2022 il numero di persone costrette alla fuga a causa di guerre, persecuzioni, violenza e violazioni dei diritti umani è salito al livello record di quasi 110 milioni di persone. A raggiungere questa cifra, che potrebbe rappresentare la popolazione di un intero Stato, ha contribuito in modo massiccio la guerra russo-ucraina. Solo dalla “terra di confine”, a causa della guerra in corso, quasi 7 milioni di persone sono fuggite in Europa e 2,8 milioni in Russia e Bielorussia. In Unione Europea, però, come ricorda Amnesty International nel suo Report, mentre l’accoglienza verso i profughi ucraini è stata incredibile, non altrettanto è avvenuto nei confronti delle persone nere, di quelle con permesso di soggiorno temporaneo e di alcune persone rom, dimostrando l’esistenza all’interno dell’Ue di un alto tasso di razzismo, rivolto spesso anche nei confronti delle severe limitazioni di viaggio nei confronti di cittadini russi, in fuga dalla mobilitazione militare. «Durante tutto l’anno — si legge nel Rapporto — i confini dell’Europa sono rimasti un luogo di esclusione razziale, pericolo e violazioni per molte persone in cerca di protezione, provenienti anche da altre parti del mondo, tra cui Afghanistan, Siria e Africa Subsahariana. Alle frontiere terrestri e marittime, gli Stati hanno sottoposto rifugiati e migranti a respingimenti sommari e forzati, spesso violenti». La tragedia del mare recentemente avvenuta in acque greche, a Pylos, è stata solo l’ultima grave violazione dei diritti dei rifugiati e migranti. Solo su Avvenire nella giornata del rifugiato, il 20 giugno scorso, questa gravissima strage è stata ricordata. Ormai il Mediterraneo, come ci ricorda Papa Francesco, è diventato un cimitero senza lapidi.
La parola chiave in questa zona del pianeta è repressione: della libertà di pensiero, della libertà di riunione, della libertà di associazione, contro cui spesso i governi intentano le Slapp (Strategic Lawsuits against Public Participation), azioni legali ingiuste contro la partecipazione pubblica che colpiscono soprattutto giornalisti/e e attivisti/e ambientali. Il ricorso alle Slapp è stato preoccupante in Austria, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria e Grecia, Croazia, Serbia e Slovenia. La Commissione europea ha proposto una direttiva anti-Slapp, in fase di negoziazione durante la presidenza svedese, ma pare che non sia ancora arrivata in porto.
Sia in Russia che in Bielorussia la guerra ha aumentato la repressione, isolando i due Paesi, con l’espulsione della Russia dal Consiglio d’Europa e la sospensione dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Nel Nagorno-Karabakh è riesploso il conflitto e anche la situazione nei Balcani si è fatta difficile. Le guerre in quest’area hanno prodotto violazioni ripetute dei diritti umani e l’utilizzo del diritto di veto da parte della Russia ha trasformato Osce e Consiglio di sicurezza dell’Onu in passivi osservatori. Non dobbiamo però credere che nell’Ue dei Paesi fondatori le cose vadano molto meglio, oggi. Il Governo francese ha recentemente sciolto “Le Soulèvements de la Terre”, il movimento che lotta contro la devastazione ambientale e la privatizzazione dell’acqua in tempo di siccità, con un’operazione quanto meno ambigua dal punto di vista giuridico( sul punto si rinvia al podcast Esteri di Radio popolare di mercoledì 21 giugno 2023).
I diritti delle donne e delle ragazze sono state violati più volte. Per quanto riguarda quelli riproduttivi, in Polonia e Slovacchia si è continuato a limitare l’accesso all’aborto, mentre in Ungheria è entrata in vigore una legge misogina e psicologicamente violenta che impone alle donne che scelgano di interrompere la gravidanza di esibire un referto medico che confermi che hanno ascoltato il “battito cardiaco fetale”. In senso contrario sono andati i Paesi Bassi, Germania e Spagna, che hanno reso meno difficile l’accesso all’aborto. La violenza di genere e domestica sono state molto alte, soprattutto in Kirghizistan e Georgia, che hanno registrato molti femminicidi, mentre in Turkmenistan, la polizia, in nome del ritorno ai valori della tradizione, ha impedito alle donne di occupare il sedile del passeggero anteriore delle automobili.
Anche il diritto alla privacy è stato fortemente compromesso dai maggiori poteri assegnati ai servizi e alle forze di sicurezza, da parte del governo turkmeno soprattutto nei confronti di attivisti/e pacifici/he che chiedevano soltanto di presentare una petizione .
