Non credo in ciò che dici, non credo in come lo dici: la Cassandra dell’Osservatore romano

Da circa una settimana sta circolando, anche se un po’ in sordina, la notizia delle dimissioni di Lucetta Scaraffia, direttrice del periodico Donne Chiesa Mondo, legato al giornale vaticano Osservatore romano, e di alcune sue collaboratrici.

Le dimissioni sono avvenute a seguito del cambio di direzione del giornale di Giovanni Maria Vian sostituito da Andrea Monda. In una lettera aperta, Scaraffia dichiara gli effetti di questo cambiamento sul lavoro che il gruppo di donne svolgeva al giornale dal 2012.  “Si torna così alla selezione delle donne – spiega – che parte dall’alto, alla scelta di collaboratrici che assicurano obbedienza, e si rinuncia a ogni possibilità di aprire un vero dialogo, libero e coraggioso, fra donne che amano la Chiesa nella libertà e uomini che ne fanno parte. Si torna all’autoreferenzialità clericale e si rinuncia a quella parresia tante volte chiesta da Papa Francesco”. Secondo un articolo di Roberto Cavallucci “in particolare la rottura si è consumata sul tema degli abusi sulle religiose all’interno dell’istituzione ecclesiastica e dello sfruttamento economico delle suore, questioni affrontate a viso aperto dalla redazione di Donne chiesa mondo e, al contrario, riportate a toni soffusi e prudenti dal direttore Monda”[1].

La vicenda mi ha particolarmente colpito per come alcune testate giornalistiche ne hanno dato notizia. L’agi-cronaca, in particolare, commenta la vicenda recuperando un articolo del giornale francese La Croix, che apertamente accusa Scaraffia di atteggiamenti mendaci e reazioni esagerate, “la reazione di una persona che non ha accettato la riduzione dell’influenza che le era stata permessa finora di esercitare sull’intero quotidiano della Santa Sede”.

La testata francese propone una ricostruzione del percorso professionale di Lucetta Scaraffia, affermando che sarebbe arrivata alla direzione del periodico grazie al legame con il precedente direttore Giovanni Maria Vian. In più (e forse questa è la parte più preoccupante dell’articolo), La Croix accusa la Scaraffia di aver imposto una linea autoritaria al giornale, in particolare, al gruppo delle sue collaboratrici. Dunque, si tratterebbe, nell’interpretazione data dal media francese, del classico cliché di una donna che avrebbe fatto carriera per effetto del rapporto con un uomo (più potente), in rotta di collisione con le altre donne (meno potenti di lei).

L’operazione della ricostruzione nei fatti del giornalista francese ha delle evidenti ridondanze simboliche: questa vicenda mi ha portata, quasi inconsciamente, alla teoria ben descritta da Rebecca Solnit[2] e indicata come la sindrome di Cassandra.

Una donna che, evidentemente, denuncia gli effetti del cambio di rotta del giornale che dirige da anni, ha lo stesso destino di una sacerdotessa (guarda caso!) che prende parola, predice, dice la sua sull’operato maschile e, perciò, non viene creduta. La condanna che subisce è puro oscurantismo, oblio della parola e indebolimento simbolico di quella parola, screditata e fatta passare per falsa, o comunque, per reazione dettata da un risentimento di una donna dispotica, incoerente con sé e con le altre donne del gruppo, nemica delle altre. Scrive Rebecca Solnit: “una reazione non infrequente quando una donna dice qualcosa che mette in discussione un uomo, in particolare un uomo potente o aderente alle convenzioni […] o una istituzione, specialmente se ha qualcosa a che fare con il sesso, è non solo mettere in dubbio la verità delle sue asserzioni, ma la sua stessa facoltà di parola e il suo diritto a esprimersi”[3].

Nel caso di Scaraffia, l’uomo potente è il nuovo direttore del giornale, ma anche il sistema in cui egli è iscritto, ovvero il sistema patriarcale della Chiesa cattolica. Lascio qui da parte approfondimenti e riflessioni sulla sua struttura fortemente verticistica in senso maschile, di cui pure si potrebbe discutere a lungo, e ritorno al titolo stesso del libro di Solnit per provare a spiegare un concetto che, di per sé, mi sembra particolarmente calzante per questa vicenda: Gli uomini mi spiegano le cose. Perché ho il sospetto che esattamente di questo si sia trattato.

Una donna direttrice con un forbito collettivo di altre donne a capo di un periodico della Chiesa, evidentemente, non avrebbe dovuto accusare apertamente le scelte e la linea dettata dagli uomini della struttura ecclesiastica, perciò la reazione dell’Osservatorio romano, in primis, è stata quella –subdola – di dare notizia delle dimissioni, perfino pubblicando la lettera aperta con cui la Scaraffia ne argomentava le ragioni[4], ma poi operare una macchina di incredulità e non affidabilità nei confronti delle sue parole.

Dunque, ritengo che siamo in presenza di una collusione maschile, cattolica e, come sempre, normativa, nel senso che vengono a coincidere in questa vicenda tutti gli elementi del contratto sessuale, di cui le donne da moltissimo tempo hanno preso consapevolezza e di cui discutono, attraversando i conflitti che esso ancora implica nella relazione uomo-donna: un contratto di uomini per uomini, cioè per etero-normare il corpo e la parola delle donne.

Dunque, la sentenza maschile è: non credo in ciò che dici, non credo in come lo dici; l’ammenda femminile dovrebbe essere: “dovrei fornire delle prove, come se le prove fossero reperibili. Sono una persona malvagia che distorce i fatti. Sono soggettiva ma credo di essere oggettiva; ho una sensazione ma confondo il sentire con il pensare o il sapere. La solita litania, la solita rabbia”[5].

E ancora una cosa Solnit chiarisce su Cassandra: “lo scetticismo con cui venivano accolte le sue profezie era conseguenza di una maledizione che le aveva lanciato il dio Apollo perché si era rifiutata di fare sesso con lui”; allora, perché Cassandra aveva osato rompere il patto sessuale, l’aspettativa e la pretesa sessuale del dio-uomo.

Naturalmente, questo non sarà il caso di Scaraffia, ma può dirsi la genesi della incredulità maschile sulla parola delle donne, di un processo, cioè, lungo nel tempo e nello spazio che, però, spesso viene interrotto dalla parola delle donne. Da qui è derivato il mio bisogno di parlare e far circolare la vicenda, e, soprattutto, di darne una interpretazione opposta a quella del giornalista francese e di altre testate mediatiche, provando a rompere lo schema denigratorio con cui gli uomini, spesso, colpiscono il pensiero (specie se pubblico) delle donne.

In copertina. Roma, Città del Vaticano, 2017. Foto di Andrea Zennaro

[1] R. Cavallucci, Lucetta Scaraffia abbandona “donne chiesa mondo”, in Felicità pubblica, 2 aprile 2019.

[2] R. Solnit, Gli uomini mi spiegano le cose, Salani ed., Milano, 2014.

[3] Ivi, pp. 107-108.

[4] La lettera è reperibile sul sito del giornale al seguente link: http://www.osservatoreromano.va/it/section/donne-chiesa-mondo.

[5] R. Solnit, cit., p. 121.

 

Articolo di Gemma Pacella

VeDP-9OONata a Foggia e laureata in Giurisprudenza con una tesi dal titolo “Il linguaggio giuridico sessuato: per la decostruzione di un diritto sessista”. Attualmente svolgo un dottorato di ricerca in Management and Law. Studio il femminismo che nel tempo e nello spazio attraversa la nostra civiltà.

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