Può sembrare un’operazione azzardata quella di dedicare un volume a una attrice in piena attività, che ha davanti a sé ancora una lunga e bella carriera, eppure Teresa Megale è riuscita nell’intento visto che l’oggetto della sua ricerca e dei suoi scritti è Pamela Villoresi, protagonista delle scene italiane addirittura da mezzo secolo. Incredibile davvero, ma si spiega, come vedremo, nel suo esordio precoce e nel suo continuo rinnovarsi, sia calcando il palcoscenico sia alternando altri ruoli nel mondo dello spettacolo. Teresa Megale ha alle spalle un curriculum importante, sia come esperta di teatro sia come autrice di saggi sul tema, ed è docente di Discipline dello Spettacolo nell’ateneo fiorentino.
Ha fondato nel 2007 la Compagnia teatrale universitaria Binario di Scambio presso la medesima sede universitaria e attualmente ne è la direttrice.

Si può affermare dunque che la sua immersione nella realtà del teatro, specie quella toscana, è totale, perciò nessuna meglio di lei poteva accostarsi alla figura di Pamela Villoresi, pratese di nascita, legata in più occasioni al famoso Metastasio, emblema della sua città, e anche alle produzioni dell’Associazione Teatrale Pistoiese. Il volume di cui stiamo trattando, I teatri di Pamela Villoresi. Cinquant’anni di spettacolo, è stato edito da La Mongolfiera nel 2023, con un espressivo ritratto giovanile dell’attrice in copertina, ed è arricchito da una ampia e utile serie di appendici. Si comincia con una Teatrografia che ne ripercorre la carriera dal lontano debutto il 22 gennaio 1972 con Una favola vera, in cui ragazzina quindicenne interpretava la Principessa, per arrivare di tappa in tappa, di luogo in luogo, al febbraio 2023, con una messa in scena tratta dal Gabbiano di Cechov, dal titolo suggestivo Seagull Dreams. I sogni del gabbiano.
Si passa poi alla Filmografia, suddivisa in tre parti, iniziando con i lavori nati per la televisione, fra cui mi piace citare sia quel Marco Visconti (1975) che le diede tanta notorietà sia la personale memoria dello sceneggiato del 1980 La Velia, dal bel romanzo, purtroppo quasi dimenticato, dello scrittore fiorentino Bruno Cicognani, per la regia di Mario Ferrero.

