Iniziamo a pubblicare i lavori migliori pervenuti al Concorso Sulle vie della parità, X Edizione, della Sezione B, Narrazioni, dopo la seconda giornata di premiazione tenutasi presso l’Università Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione. Il tema proposto: Superare gli stereotipi di genere.
I primi sono tre racconti, tra i diversi che ci sono giunti dal liceo scientifico Matteo Raeli di Noto.
Al primo, dal bel titolo Quando il corpo è una trappola, che si sviluppa a partire dall’incipit 2 di Antonio G. Bortoluzzi ed è stato scritto “a quattro mani” da Corrado Casto e Francesco Intagliata della V A, è stato attribuito il Premio per le Classi Quinte.
Sono state Santinella Fortuna e Venera Parisi, docenti della classe e referenti del progetto “Ptof Toponomastica femminile – Sulle vie della parità” a guidare i due autori e a scegliere di mandarci il loro lavoro, dopo averlo proposto all’intero gruppo-classe.
In proposito la giuria si è espressa così:
«Questo racconto, che si sviluppa su più piani temporali, presenta una scrittura fluida e piacevole. Bene l’aderenza all’incipit e alla tematica proposta; molto buona anche la resa del sentire che caratterizza il protagonista».
Incipit: «Durante i lunghi esercizi il ragazzo osservava la propria immagine riflessa allo specchio e vedeva i muscoli abbastanza gonfi delle braccia, delle gambe e del torace: niente da dire, c’era della forza nel suo corpo. Le goccioline di sudore scivolavano leggere e disegnavano direzioni, incroci, sovrapposizioni sulla pelle. Stava diventando massiccio. Il problema era che non sapeva quanta forza servisse per sentirsi forte, così forte da non avere più paura».
Racconto: «Quella stessa paura che si portava dietro da quando era bambino. In ogni esercizio che faceva, in ogni peso che sollevava caparbiamente, in ogni goccia del suo sudore, in ogni attimo in cui si guardava allo specchio, era come se sfogasse tutta la rabbia delle prese in giro e degli insulti che lo avevano accompagnato dall’infanzia fino al liceo.
Aveva ancora impressa nella sua mente l’espressione sarcastica e la voce di quel bambino che, alla scuola materna, essendo appassionato del cartone animato “Dragon Ball'”, lo chiamava Majinbu, alludendo al noto personaggio obeso di quella saga. Quante volte i compagni di elementari e medie lo avevano deriso dandogli del Ciccione! E come dimenticare quella volta al liceo, in cui un ragazzo, con la tipica spavalderia di un adolescente, gli aveva chiesto: “Di quanti mesi sei? È un maschio o una femmina?”. Nonostante tutto, Andrea rispondeva alle crude provocazioni col sorriso stampato in faccia e con una battuta autoironica che mascherava il suo profondo disagio. Mostrava un coraggio ancora inconsapevole. Ovviamente, tutte le espressioni colorite di cui era bersaglio le occultava quasi a sé stesso. Quando arrivava il momento di andare a dormire, balzavano prepotentemente fuori. Poggiava la testa sul cuscino e si lasciava andare ad un pianto liberatorio.
E poi, il peggio durante la pandemia. Con la vita sedentaria del lockdown, e la sua profonda solitudine, aveva raggiunto i 110 kg. Ma proprio quel momento generò in lui la forza e l’audacia di cambiare marcia. Si sa, da soli non si va da nessuna parte, abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci aiuti, ci consigli. E quel qualcuno lo aveva proprio vicino a casa sua: Matteo, un ragazzo poco più grande di lui che aveva dovuto affrontare lo stesso suo problema. In un pomeriggio caldo di fine maggio, in preda alla disperazione, Andrea era andato proprio da lui per chiedergli qualche suggerimento.