In molti Paesi, tra cui la Polonia, l’Ungheria e la Turchia è in atto un attacco all’indipendenza della Magistratura.
Torture e maltrattamenti sono avvenuti nei confronti dei prigionieri di guerra nel conflitto russo-ucraino, oltre che in alcuni stan, come Kazakistan e Tagikistan. Anche l’Italia è stata segnalata per le accuse di tortura nelle carceri.
La libertà di espressione è stata fortemente compromessa in Russia, dove i giornalisti e le giornaliste sono state prese di mira e molti giornali e siti web sono stati chiusi. Le persone che criticavano la guerra sono state arrestate, multate pesantemente o condannate a punizioni o al carcere. Molte persone che criticavano la guerra sono state dichiarate “agenti stranieri”. Meta è stata addirittura definita “organizzazione estremista”.
In molte altre parti di questa area, come in Ungheria, Polonia, Lettonia e Turchia, la vita dei giornalisti e dei difensori dei diritti umani è stata resa molto difficile, con aggressioni fisiche in Kosovo, Montenegro e Serbia. La Bielorussia ha arrestato moltissime persone che avevano espresso simpatie ucraine. Il Turkmenistan ha bloccato 1,2 miliardi di indirizzi Ip per impedire l’accesso alle informazioni dall’estero.
Fortemente repressa la libertà di riunione. La Turchia ha ripetutamente vietato i Pride e le manifestazioni in ricordo delle vittime di sparizioni forzate. La Svezia ha spesso abusato della detenzione preventiva, la Serbia ha abusato della forza contro i manifestanti, la Slovenia ha comminato multe severe, la Grecia ha proceduto ad arresti arbitrari, mentre l’Ungheria non ha esitato a licenziare senza giusta causa chi prendeva parte alle proteste. Il governo del Kazakistan ha arrestato oltre 10mila persone che protestavano per ottenere delle riforme, utilizzando munizioni vere e proiettili di gomma, etichettando i manifestanti come “terroristi”, maltrattandoli e sottoponendoli a detenzione in condizioni disumane, causando e la morte di 219 manifestanti e 19 agenti di pubblica sicurezza.
Turchia e Francia si sono distinte come paesi che hanno limitato fortemente la libertà di associazione cercando di sciogliere le associazioni più scomode.
Il Paese che si è maggiormente accanito contro i difensori dei diritti umani è stata la Turchia. Tuttavia, è da registrare il grande successo ottenuto con la sentenza che ha ribaltato le accuse contro l’ex presidente di Amnesty International Turchia Taner Kılıç, e la Direttrice di Amnesty International İdil Eser, arrestati, insieme ad altri due difensori dei diritti umani Özlem Dalkıran e Günal Kurşun, nel 2017 in seguito alle manifestazioni del tentato colpo di Stato. Purtroppo, moltissimi insegnanti, politici, giornalisti resteranno ancora in carcere sulla base di prove inconsistenti.
Nella civile Europa, che a parola condanna ogni discriminazione, i rom sono stati ancora discriminati in materia di alloggio, istruzione, polizia, e sono spesso accompagnati da dichiarazioni di disprezzo. La segregazione scolastica dei rom è avvenuta in Albania, Croazia, Kosovo, Macedonia del Nord e Slovacchia. Le persone Lgbtiq+ sono state fortemente discriminate in Ungheria, mentre la Polonia continua a dichiarare alcune parti del suo territorio, in spregio alla Carta dei diritti fondamentali Ue, “zone libere da Lgbti”.
Purtroppo, la guerra in Ucraina ha vanificato ogni tentativo di intraprendere azioni per il clima: «le attività militari hanno inquinato l’aria, l’acqua e il suolo con sostanze tossiche e la condotta delle ostilità da parte della Russia ha aumentato il rischio di un incidente nucleare intorno alla centrale di Zaporizhzhia». L’esplosione del gasdotto Nord Stream e la recente distruzione della Diga di Nova Kakhovka hanno completato l’opera, realizzando quest’ultima un disastro ambientale, energetico, climatico, umanitario, morale. Tutti pagheremo le conseguenze, anche ambientali, di questa guerra e i primi che avrebbero dovuto saperlo sono i Capi di Stato europei che non hanno mosso un dito per cercare una negoziazione che avrebbe risparmiato migliaia di vite umane e la salute nostra e del Pianeta.
In copertina: mobilitazione di Amnesty International per la libertà di espressione davanti all’Ambasciata russa a Roma.
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la maiuscola. Docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
