Sovranisti ma…

Sin dal giorno in cui l’attuale Governo ha prestato giuramento ero certa che non avremmo potuto aspettarci niente di buono, né per quanto riguarda la tutela dei diritti civili né per le misure economiche, né per la gestione della pubblica sicurezza e per quanto concerne ovviamente il riuscire ad andare incontro ai bisogni primari delle persone in fuga da guerre, povertà e forme varie di privazione della libertà.
Però, sebbene l’idea non riuscisse a consolarmi, credevo che il sovranismo, così esaltato quando si tratta di essere forti con chi è disperato/a, almeno avrebbe dispiegato degli effetti positivi sulla coltivazione del grano duro, portata avanti da generazioni sia dalla famiglia di mio padre che di mio marito, e da qualche decennio anche da mio marito e me.
I miei ricordi più antichi mi riportano all’infanzia in campagna, al vedere nascere, crescere e riempirsi le spighe di grano, a buttarmi con gioia con mio fratello e i miei cugini a giocare nella massa di chicchi caldi, appena raccolti. Ricordo anche il piacere di leggere, a scuola, nel sussidiario, che la mia provincia, ovvero Foggia, detta anche Capitanata, era definita il Granaio d’Italia e sentirmi importante perché l’attività della mia famiglia era quella che caratterizzava la mia terra.
E poi, diventata più grande, rafforzare quell’orgoglio leggendo Ungaretti che così parlava della Capitanata:
Voglio dire che anche qui ha regno il sole autentico, il sole belva. Si sente dal polverone, fatti appena due passi fuori. 
Penso con nostalgia che dev’essere uno spettacolo inaudito qui vederlo d’estate, quand’è la sua ora, e va, nel colmo della forza, tramutando il sasso nel guizzare di lacerti. 
Non c’è un rigagnolo, non c’è un albero. La pianura s’apre come un mare… 
Vorrei qui vederlo nel suo sfogo immenso, ondeggiare coll’alito tormentoso del favonio sopra il grano impazzito. 
È il mio sole, creatore di solitudine; e, in essa, i belati che di questi mesi vagano, ne rendono troppo serale l’infinito; incrinato appena dalla strada che porta al mare. 
E quando ho cominciato la mia attività lavorativa tra l’informatica e la comunicazione, ho spesso rimpianto il non svolgere un lavoro facile da spiegare, a differenza di quello dei miei genitori. Cosa c’è di più facile da raccontare di un lavoro che permette di produrre il pane?

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Purtroppo però la coltivazione del grano duro, cultura tipica di tutto il Sud Italia, attraversa da alcuni anni grandi difficoltà: oggi il prezzo del grano duro risente di una spietata concorrenza da parte di grani importati, da paesi del Nord e in particolare dal Canada. Le industrie preferiscono il grano estero, nascondendosi dietro le sue elevate proprietà proteiche, che permettono processi lavorativi della pasta più veloci ed economici a scapito però di una minore digeribilità e qualità organolettica del prodotto. Oltretutto l’eccesso di proteine causa intolleranze al glutine e gluten sensitivity sì da sollecitare celiachie che altrimenti rimarrebbero silenti. Le proteine alte nella pasta non rappresentano una qualità per chi la consuma ma solo per chi la trasforma.
Il nostro grano dunque ha meno glutine ma ha anche altri vantaggi: sfugge alle malattie fungine o muffe a cui è soggetto il grano importato, coltivato in climi continentali favorevoli allo sviluppo di micotossine che rimangono nel chicco; inoltre in Canada le spighe non maturano naturalmente come da noi ma vengono disseccate chimicamente con un diserbante, il glifosate, i cui residui, veicolati nella pianta attraverso la linfa, rimangono nel chicco. L’uso del glifosate è di vitale importanza per l’agricoltura canadese e di altri paesi del Nord Europa poiché solo attraverso di esso si riesce a portare a maturazione il grano, tanto che spesso la raccolta è fatta su campi innevati.

COPERTINA Sovranisti ma

Noi invece abbiamo il sole, quello chiamato “sole belva” da Ungaretti, che matura il grano mentre il favonio, il vento secco che viene da ovest, muove e asciuga le spighe sì da farle definire, dal poeta, come “impazzite”. Il nostro grano sano viene miscelato con i grani canadesi contaminati e i residui di DON e gliphosate si ritrovano nelle paste prodotte.
Ma perché allora, se il grano canadese ha questi problemi, viene importato? Per una questione di prezzo poiché questo prodotto in Canada non può essere commercializzato secondo le norme lì in vigore, più restrittive delle europee, in quanto non ritenuto commestibile. Ciò permette che venga importato da noi a prezzi irrisori, causando l’attuale crisi del prezzo del grano e la bassa qualità dei prodotti ottenuti.
I politici sovranisti in campagna elettorale avevano fatto grande leva sul bisogno di protezionismo del mondo dell’agricoltura contro materie prime estere scadenti. Grano ma anche pomodori, olio d’oliva, frutta… Gli agricoltori d’altra parte non chiedevano una protezione immotivata ma una protezione che tenesse conto della qualità. Non ci faceva paura la concorrenza del grano della California, di ottima qualità come il nostro, ma quella del grano di cattiva qualità e basso costo. Ma non hanno fatto nulla: il ministro Centinaio ha liquidato come fake news la cattiva qualità del grano che arriva con le navi container dal Nord America e Nord Europa nei porti di Bari e altre città del Sud mente il M5S non ha saputo fare di meglio che cacciare l’unico senatore che aveva a cuore questi temi e che era stato eletto con il supporto degli agricoltori lucani.
Ulteriori danni all’agricoltura sono stati fatti con l’articolo inserito nel “decreto Genova” sull’innalzamento dei limiti di riversamento nei terreni dei fanghi di depurazione.
Qualcosa è stato fatto per l’agricoltura del Nord Italia (guarda un po’!), ad esempio per proteggere il riso (laddove però la concorrenza estera è praticata da paesi come la Birmania e la Cambogia che hanno un prodotto eccellente!) o per favorire i vini veneti. Per il resto la tutela del Made in Italy si è riversata nella tutela dei prodotti industriali, pasta in primis. Quel che è diventato ancora più importante è che sia prodotta in Italia la pasta, non la materia prima da cui la si ottiene. Insomma un “sovranismo” che tutela gli industriali e danneggia ancor più l’agricoltura provocando danni economici a chi la pratica, danni per la salute di chi consuma e ponendo le basi per il dissesto idrogeologico e paesaggistico, cui andiamo incontro a causa del sempre maggiore abbandono dei terreni non più redditizi, che dovrebbe stare a cuore a tutte e tutti.

 

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

 

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