Matteo cercò subito di allontanare ogni paura, di eliminare ogni imbarazzo. Gli raccontò la sua storia per fargli capire che non era solo e che quella realtà la vivevano tante altre persone. Come primo passo gli consigliò di rivolgersi ad un dietologo e di non cadere nell’errore che aveva commesso lui, cioè affidarsi ad una delle tante promettenti diete proposte da pseudo specialisti in rete. “Il dietologo è come un sarto”, disse Matteo, “tranquillo che saprà cucire la dieta giusta per te”.
Andrea si persuase subito che fosse la direzione giusta e, tornato a casa, chiese alla madre di contattare un bravo dietologo e prendere un appuntamento.
La dieta che quel medico gli impose era ferrea, ma Andrea non si perse d’animo, consapevole che bisognava fare qualche sacrificio se voleva stare meglio.” Dai Andrè, stasera andiamo a prenderci un panino”, lo invitavano i compagni, ma lui rispondeva in maniera decisa: “Non posso, ho già sgarrato questa settimana”. E quante volte aveva dovuto rinunciare ai dolci di cui era tanto goloso! La dieta proseguiva bene, in un mese aveva perso più di sette chili ed era contento. Era il momento di iscriversi in piscina. Aveva già praticato il nuoto da piccolo e si ricordava bene di tutte le perfide battutacce subìte, soprattutto in occasione dei tuffi a bomba, quando lo deridevano per la quantità d’acqua che sollevava. Per fortuna questi erano ora solo lontani e brutti ricordi di cui voleva liberarsi.
Una bracciata dietro l’altra passarono altri due mesi. La bilancia segnava 80 chili. Ogni pomeriggio andava da Matteo, sempre accanto a lui per sostenerlo, per ringraziarlo delle sue parole di conforto. “Senza di te non ci sarei riuscito”, gli diceva. Determinato nella sua scelta di cambiamento e mosso da una straripante forza di volontà, era arrivato il momento di iscriversi anche in palestra. La frequentava quattro volte alla settimana, agevolato dal fatto che si trovava proprio sotto casa sua. Non fu facile ma, nel giro di pochi mesi, si scorgevano i primi rilevanti risultati. Non cambiava solo il suo corpo, ma anche la sua anima. Diventava sempre più forte e sicuro di sé. Finalmente riusciva a specchiarsi, senza avere rimorsi per ciò che aveva mangiato il giorno prima, senza la paura di essere trafitto nel profondo da qualche insulto di coetanei che, in realtà, erano molto più deboli e vigliacchi di lui. Sì, perché quelle persone offendevano solo perché per loro era l’unico modo possibile per mostrarsi superiori e nascondere le proprie insicurezze. Lo diceva Matteo, sulla base della sua stessa esperienza, ogni volta che si incontravano, ogni volta che Andrea sfogava il suo senso di frustrazione. E non lo diceva per fare retorica, ma con la convinzione che con la sua forza di volontà e il suo coraggio, Andrea sarebbe riuscito, presto, ad affrontarli a testa alta. “I bulli sono così, denigrano gli altri per poter abbassare, agli occhi di tutti, coloro che sono migliori e sentirsi alla pari. Loro non hanno la tua forza”.
Tra gli incontri con Matteo e gli allenamenti a ritmo serrato e incessante, il suo indice di grasso corporeo era decisamente in picchiata, il suo peso era arrivato a 74 kg. I primi muscoli facevano capolino da quello che prima era un lurido ammasso di ciccia, come lo definivano i compagni di classe.
