Editoriale

Carissime lettrici e carissimi lettori,

siamo al numero due. Abbiamo superato il momento dell’emozione, delle congratulazioni, della sorpresa e della curiosità, insomma dei sentimenti e, perché no, anche delle critiche e dell’autocritica, ambedue azioni sempre fertili e necessarie per il lavoro futuro. Abbiamo lasciato la sfera emozionale, del primo passo, e ci incamminiamo insieme lungo la via del proseguire che per un mezzo di informazione è rimanere ben legati e fedeli ai fatti, dall’attualità alla Storia, sia essa del sociale, della cultura, delle donne e degli uomini e aggiungerei, anche delle bambine e dei bambini che un tempo, come magistralmente scrisse il grande Adriano Bollea in un suo saggio, erano solo giudicati anticamera della persona adulta e non esseri con valore giuridico.

Nel nostro alfabetiere dei luoghi comuni di questo secondo numero di Vitaminevaganti.com la corrispondenza è con la seconda lettera dell’alfabeto, la “B”, legata alle bambine e all’oggetto/giocattolo che più di ogni altro si è avvicinato, quasi sovrapposto, sempre a loro: la bambola. La bambola (o il bambolotto) è lo stereotipo che ha segnato più di tutti la donna, guidandola da subito, dalla primissima infanzia, ai suoi destini futuri. Di madre, e prima ancora di moglie, attraverso l’amore/fecondazione del maschio, da lei poi reso “padre”. Soprattutto come madre avrà il compito di essere custode della casa, angelo del focolare, responsabile della vita delle figlie e dei figli alle quali e ai quali dovrà impartire un’educazione adeguata al sesso, partendo appunto dai giocattoli, distinti per ciascuno di loro, secondo il sesso di appartenenza appunto, e mai con possibilità di scambio, tra sorelle/future madri e fratelli votati alla vita esterna, all’azione mai divisa dal pensiero attivo, creatore di imprese.

Perché ci si chiede, e purtroppo lo si è chiesto troppe volte nel tempo della Storia umana, cosa possano fare da grandi le bambine? Possono accedere a tutte le professioni aperte potenzialmente ai loro compagni maschi? Qui leggerete due articoli dedicati a questo interrogativo e che forse lo risolvono. La Lingua (e non solo l’italiano) ci risponde un “no”, negando fino ad ora, nel vocabolario, il femminile di medico, di avvocato, di ingegnere, ma anche di idraulico o di fornaio (semmai si minimizza in fornarina, come per la nota modella di Raffaello). E invece le donne si sono laureate in medicina o in matematica e oggi abbiamo una rivincita gloriosa grazie alla statunitense Karen Keskulla Uhlenbeck (vedi articolo) alla quale a è stato assegnato il premio Abel (corrispondente al Nobel che non esiste per la matematica), per la prima volta dato a una donna.

Oggi le femministe, seppure a fatica, portano avanti le loro riviste piene di colore e ironia e contestano la fast fashion, la moda che non tiene conto del corpo femminile, relegandolo a una sorta di manichino istericamente sbattuto tra una collezione e l’altra, lo testimoniano due altri articoli che seguono in questo numero.

Qui leggeremo anche dell’eterno rapporto della donna con i cibo a cui , nei secoli, è stata preposta per la preparazione e la sua distribuzione a tavola, ma che lei sa far diventare anche espressione di cultura, scrittura, immagine. Ben venga la donna celebrata finalmente nelle intitolazioni di nuove strade come quella intitolata nel centro storico di Brescia a Laura Cereto (articolo), la colta cittadina bresciana del XV secolo che sapeva leggere in latino e in greco. Come interessanti le storie delle ventuno donne della Costituente a cui è intitolato l’anfiteatro del Giardino “Rosa Balistreri “di Palermo, di Teresa Noce, a Torino, della pittrice Emma Ciardi, a Refrontolo.