Seguono poi i sei testi teatrali adattati per la televisione, fra cui spiccano le collaborazioni con Strehler e Missiroli. Si conclude con i film che vedono fra gli altri regie di Scola, Montaldo, Valerii, Placido, fratelli Taviani (Il sole anche di notte), Sorrentino (La grande bellezza), fino al 2022 con La donna per me, diretto da Marco Martani. Conclude la pubblicazione una ricca Bibliografia, ma certo il nostro occhio curioso va volentieri all’apparato iconografico, rappresentato da una serie di foto di scena che rimandano ad alcuni degli spettacoli più memorabili a cui Pamela ha partecipato. Anche qui mi è d’obbligo un ricordo personale, che mi lega alla indimenticabile, meravigliosa versione che quel genio assoluto di Strehler realizzò con la commedia di Goldoni Il campiello. La vidi al Teatro Metastasio di Prato il 12 febbraio 1977, ma aveva debuttato al Piccolo di Milano il 5 giugno 1975. Pamela era Gnese, una delle giovani che vivono intorno alla piazzetta veneziana dove si svolge la vita della piccola comunità, dove si ride e si piange, dove si lavora e si discute, dove si assiste al malinconico addio di Gasparina e ai giochi infantili nelle pozze d’acqua. Il sodalizio dell’attrice con Strehler proseguì con altre produzioni rimaste nella storia del teatro italiano: Arlecchino servitore di due padroni e Le baruffe chiozzotte, ancora di Goldoni, Temporale di Strindberg, Minna von Barnhelm di Lessing, L’isola degli schiavi, Le utopie di Marivaux. Altre belle foto sono relative a spettacoli successivi, fino ai più recenti in cui Pamela ha i ruoli rispettivamente di Frida Kahlo e di Irina Arkadina.
All’inizio però avevamo scritto che Villoresi non sta dedicando le sue energie solo alle interpretazioni, dobbiamo infatti ricordare che in tante occasioni è stata ed è regista, ma pure svolge dal 2019 il compito di direttrice artistica del Teatro Biondo Stabile di Palermo, ed è un primato perché è la prima donna alla guida di un ente teatrale pubblico. Di questo fra l’altro scrive nella Postfazione Giovanni Puglisi, Presidente di quel teatro, che non per nulla intitola il suo breve ma significativo testo Il fascino del prisma. “Prisma” che si può intendere in vari modi: allude certo alla «”doppiezza” del teatro: il teatro è vita e la vita sta sempre, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, in scena, su una qualsivoglia scena», ma si rifà chiaramente al carattere di Pamela, una donna dalle mille sfaccettature, «straripante di energia, di bellezza e di gioiosità», in cui «l’artistico, il personale, il professionale si mescolano». Al suo contributo si deve la scuola di teatro in cui può esprimere l’amore per la formazione dei giovani talenti. Dopo l’affettuoso augurio di Puglisi per un felice compleanno artistico, non ci resta che tornare al principio e alle interessanti pagine di Teresa Megale che si è data il compito di ripercorrere nei dettagli la lunga e articolata carriera di Villoresi, entrando talvolta anche nella sua vita privata. In vari agili capitoli si comincia ovviamente dalla famiglia, che la voleva ragioniera per entrare nell’azienda paterna, ma presto, fin da ragazzina, si appassiona al teatro e frequenta a Prato il Teatro Studio, una vera fucina creativa dove conosce fra gli altri Roberto Benigni. Per seguire il suo sogno lascia la sua città a soli quindici anni, con un coraggio incredibile, e si trasferisce nella capitale, allora un ambiente ricco di stimoli e di personalità di spicco.

Sceneggiato Marco Visconti, 1975.
Qui si avvicina a un gruppo che fa capo al Teatro Alberico, composto per lo più da artiste e artisti toscani, come Paolo e Lucia Poli, lo stesso Benigni, Donato Sannini. In breve arriva il successo con lo sceneggiato Marco Visconti, d’altra parte Pamela è giovane, bella, piena di talento e inizia con disinvoltura un percorso artistico in cui passa senza difficoltà da un ruolo all’altro, da un genere all’altro. Notata da Strehler, va a vivere a Milano e inizia il sodalizio fruttuoso con il suo maestro; ecco il ruolo nella citata edizione della commedia Il campiello con una compagnia di eccellenza composta anche da diverse altre attrici emergenti, costrette come lei a padroneggiare il dialetto veneziano. Nel 1979 interviene un fatto strettamente privato, cioè il matrimonio con il direttore della fotografia Cristiano Pogany; la famiglia cresce in pochi anni, con la nascita di Eva e Tommaso e l’adozione della piccola indiana Isabel. I successi teatrali si susseguono, insieme ai premi più prestigiosi, come il Duse nel 1988, ma la personalità vivace e multiforme di Pamela si deve mettere alla prova con altro. Fonda l’associazione culturale TeA (Teatro e Autori) e inizia a cimentarsi nelle regie e con la direzione artistica, dando vita al Festival delle Ville Tuscolane, nel 1992, sul tema quella prima volta del viaggio, della villeggiatura e dei relativi intrecci amorosi. Per un biennio, fra 1994 e ’96, scrive sul quotidiano cattolico Avvenire e conduce la trasmissione televisiva Milleunadonna, di cui realizzerà 18 puntate,intensificando nel frattempo la sua attività principale di talentuosa interprete con spettacoli di grande risonanza, fra cui L’isola degli schiavi di Marivaux e Taibele e il suo demone, di cui è ideatrice, protagonista e regista.
Fra 1997 e ’99 la sua vita viene fortemente colpita da due dolori immensi: la morte di Strehler, considerato quasi un padre, e la precoce scomparsa del marito che la rende vedova a 42 anni. La fede le sarà di conforto, l’aiuterà a superare quel momento e a trovare nuova energia. Il 9 aprile 2004 viene chiamata in Vaticano per leggere, insieme ad Arnoldo Foà, le meditazioni del monaco Louf, durante i riti della Via Crucis, ultima apparizione pubblica del papa Giovanni Paolo II.
Vanno avanti i suoi progetti, di pari passo con la carriera; eccola a dirigere il Festival Arie di Mare, a Porto Santo Stefano, il Festival internazionale di Castel dei Mondi ad Andria, il Festival della spiritualità Divinamente Roma che approda anche a New York. Nel 1999 diviene consigliera comunale a Prato, ma dopo alcuni mesi lascia per dedicarsi alla formazione e progettazione di eventi con un corso di laurea innovativo, con sede a Firenze, destinato a diventare un modello per altre università italiane. Altri onori l’attendono: il Salomone d’Oro dell’Università di Firenze, la laurea honoris causa in Scienze dello Spettacolo a Palermo, il premio internazionale Pirandello e tanti riconoscimenti per il suo lavoro artistico.