Gli stessi compagni che, invidiosi di lui nel notare tutti quei miglioramenti, erano stati improvvisamente travolti da un’ondata di sincero pentimento e continuavano a invitarlo e a complimentarsi con lui. Prima una festa, poi un aperitivo, poi il caffè delle tre del pomeriggio nel bar della piazza centrale. Pian piano si ritrovava circondato di amici, alcuni veri, molti altri falsi. Ed era proprio di quelli falsi che aveva bisogno di liberarsi: sul suo cuore gravava un ammasso abnorme di insulti che aveva accumulato e cercato di ignorare durante la sua vita. E chi l’avrebbe mai detto che le parole avessero un peso così grande da sembrare insostenibili? Ogni sillaba a cui ripensava era come un coltello che gli sferzava e trapassava il torace. Tuttavia, quell’esperienza vissuta ripetutamente dai tempi dell’infanzia aveva fatto sì che Andrea riscoprisse in sé una tenacia sconosciuta. Grazie all’aiuto di Matteo, ma soprattutto alla sua forza interiore, era riuscito a superare tutte le difficoltà che negli anni di scuola lo avevano perseguitato come demoni. Tutto ciò lo portò ad esternare questo senso di gratitudine per Matteo che, con un sorriso dal quale traspariva tutta la sua amarezza, si denudò delle sue fragilità più profonde: “Anche io, lo sai già, sono stato un grassone come te”, disse con gli occhi lucidi. “Un giorno, prima che iniziasse il mio cambiamento, mentre mi trovavo da solo ed immerso nelle mie insicurezze, sono andato nella camera da letto di mia madre e ho preso i suoi ansiolitici. Delle pillole che lei usava per dormire, soffrendo di insonnia. Ne ho preso un pacco intero perché avevo visto in televisione che era possibile morire nel sonno. Sì Andrea, ero un codardo incapace di reagire agli insulti e cercare aiuto come hai fatto tu. Mi sono addormentato e pian panino scivolavo dalle braccia di Morfeo a quelle di Thanatos. Ero felice di chiudermi alle spalle la porta degli insulti, delle offese e della vergogna di chi ero agli occhi degli altri. Invece mi svegliai in ospedale con un giovane medico e da lì ho iniziato il mio nuovo cammino. Tu sei molto più coraggioso di me, credimi, tu sei il vero eroe di questa storia”.
Oramai Andrea stava per iniziare l’università, un nuovo percorso di vita. Aveva deciso di iscriversi all’Università di Pavia per gettarsi alle spalle una volta per tutte l’amarezza del passato, lontano da cattivi e meschini pettegolezzi. Ora si sentiva forte, aveva superato tutti gli ostacoli ed era cosciente di essere l’eroe della sua stessa storia. La nuova fase cominciava dunque con nuove consapevolezze e con una nuova serenità, lontano dalle falsità del suo paese, piccolo abbastanza perché le voci circolassero con facilità. Durante il primo anno di università conobbe Anna. Anche lei, per una stranissima coincidenza del destino, aveva vissuto la stessa situazione per molto tempo. Il loro amore, la loro empatia e il racconto reciproco delle loro storie, delle difficoltà psicologiche vissute, diventarono i punti di forza per superare le ipocrisie della società e decidere di aiutare chi era bersaglio di insulti, discriminazioni e stupidi stereotipi».
Le insegnanti Santinella Fontana e Venera Parisi ci hanno inviato anche i due racconti che seguono, che hanno ottenuto, ex aequo, il Premio per le Classi Quarte: Volare e il potere di realizzare i sogni di Clara Gallo e Chiara Salerno (hanno scelto l’incipit 4 di Mariapia Veladiano) e In quegli occhi la libertà di LaviniaCampisi (incipit 2 di Antonio G. Bortoluzzi), tutte e tre allieve della IV A.
Sul primo il giudizio della giuria è stato il seguente:
«Buona aderenza al tema e buona la forma espressiva. Emerge una ricerca da parte delle autrici che conferisce al racconto il valore dell’impegno oltre la creatività».

Questo invece il giudizio sul secondo:
«Il racconto, pur nella sua brevità, è coerente con la tematica proposta. La forma e la narratività sono scorrevoli e omogenee».
