Pillole di storia. L’età giolittiana

Capitolo4_indice03.1

A Umberto I succede il figlio Vittorio Emanuele III.
La repressione spietata spinge la sinistra parlamentare a opporre un deciso ostruzionismo che impedisce ai governi autoritari di legiferare; persino gli imprenditori chiedono al governo di ammorbidire le leggi. Una tale unità tra operai e contadini non si era mai vista e fa paura alla classe dirigente. A giugno del 1900, un mese prima dell’uccisione di Umberto I, le elezioni mettono in netta minoranza l’ala autoritaria del governo.
Il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III decide di ritirare l’incarico governativo ai fautori della repressione selvaggia e di affidarlo a Giuseppe Zanardelli, un uomo riformista e di idee di sinistra, lontano dal socialismo ma aperto al dialogo, lo stesso che anni prima aveva modificato il Codice Penale abolendo la pena di morte. Ministro dell’Interno del governo Zanardelli è Giovanni Giolitti: lui sarà il vero ideatore della linea politica da qui in avanti. Giolitti sarà poi Presidente del Consiglio fino al 1913.
Giovanni Giolitti è un uomo scaltro e pragmatico, un moderato piemontese di idee liberali che crede fermamente nel dialogo parlamentare e nel coinvolgere tutte le fazioni politiche e le parti sociali; invece di ricorrere alla repressione armata, Giolitti preferisce scendere a compromessi e far mettere tutti d’accordo per evitare dissidi e complicazioni: durante l’età giolittiana molto spesso si fa uso del trasformismo, lo spostarsi elasticamente dei deputati da una posizione all’altra in Parlamento favorendo di volta in volta maggioranze variabili e mai uguali a seconda del momento e delle esigenze, pratica nata sotto il governo Cavour e rimasta sempre in vigore. Giolitti ha capito che la lotta di classe non è solo un problema di polizia: per arginare gli scioperi bisogna concedere qualcosa agli operai e lo Stato non si deve schierare apertamente con i padroni in maniera da non creare dissenso; consapevole che in Italia gli scioperi non portano alla Rivoluzione, Giolitti non reprime le lotte operaie e contadine, in particolare negli anni precedenti non ha voluto sciogliere i Fasci siciliani come invece ha fatto Crispi con l’esercito nel 1894. L’età giolittiana coincide con gli anni di massimo liberalismo della società e delle politica italiane. Per ottenere un consenso più ampio possibile, oltre a concessioni di diritti e di favori in cambio di voti, Giolitti ricorre spesso ad accordi sottobanco con figure di spicco dei luoghi a cui si rivolge: di frequente al Sud non mancano ambiguità su chi sono questi uomini e quali favori hanno ricevuto. Il primo decennio del Novecento è un periodo di importati riforme: viene varata una legge a tutela del lavoro minorile, istituite le assicurazioni per la vecchiaia e per gli infortuni sul lavoro e inaugurata l’edilizia popolare. Il senso di tutto ciò non è chissà quale magnanimità nei confronti della classe operaia ma l’intento di coinvolgere tutte le parti nello Stato e nelle sue istituzioni per evitare nuovi conflitti sociali. E il risultato non tarda ad arrivare: le elezioni del 1904 registrano una schiacciante disfatta della sinistra a vantaggio dei liberali giolittiani. Gli “aiuti” promessi dal governo ai ceti operai e contadini contadini più disagiati finiscono nelle mani di pochi imprenditori del Nord e signori del Sud, da qui il soprannome di Giolitti di «ministro della malavita» attribuitogli dallo storico e giornalista Gaetano Salvemini. E anche l’accondiscendenza dello Stato e la rinuncia alla repressione vale al Nord dove le lotte operaie sono organizzate e coordinate dal Partito Socialista, facilmente controllabile con accordi parlamentari, ma non al Sud dove si vedono per lo più proteste spontanee e disorganizzate. Dalla politica giolittiana beneficia molto più il Nord industrializzato che il Sud, lasciato arretrato. Il risultato della politica giolittiana verso il Mezzogiorno è l’emigrazione di massa dei contadini meridionali verso l’America o il Nord Europa. Proprio per il suo diverso rapporto con le due parti (Nord e Sud) e per il mostrarsi sia liberale che conservatore e sia vicino agli interessi dei padroni che democratico e attento ai bisogni dei poveri, Giolitti è stato definito «bifronte»: nell’Italia tra il 1901 e il 1913 regna il più forte trasformismo, spesso accompagnato dalla corruzione.

Con la corsa agli armamenti e con l’espansione coloniale, in tutti i Paesi va crescendo il nazionalismo. Mentre Austria e Russia si contendono i Balcani, tra Germania e Francia scoppia una crisi diplomatica per il Marocco.
Nel 1911 l’Italia inizia la guerra in Libia, zona ancora sottoposta al controllo turco. Il primo dei motivi di questa guerra è la paura che l’Italia venga tagliata fuori dalla spartizione dell’Africa; il secondo è la speranza che i contadini e i braccianti che nell’Italia meridionale vivono in povertà possano trovare terre coltivabili e lavoro redditizio nelle nuove colonie. È una guerra molto costosa in termini di soldi, mezzi e vite umane. E la conquista si rivela un fallimento: non solo l’esercito italiano riesce a occupare soltanto la costa perché l’entroterra è ben difeso dalla resistenza della popolazione locale, ma le poche terre conquistate sono solo un’enorme distesa di sabbia vuota e non coltivabile. Per indebolire l’esercito avversario con l’apertura di un altro fronte, l’Italia occupa anche l’arcipelago ottomano del Dodecaneso, situato nel Mar Egeo tra la Grecia e la Turchia. L’anno successivo viene firmata la pace di Losanna: l’Italia ottiene la Libia e il controllo del Dodecaneso grazie all’appoggio internazionale. Tutte le potenze concordano nell’indebolire quel che resta dell’Impero Ottomano. Ma per l’Italia è una vittoria misera e poco utile.
Uno degli ultimi traguardi raggiunti sotto il governo Giolitti è l’allargamento del suffragio elettorale. L’obiettivo è quello di ampliare il consenso verso lo Stato borghese per indebolire la lotta di classe.
Nel 1912 viene istituito il suffragio universale maschile: per la prima volta, il voto di operai e contadini, anche se analfabeti, vale quanto quello di nobili e imprenditori. Dallo Stato restano ancora escluse le donne.
Il prevedibile risultato di questa legge sarebbe la rapida ascesa del Partito Socialista. Non sarebbe neanche un problema per Giolitti coinvolgere gli avversari, se questi fossero disponibili a essere coinvolti: ma il Partito Socialista è costituito da una minoranza minimalista (riformista) e una maggioranza massimalista (rivoluzionaria) che non è affatto disposta a scendere a compromessi con le istituzioni borghesi.
Per evitare un’ondata di consensi socialisti e bilanciare la situazione, nel 1913 Giolitti sigla un accordo con il mondo cattolico noto come Patto Gentiloni, dal nome del conte che firma il documento: i deputati liberali si impegnano a portare avanti politiche favorevoli alla Chiesa cattolica e in cambio i sudditi cattolici voteranno deputati liberali. A queste condizioni il Papa Pio X sospende il Non expedit in funzione antisocialista.

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Articolo di  Andrea Zennaro

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Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

 

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