Impossibile anche citare i mille e mille incarichi, impegni, ruoli ricoperti sia nei più vari settori dello spettacolo sia nella vita politica e sociale, in cui è attenta alle aspirazioni femminili e si può affermare rappresenti un esemplare modello di donna e di professionista.
L’accurata ricostruzione operata da Megale procede con approfondimenti dedicati a singoli spettacoli, fra cui va citata la grande prova fornita con il monologo La storia di Ninì, tratto nel 1987 dal romanzo di Pratolini Lo scialo; per comprenderne l’assoluto rilievo basta leggere i lusinghieri commenti della critica citati alle pagine 58—60. L’autrice si sofferma anche sulla presenza scenica e sullo stile recitativo, dovuto sia ai gesti di volta in volta misurati, oppure passionali, sia alla voce che viene modulata in maniera quanto mai
espressiva e varia.

A Roberto Giambrone è affidato un capitolo sull’approdo al Teatro Biondo di Palermo, sul percorso portato avanti con tenacia in questi anni difficili segnati dalla pandemia; arriva anche una anticipazione: Villoresi debutterà il 26 aprile come co—protagonista, nel “suo” teatro, con il testo del premio Nobel norvegese Jon Fosse La ragazza sul divano con il collega e regista Valerio Binasco, in prima assoluta il 5 marzo al Teatro Carignano di Torino. A chiusura del testo una breve, affettuosa testimonianza di Rosanna Purchia, con cui la collaborazione risale al lontano 1976, ai tempi del Piccolo Teatro di Milano, per cui Purchia lavorò 33 anni prima di diventare Sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli. «Penso che Palermo ― afferma ― sia una città molto fortunata ad avvalersi di “una forza della natura” come Pamela e mi auguro che se la tenga stretta perché lei è una donna che ha sempre le braccia tese e le mani aperte e non i pugni chiusi come sempre più spesso nel mondo d’oggi vediamo».
Concludiamo con una sintesi efficace della poliedrica signora delle scene, dai «molteplici talenti», pure poliglotta impregnata di cultura mitteleuropea (può recitare in francese, inglese, tedesco, spagnolo), che viene fornita nella Prefazione dalla regista Irina Book: «Una madre, un’attrice, una campionessa di canottaggio, un’ottima cuoca, una padrona di casa premurosa: si butta in ognuno di questi ruoli con una dedizione al cento per cento».
Che dire di più? Non ci resta allora che ringraziare Megale e rinnovare l’augurio: buon compleanno artistico, cara Pamela, e cento di questi giorni…

Teresa Megale
I teatri di Pamela Villoresi. Cinquant’anni di spettacolo
La Mongolfiera editrice, Torino, 2023
pp. 192
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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.