Incipit del primo racconto: «Lo faccio da sempre quando i miei hanno ospiti a cena. Chiudo bene la porta della camera, se non lo facessi di là parlerebbero più piano e non potrei sentire, poi prendo il cuscino del letto, mi distendo sul parquet, appoggio la testa sul cuscino e incollo l’orecchio alla porta. Poi ascolto. I discorsi che i grandi fanno dopo una cena con gli amici, quando pensano di non essere sentiti dai figli, sono i più interessanti. È così che ho saputo cosa è successo al barboncino dei vicini che un giorno ha smesso di abbaiare ed erano stati tutti gli altri, compresi i miei genitori, a chiamare i vigili e Luc era finito al canile. Quella volta non ho parlato per una settimana dalla rabbia e però non potevo dire perché. Quando con gli amici parlavano di politica mi addormentavo, ma capitava poche volte. Quella sera parlavano di maschi e femmine, interessante. “Oggi c’è una bella libertà”, dice Clara, l’amica della mamma. “I figli possono scegliere strade che una volta erano impossibili. Ci sono donne magistrate, uomini baby sitter…“I manny”, dice la mamma. “Sì, e nessuno si stupisce più”, conclude Clara. “Beh, c’è un limite”, è mio padre a parlare. “Te la immagini una donna camionista?” “Ma ci sono. Ne abbiamo una in azienda, bravissima”, lo interrompe Clara. “Sì, ma dài, che lavoro è per una donna?” Io seguivo senza respirare la discussione. Mi chiedevo che cosa sarebbe successo, quando tra qualche giorno gli avrei detto quello che volevo fare nella vita».
Racconto: «“Beh, c’è un limite”, quell’affermazione di mio padre mi aveva sorpreso, convinta com’ero che fosse un uomo dalla mentalità aperta e che non si facesse influenzare dagli stereotipi di genere. Iniziai a riflettere che sarebbe stata una brutta giornata per lui quando gli avrei rivelato la mia grande aspirazione di diventare pilota di aerei di linea, nella speranza un giorno di poter lavorare in una delle più importanti compagnie nazionali e anche internazionali, dal momento che si era stupito già nell’apprendere della camionista che lavorava in azienda con Clara, l’amica della mamma, definendolo un “lavoro maschile”. Mio Dio! Non potevo accettare che era proprio il mio adorato papà a pensarlo! Questo sogno io lo inseguivo sin da bambina, ero affascinata dal volo degli uccelli e dal loro naturale modo di librarsi in alto nell’immensità del cielo, sebbene piccoli, imitando semplicemente la tecnica dei loro genitori e degli altri uccelli. Era veramente stupefacente! Mio nonno, che aveva intuito la mia curiosità verso il prodigioso volo degli uccelli, mi aveva comprato dei libri di ornitologia e insieme trascorrevamo i lunghi pomeriggi invernali a leggere ed apprendere i segreti della tecnica del volo di quelle meravigliose creature.
La mia passione in tal modo non poté che crescere, nutrendosi di volta in volta del sogno di poter anch’io, un giorno, riuscire a volare, di provare l’ebbrezza e il senso di libertà di guardare il mondo dall’alto. Ma quando ne parlavo a scuola con alcune delle mie amiche, con una smorfia di derisione mi scoraggiavano dicendomi che era un sogno impossibile da realizzare; loro, nel futuro, si identificavano in ruoli prettamente femminili. Questa cosa mi faceva stare male. Il nonno percepì subito il mio malessere e me ne chiese il motivo, invitandomi a confidargli le mie preoccupazioni. Così, tra le lacrime, gli raccontai del mio sogno e di tutte le perplessità che lo accompagnavano, consapevole del fatto che potevo contare almeno sulla sua comprensione e che tra le sue braccia avrei trovato, se non altro, conforto. Invece la sua reazione mi lasciò a dir poco esterrefatta. “Possiamo realizzare tutto se effettivamente lo desideriamo e ci impegniamo a studiare per diventare da grandi brave o bravi professionisti” disse. Realizzai che il nonno aveva una mentalità più aperta di mio padre, stentavo quasi a credere che fossero padre e figlio. Il nonno mi spiegò che il progresso e l’evolversi dell’intelligenza umana aveva migliorato la vita dell’umanità attraverso l’ideazione di mezzi di trasporto via terra, via mare, ma anche via aerea. L’aereo nel corso dei secoli era stato sempre più perfezionato con strumenti