La Medicina di Genere si occupa di studiare le differenze fra uomini e donne nella manifestazione delle malattie e nelle risposte terapeutiche da utilizzare. Ma prima di tutto dobbiamo chiarire che sesso e genere sono due cose diverse.
Il sesso ha origini biologiche: a un neonato con la coppia di cromosomi XY, pene e testicoli, viene assegnato il sesso maschile, ma il suo orientamento sessuale potrà essere di vario tipo (eterosessuale, omosessuale, bisessuale) e ciò è determinato prevalentemente dalla biologia. Un ragazzo di sesso maschile, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, può anche non riconoscersi nel sesso maschile, così come una ragazza biologicamente femmina può non identificarsi in una donna.
Chi si identifica con il suo sesso biologico è definito cisgender, ma l’identità di genere è indipendente: di due donne che si riconoscono nel sesso femminile, una può essere eterosessuale e l’altra omosessuale.
Chi invece non si identifica col suo sesso biologico viene definito transgender e può identificarsi nell’altro sesso o non riconoscersi né maschio né femmina. Con buona pace di chi, non conoscendo i risultati della ricerca genetica, non accetta che la distinzione binaria maschio/femmina sia in realtà molto labile e non così rigidamente definita.
Il genere, invece, è quella serie di comportamenti, attività, ruoli e opportunità che le società umane ritengono adatti e specifici per uomini e donne. Il genere, e tutto il complesso di regole scritte e non scritte che si porta dietro, agisce per l’intera vita della persona, sia a livello individuale sia nelle relazioni con gli altri, ma anche attraverso le decisioni delle istituzioni. Nel tempo, il concetto di genere si è allargato, superando la distinzione binaria maschio/femmina e includendo lo spettro dei diversi orientamenti sessuali e di identità di genere. Inoltre, poiché è un processo culturale e non legato alla biologia, è andato comprendendo tutte le altre condizioni soggette a discriminazione, marginalizzazione e ineguaglianza, come ad esempio l’appartenenza a determinati gruppi etnici, la disabilità, lo stato socio-economico.
Sesso indica quindi come siamo, in termini di condizione naturale, Genere come diveniamo, secondo condizioni acquisite. Aggiungiamo poi che per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi e per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso oppure no un percorso di transizione.
Comprendere la differenza fra sesso e genere riveste particolare importanza nel campo della salute: i determinanti di genere incidono profondamente e in modo negativo per le donne, tramite un sistema sanitario discriminatorio, una ricerca scientifica discriminatoria, una maggiore vulnerabilità alla malattia e alla disabilità. Tutti questi fattori agiscono insieme per creare disuguaglianza di genere in termini di salute. Basti pensare come, ancor oggi, sia resistente la sindrome del bikini, tendenza radicata nella medicina di considerare l’universo femminile a fini scientifici esclusivamente per le differenze nei caratteri sessuali e per le malattie della riproduzione.

Proviamo a fare qualche esempio. Nel mondo, le donne vivono in condizioni socio-economiche svantaggiate rispetto agli uomini, basti pensare alle differenze salariali non ancora colmate anche a parità di mansione o alla difficoltà di raggiungere posizioni lavorative di alta responsabilità. Ciò significa per le donne meno risorse per la propria salute e minore potere di influenzare le istituzioni affinché se ne occupino. Sono spesso le donne a farsi carico di lavori pesanti o difficili, senza dimenticare il carico di lavoro di una donna che, oltre ad andare a lavorare fuori casa, deve poi anche occuparsi dell’abitazione, di figlie/i e/o di genitori anziani.
Un’altra discriminazione sta nella difficoltà, in molte società, di poter studiare. Un livello culturale inferiore non determina per le donne solo differenze economiche, ma anche poca consapevolezza di sé, del proprio corpo e della propria salute. Così come la limitazione della libertà femminile determina, ad esempio, un minore accesso allo sport e all’attività fisica, che ha come conseguenza una maggiore predisposizione all’obesità, all’osteoporosi, alle malattie cardiocircolatorie, persino alle malattie autoimmuni.
