Mia madre mi raccontava che le famiglie per bene dovevano avere almeno un figlio medico, uno avvocato e uno ingegnere, perché potessero essere utili in ogni evenienza. Il capostipite della sua famiglia, suo nonno (il primo che avrebbe avuto poi il suo nome in alto nella cappella di famiglia al cimitero) aveva avuto tre figli maschi, oltre a una caterva di femmine, tutte delegate a servire in casa e in campagna, per le numerose necessità materiali quotidiane. Aveva, quindi, fatto studiare il primo come medico e, non essendo riuscito a far studiare gli altri due (che avevano ereditato, però, il mestiere di famiglia), aveva imposto a ognuno di loro di far studiare un loro figlio per una delle due professioni rimaste, senza badare alle predisposizioni personali, ma solo per convenienza e rispetto della buona tradizione. Ricordo un ingegnere infelice, inadeguato sul lavoro, procuratogli ad hoc, scrittore di poesie religiose per compensazione.
Al primogenito della famiglia di mia mamma, toccò di diventare avvocato: studiò, non senza fatica e con “spinte” di diverso tipo, a Milano, si impiegò poi in banca, senza mai esercitare, in realtà, la professione!
Mia madre aveva sei fratelli e due sorelle: tutti i maschi furono fatti studiare (tranne uno che ereditò il mestiere di famiglia) e tutte le femmine no! Mia madre, secondogenita, mi diceva che era molto brava in matematica alle “commerciali” (non c’era ancora la scuola media unificata) e le sarebbe piaciuto continuare a studiare, ma doveva servire in casa e viste le gravidanze continue di mia nonna (nove, a cui però aggiungerne almeno altre tre, di cui un piccolino morto a due anni e diversi aborti, più o meno “spontanei”) praticamente allevò lei tutti i suoi fratelli e sorelle!
Nei suoi racconti sentivo odio e amore verso la sua famiglia, sentimenti però mai vissuti in modo consapevole, mai “venuti a galla” e dominati. Anzi, erano le diverse pulsioni che di volta in volta la possedevano e conducevano i suoi passi.
L’odio si manifestava come una frustrazione sottile, derivata dal “sentire” di essere stata sempre sfruttata senza averne ricevuto nulla in cambio, neanche un grazie o un affetto riconoscibile, che a sua volta diventava un’ostilità sotterranea, alla base di litigi continui e male parole, inspiegabili anche a lei stessa che poi se ne pentiva.
L’amore portava a una dipendenza emotiva che le aveva impedito di allontanarsi da casa, dal paese, di trasferirsi (come avevano tentato con mio padre) prima a Milano (dove io sono stata concepita) e poi in un’altra zona (dove abitavano parenti di mio padre), per l’incapacità di vivere lontano da tutta quella “Grande famiglia” che aveva dentro e che la condizionava in tutto e per tutto.
Così come avrebbe voluto continuare a studiare, mia mamma avrebbe voluto lavorare: e il bello è che non se ne rendeva conto, invidiava le donne che avevano un loro lavoro, una loro indipendenza economica, autonomia… e anche se mio padre lasciava in mano sua tutti i soldi e non le faceva pesare niente, a lei pesava! Come lo studio, anche il lavoro era inconcepibile per l’italietta degli anni ’50, in cui le donne che si sposavano “bene” dovevano trovare un marito che le sapesse mantenere, pena il dimostrare al mondo che non era un buon partito e il matrimonio non era stato “buono”.
Crescendo e studiando, io a tutto questo ho saputo dare un nome: patriarcato! Lo studio e il lavoro danno libertà, dignità, autodeterminazione… troppo per le donne, da imbrigliare e tenere a freno, come cavalle da domare!
Mia madre mi ha permesso di studiare ed essere me stessa, per questo, nonostante lei fosse casalinga, del tutto asservita alla mentalità della sua famiglia e inconsapevole di sé, al suo funerale l’ho ringraziata e detto che il mio femminismo era maturato grazie a lei!
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Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, già docente di filosofia/scienze umane e consigliera di parità provinciale, tiene corsi di formazione, in particolare sui temi delle politiche di genere. Giornalista pubblicista, è vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile e caporedattrice della rivista online Vitamine vaganti.