all’avanguardia per poter percorrere le autostrade del cielo. Mi raccontò anche che il volo era stata la grande passione del poeta Gabriele D’annunzio, che per la prima volta aveva osato sfidare il cielo su un fragilissimo biplano costruito dai fratelli Wright. E mi raccontò di Amelia Earhart, che nel 1920, all’età di 23 anni, recandosi con il padre a un raduno aeronautico a Long Beach in California, per la prima volta salì su un biplano per un giro turistico di dieci minuti che le cambiò la vita. Infatti, da lì iniziò a frequentare le lezioni di volo e, dopo un anno, con l’aiuto della madre, acquistò il suo primo biplano con cui avrebbe stabilito il primo dei suoi record, cui ne seguirono molti altri, salendo a un’altitudine di 14.000 piedi. Fu anche la prima donna a sorvolare l’Atlantico nel 1931, impresa per la quale venne soprannominata Lady Lindy e nel 1935 entrò nella Purdue University come visiting faculty member per consigliare le donne sulla loro carriera e come consulente tecnico per il Dipartimento dell’Aeronautica. Nel corso della storia dell’Aviazione, una notevole componente femminile si è poi affermata e ciò mi incoraggiava perché il volo aveva affascinato nel passato tante altre ragazzine come me. Il nonno mi parlò anche di Fiorenza de Bernardi, entrata nella storia d’Italia per essere stata la prima donna pilota di linea, la cui passione per il volo era nata seguendo le orme del padre che era un pilota dell’Aeronautica militare. La giovane Fiorenza, che aveva intrapreso la sua carriera alla fine degli anni ’60, vincendo la diffidenza dei suoi colleghi uomini e riuscendo a guadagnarsi la loro fiducia, diventò un esempio per molte altre donne. Nell’evento “Il futuro come lo vuoi … se ci credi” Fiorenza raccontò, ormai anziana, come aveva sfidato con la sua tenacia ed intraprendenza gli stereotipi e pregiudizi per realizzare il suo sogno e incoraggiò le nuove generazioni a seguire con determinazione le proprie passioni.
Io feci mio il messaggio di Fiorenza de Bernardi: “il futuro è come lo vuoi… se ci credi”, e io ci credo! Pertanto, dovevo decidermi a parlarne ai miei genitori, anche perché ero oramai alle soglie del diploma ed era tempo di scelte. Entrai in cucina per consumare la colazione, determinata a comunicare ai miei il mio progetto di vita. Le mie parole fluirono ininterrotte. Mio padre si infuriò e definì la mia intenzione una “follia” per una donna. Mia madre invece fu fiera della mia tenacia e determinazione e mi diede il suo appoggio. Certo, sapevo che il corso per ottenere il brevetto da pilota era molto oneroso e, anche se durante le precedenti estati avevo lavorato in un negozio come commessa ed avevo messo da parte un piccolo gruzzolo, i soldi non bastavano. Mia madre mi rassicurava giorno dopo giorno che mi avrebbe aiutato mettendomi a disposizione una parte della somma e magari avremmo chiesto un prestito in banca, ma la scuola per piloti aveva un costo veramente elevato, ben centomila euro, ed io ero sempre più scoraggiata perché il mio sogno di volare sembrava sempre più sfumare.
Quando poi mio padre si ammalò, chiusi nel cassetto quel sogno. Io e la mamma ci dedicammo a lui perché non potevamo lasciarlo da solo, aveva bisogno di cure ed era necessario assisterlo giorno e notte. In quel periodo mio padre sembrava cambiato, parlavo tanto con lui e pensavo che lo stessi conoscendo veramente solo in quelle ultime settimane. Compresi così che la sua mentalità non era diversa da quella del nonno. Mi confessò, quasi sorridendo, che si ricordava della sua affermazione di quella sera, “Beh, c’è un limite”, e di come mi aveva fatto star male definendo il mio sogno una “follia” perché non accettava che prendessi il brevetto di pilota. Subito dopo però mi spiegò che era contrario perché era un lavoro molto rischioso, ma che era giusto che io decidessi riguardo al mio futuro, ormai non ero più la sua bambina, ero una donna. Io non avevo capito la sua apprensione, mi sentii mortificata. Ma ero felice, anche se frastornata. Non sapevo che mio padre, durante le lunghe giornate di malattia, a mia insaputa, aveva preso nota della sede del corso di pilota e aveva contattato la segreteria per l’iscrizione.