La pandemia da Covid-19 ha mostrato in modo inequivocabile l’importanza del genere nella risposta alla malattia. Gli uomini hanno un rischio più elevato di sviluppare sintomi severi e di morire per le conseguenze della malattia, ma la crisi e le misure attuate per contenere il contagio hanno avuto un diverso impatto sugli uomini e sulle donne. Ad esempio, nella gestione della campagna vaccinale, la questione di genere è stata ignorata: la riflessione scientifica si è soffermata sul rapporto rischi/benefici in relazione all’età, ma non si è dato alcun peso al genere. Altre conseguenze della pandemia legate al genere sono state la grave crisi occupazionale che, alla fine del 2020, ha visto essere donne il 70% di chi ha perso il lavoro, così come la decisione di chiudere le scuole. In una società che dà per scontato che debba essere la donna a occuparsi di figlie/i, come si fa a non valutare che la chiusura così a lungo delle scuole (che, messe in sicurezza, non sarebbero state luoghi di diffusione del virus più di altri) avrebbe spinto anche le donne che avevano un lavoro (magari part-time o precario) a precipitare nella disoccupazione? E tutto ciò in un paese come l’Italia, che già ha forti discriminazioni nell’accesso al lavoro e un tasso di occupazione femminile fra i più bassi d’Europa.
Il cosiddetto gender bias, cioè la discriminazione legata al genere, è il primo pregiudizio da smantellare, poiché donne e uomini spesso ricevono diagnosi e cure di qualità diversa a causa del genere a cui appartengono. Inoltre, per una vera Medicina di Genere, il bias da sconfiggere è proprio l’assunto che le cure possono essere identiche per uomini e donne, negando le differenze di genere.
La parità di genere nel diritto alla salute non può essere costruita sul principio dell’identicità, ma questo percorso è ancora al suo inizio.
Prendiamo in esame le sperimentazioni di farmaci nuovi: nel 1977 la Food and Drug Administration degli Stati Uniti (Fda, l’ente che si occupa di sperimentazione e regolamentazione dei farmaci) raccomandava che le donne non venissero incluse nelle prime fasi di studio dei nuovi farmaci e solo nel 1993 ribaltò quella posizione, chiedendo che gli studi includessero uomini e donne in misura equivalente. Avveniva quindi che in buona parte i farmaci e l’intera medicina fossero riferiti alla fisiologia del maschio caucasico di circa 70kg. Oggi sia la Fda sia l’analoga agenzia europea Ema richiedono che gli studi clinici includano le donne in tutte le fasi, ma siamo solo a un primo passo. Eppure, la battaglia per la migliore cura possibile non può e non deve essere considerata solo una questione femminile: il gender bias può mettere a rischio anche gli uomini, e non solo perché figli, quindi legati alle condizioni di salute delle madri.
Facciamo un esempio fra i più tipici: la depressione. È un problema che colpisce molto di più le donne degli uomini (in percentuale quasi il doppio). Nonostante ciò, nel mondo sono gli uomini che si tolgono la vita. In Italia, nel biennio 2014-2015 il 78% dei suicidi era commesso da uomini. E lo stesso accade in tutto il mondo, con poche eccezioni: in media il tasso di suicidio tra gli uomini è tre-sei volte maggiore che nelle donne. Questa sproporzione fra numerosità dei casi di depressione e suicidio ha certamente cause complesse, ma è possibile che negli uomini la depressione sia sottodiagnosticata proprio a motivo di ragioni culturali e stereotipi di genere, anche perché l’uomo tende a parlare di sé e dei suoi problemi emotivi con più difficoltà e a non chiedere aiuto.