Il 21 marzo, inizio di primavera, tra speranze di fioritura, di sole e di maggior spazio per le passeggiate all’aria aperta, si celebra il giorno della Poesia che incoraggia a un mondo migliore. Appena il giorno dopo è la volta di un’altra grande celebrazione a livello mondiale: l’acqua, “l’oro azzurro” di cui qui parliamo proprio in coincidenza con questo appuntamento. Di Poesia e di laica sacralità (per dirla con un ossimoro) parla l’articolo su Fabrizio De André, primo numero di una serie sui cantautori. Alle cantanti del folklore, tante alunne dell’indimenticabile Diego Carpitella, è dedicato un altro dei nostri articoli di oggi. E forse attraverso i canti di una di loro siamo condotte nel racconto dell’interessante collezione del museo di Nuoro.

Le bambine e i bambini sono i piccoli utenti di una libreria/bar dove si parla inglese creato da una londinese all’Esquilino il quartiere più multietnico di Roma. Un cerchio che si chiude riportandoci alla seconda lettera dell’alfabeto, ma collegandoci al quotidiano. Dalle bambine e dai bambini infatti bisognerebbe cominciare. Perché i fatti di cronaca che riempiono questi giorni le pagine dei giornali ci portano a pensare che solo dando informazioni giuste alle nuove generazioni si potrà uscire dallo stallo (ma è eufemistico chiamarlo così) in cui sembra incappato il mondo. Bisogna cominciare a dire ai bambini, ai maschi, che le loro future compagne di vita hanno valore, prima di tutto umano. Poi che hanno valore quando questo merito se lo sono guadagnato sul campo, in qualsiasi campo, dove devono essere libere di operare ed eccellere. Qui ancora un argomento trattato in questo secondo numero, perché dovremmo capire, per esempio, se certe professioni, come in questo caso quella medica, siano davvero state aperte alle donne o siano, invece, state abbandonate dagli uomini e dove comunque le donne arrivano raramente (se non mai) nelle stanze del comando e delle decisioni.

Il femminicidio e il corridoio di eventi che porta a questo, quali le violenze fisiche e psicologiche e lo stalking, appaiono problemi assolutamente ancora non risolti della nostra società. E anche da qui si deve cominciare dai bambini e pure dalle bambine che devono imparare a discernere il vero amore dal possesso e troppo spesso confondono l’amore verso il compagno con la sottomissione o con il desiderio di dare aiuto, di impegno a volerlo salvare. Ai bambini, ai maschi bisogna dare l’educazione al rispetto, al controllo delle emozioni. È essenziale che ricevano e assimilino fortemente fin dai primi anni di vita l’abitudine a rispettare le persone, e particolarmente la donna che sarà la sua compagna affettiva. Il femminicidio entra purtroppo in pieno, in qualsiasi momento oggi, come tema centrale di un editoriale di una pubblicazione di parità. Ma questa volta la presenza di questo argomento è reclamato con più forza . Perché oltre ai grandi numeri si aggiungono le sentenze, gli sconti di pena a cui si guarda con incredulità, soprattutto perché vedono autrici anche altre donne nel loro delicatissimo ruolo di giudice . Si sbigottisce di fronte a motivazioni come “tempesta emotiva”, “ambiguità della donna”, “scarsa avvenenza”. Violenza su violenza. E allora si torna a pensare ancora con più urgenza che “è indispensabile un’educazione all’affettività, e ai suoi limiti e al rispetto della pari dignità e della libertà del partner, che deve precedere e accompagnare quella alla legalità” , come ha detto in una recentissima intervista l’ex ministro della giustizia Giovanni Maria Flick.

Oggi, con gli ultimi episodi di cronaca, capita che proprio le bambine e i bambini ci insegnino la legalità e la giustizia, oltre al coraggio. Portano i nomi di Greta e di Rami i quali, giovanissimi, ci hanno salvato e si sono salvati dal pensiero “malato” degli adulti.

In un mondo di Family-day (vedi articolo) di decreti che riportano la donna in un ruolo subordinato e vessatorio, le buone notizie sono arrivate da queste ragazzine e ragazzini coraggiosi e coscienti di sé e del mondo che le e li accoglie. E tutto ciò fa davvero piacere.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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