Così, un giorno, ricevetti una serie di mail che mi invitavano a registrarmi e mi informavano delle date del corso da pilota civile da seguire. Non capivo, ma seguii le istruzioni che erano indicate nelle mail. Mio padre, intanto, si stava riprendendo. Aveva superato la fase critica della malattia e sarebbe presto rientrato a lavorare. Dopo qualche giorno, mi chiamò e mi disse che aveva provveduto lui stesso al pagamento del corso per poter realizzare il mio sogno di volare. Desiderava anche guarire completamente per fare il primo volo con una straordinaria pilota di linea, sua figlia. Lo resi fiero perché conseguii il corso con il massimo dei voti, diventando una pilota di linea della compagnia nazionale, entrando anche io tra quelle 18 mila unità femminili che solcano il cielo».
Incipit del secondo racconto: «Durante i lunghi esercizi il ragazzo osservava la propria immagine riflessa allo specchio e vedeva i muscoli abbastanza gonfi delle braccia, delle gambe e del torace: niente da dire, c’era della forza nel suo corpo. Le goccioline di sudore scivolavano leggere e disegnavano direzioni, incroci, sovrapposizioni sulla pelle. Stava diventando massiccio. Il problema era che non sapeva quanta forza servisse per sentirsi forte, così forte da non avere più paura».
Racconto: «Di cosa non dovesse avere paura, però, non lo sapeva bene nemmeno lui. Ciò che sapeva era che non voleva più sentire dentro di sé quell’angoscia che da tempo lo attanagliava senza tregua e che gli concedeva soltanto qualche attimo di serenità superficiale.
Erano passati un po’ di mesi da quando l’aveva incrociata per l’ultima volta e, come sempre, qualcosa della presenza di lei lo aveva lasciato assorto in un senso di spaesamento.
“Guarda quella là, sempre con tipi diversi ogni sera… Chissà quanto devono essere disperati per passare del tempo con una del genere…”. Lo distoglievano da quei momenti i tanti amici che si ritrovava, ma che difficilmente capivano cosa passasse per la sua testa. La verità era che lui non riusciva a levarle gli occhi di dosso: non riusciva a capacitarsi di quanto potesse farlo soffrire vederla lontano da sé, di quanto “quella là” avesse alterato totalmente i suoi equilibri, tanto da averlo privato di qualunque tipo di spensieratezza. Ma nonostante non ignorasse i propri sentimenti, l’ultima cosa che avrebbe voluto era condividere i suoi pensieri con quei ragazzi.
Più volte aveva provato a esprimere quel turbine di emozioni, e altrettante volte aveva trovato un muro tra loro e sé stesso, un muro che non gli consentiva di potersi fidare, di potersi sentire libero di ammettere come stessero davvero le cose, un muro costruito e sorretto da pregiudizi, critiche e opinioni poco meditate.
“Perché non inizi ad andare in palestra e a mettere su qualche muscolo? Come pensi di poterti far notare dalle ragazze altrimenti? Tutte vorrebbero qualcuno abbastanza forte da farle sentire protette, qualcuno di una certa stazza fisica e di un certo aspetto… Perché dovrebbero scegliere un ragazzo che a malapena potrebbe prenderle in braccio?”
“Chi vi ha detto che una ragazza debba aver bisogno di un uomo che la difenda, mi chiedo poi da cosa, e che le mostri la sua “forza”? E soprattutto, perché questa “forza” di cui parlate deve obbligatoriamente essere rappresentata dai muscoli o da un fisico impeccabile?”
“Beh, l’uomo ha il compito di proteggere la propria donna e di farla sentire al sicuro, è risaputo. Nel momento in cui riesci a raggiungere quel tipo di immagine, chi o cosa può fermarti?”