Un altro esempio significativo è dato dal tumore mammario, considerato solitamente una malattia femminile. Eppure, tra il 2004 e il 2014 nel mondo sono stati sedicimila gli uomini colpiti e i casi sono in aumento. In Italia, nel 2019 sono stati registrati cinquecento casi di carcinoma mammario maschile. Gli uomini presentano tassi di mortalità più elevati rispetto alle donne, soprattutto nel periodo successivo alla diagnosi: questa disparità probabilmente è associata ad analisi tardive e trattamenti non adeguati. Molto dipende anche dalla dimensione bio-psico-sociale del paziente: il tumore mammario maschile apre anche a possibili considerazioni di mancata virilità. Eppure, se anche gli uomini attuassero periodicamente l’autopalpazione preventiva (pratica che si considera tipicamente femminile), le cinquecento diagnosi annuali a carico del sesso maschile in Italia diminuirebbero drasticamente.
Sottolineiamo ancora una volta l’importanza della Medicina di genere, o meglio della Medicina Genere-specifica o, meglio ancora, Medicina di Precisione, che non è “un’altra medicina” o la “medicina delle donne”, ma un approccio metodologico trasversale che studia l’influenza del sesso e del genere sulle malattie, volto a curare ciascun paziente in modo mirato. L’uso dell’espressione “Medicina di Genere” rischia pertanto di far pensare a una medicina parallela e andrebbe possibilmente evitato.
Ma ancora oggi la medicina viene insegnata e applicata come se non esistessero le differenze di genere. È necessario, invece, porre l’attenzione del mondo scientifico e clinico sul modo in cui le malattie si manifestano nei due generi e soprattutto valutare le differenze rispetto ai sintomi, alla necessità di differenti percorsi diagnostici, alle difformità nella risposta ai farmaci e anche alla necessità di utilizzare farmaci diversi. Una ricca riflessione su tutto ciò si può trovare nel bel testo di Silvia De Francia La medicina delle differenze, edito da Neos Edizioni nel 2020.
Non si può concludere senza aver almeno accennato alla cosiddetta teoria del Gender, nata negli ambienti più conservatori negli anni Novanta del XX secolo, che sostiene che gli studi di genere sottendono una macchinazione predefinita che mira alla distruzione sia della famiglia sia di un supposto ordine naturale (quello basato sul dualismo maschio/femmina e sui relativi rapporti di forza) su cui fondare la società. In sostanza, l’espressione teoria del Gender è un termine ombrello usato come parola d’ordine contro i movimenti femministi e Lgbt+, in opposizione alle lotte, rivendicazioni e teorie che tali movimenti hanno elaborato e prodotto. La parola “gender” è quindi usata come una clava per evitare di riconoscere i diritti della comunità Lgbt+.
Va ricordato qui che la comunità scientifica internazionale non riconosce alcuna valenza scientifica a detta teoria. Diverse associazioni accademiche e ordini professionali si sono espressi, ribadendo che una “ideologia” del gender semplicemente non esiste: le intense campagne mediatiche sarebbero piuttosto da ricondurre a dinamiche tipiche delle teorie del complotto. Come scrive Chiara Lalli su Internazionale del 31 maggio 2015 «Ma le Cassandre della “ideologia del gender” combattono contro un nemico che hanno immaginato, o che hanno costruito, stravolgendo il reale, per renderlo irriconoscibile e poterlo così additare come un mostro temibile (si chiama straw man ed è una fallacia molto comune)».
I sostenitori della teoria del Gender si oppongono con molta virulenza, ad esempio, a ogni forma di educazione sessuale e affettiva nelle scuole. È ovvio che, in realtà, chi si oppone all’educazione al genere si oppone a un approccio inclusivo libero da stereotipi, che permetta a bambini e bambine di esprimersi liberamente nel loro percorso di crescita e autodeterminazione. Viene inoltre impedita una formazione importante quale è quella contro tutte le discriminazioni.
La vicenda del Disegno di Legge Zan contro ogni discriminazione e violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, approvato dalla Camera il 4 novembre 2020 e affossato definitivamente dal Senato il 27 ottobre 2021, ne è un esempio lampante.
***
Articolo di Roberta Pinelli

Ho lavorato per 42 anni nella scuola pubblica, come docente e dirigente. Negli anni fra il 2019 e il 2024 sono stata Assessora alle Politiche Sociali del Comune di Modena. Mi occupo da sempre di tematiche femminili e ho pubblicato un Dizionario biografico delle donne modenesi.