“Quindi non potrei farla sentire al sicuro supportandola emotivamente, ricordandole quanto lei valga per me e quanto io creda nella sua, di forza? O vi sembra troppo banale e “da femminuccia”? Fidatevi: esistono molte cose che possono contraddirvi…”.
Gli sembrava quasi che questo loro voler diventare a tutti i costi dei bellimbusti fosse solo un modo per non affrontare la vita vera e mascherare tanta insicurezza che credeva non avesse nulla a che fare con l’aspetto fisico. In ogni caso, in palestra aveva deciso di andarci lo stesso. Era consapevole di non essere forte, non perché fosse magro e non riuscisse a spostare carichi pesanti come facevano gli altri, ma perché non sopportava più di stare fermo nella sua stanza oppresso da quei pensieri ingombranti, e aveva contemplato l’idea che l’allenamento potesse davvero cambiare qualcosa e aiutarlo a sfogarsi, ad abbassare quella strana febbre di cui era in preda.
Così, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, aveva cominciato a guardarsi più spesso allo specchio e ad apprezzare maggiormente quello che vedeva, ma l’esterno della sua persona era in contrasto con ciò che accadeva all’interno. Qualunque miglioramento riscontrasse, immediatamente la sua mente lo portava da lei, al fatto che magari avrebbe potuto iniziare a vederlo con occhi diversi. Avrebbe voluto davvero provare a cambiare solo per sé stesso, ma era consapevole che tutto ciò che faceva, lo faceva per lei.
“Finalmente hai deciso di accettare la realtà dei fatti e hai capito che il modo in cui appari è decisivo se vuoi goderti questi anni. Si vede già la differenza, sai?”
“Ah, davvero? Grazie… Mi fa piacere” rispondeva ai suoi amici, facendo finta che l’unica cosa che non volesse fare fosse andarsene al più presto, per smettere di sentire quella pressione che lo rendeva ancora più turbato e inquieto.
Era confuso, non capiva perché fosse lì. Qual era il problema se non gli interessava allenarsi? In fondo, non importava quanto lo facesse, si trattava soltanto di una distrazione temporanea, un modo per evitare di fare i conti, prima di tutto, con la sua interiorità.
Passato qualche tempo, dopo molte giornate e soprattutto molte notti vissute a rimuginare su chi fosse e su cosa volesse, aveva preso la decisione di trascorrere qualche momento in più in quella palestra, ma stavolta per un motivo in particolare: una ragazza che non aveva mai visto prima aveva iniziato a sorridergli più spesso di quanto non facesse di solito una sconosciuta. Aveva riconosciuto nello sguardo di quella ragazza qualcosa che aveva stuzzicato la sua curiosità e che lo aveva spinto a superare la sua naturale timidezza, per soddisfare un irrefrenabile desiderio di rivolgerle la parola.
E non avrebbe potuto fare scelta migliore.
Fu lei a rompere il ghiaccio: “Ho notato che sei uno dei pochi qui dentro che non osa minimamente fissare le ragazze mentre si allenano; mi verrebbe da dire che sia strano. Cos’è, ti vergogni per caso?”
“Semplicemente non vorrei mai mettere nessuno in imbarazzo… Quell’atteggiamento non mi appartiene, e non penso nemmeno possa fare molto piacere a una ragazza che, magari, viene qui solo per distrarsi un po’ e stare meglio con sé stessa”, le rispose con tono rassicurante.
“Tranquillo, non ti stavo mica accusando di qualcosa”.
“Lo so, lo so… Però ci tenevo lo stesso a fartelo sapere”.
“E come mai ci tieni così tanto? Non ci conosciamo nemmeno…”.
“A questo si potrebbe pur sempre rimediare”, aveva risposto lui, rendendosi sempre più conto di quanto fossero neri e profondi gli occhi di lei, e quanto quegli stessi occhi avrebbero potuto avere la capacità di liberarlo dalle sue ossessioni e fargli dimenticare il motivo per cui si era ritrovato in quella palestra dove, fino a qualche istante prima, non avrebbe neanche voluto essere.
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Articolo di Loretta Junck

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.)
