Editoriale

Carissime lettrici, carissimi lettori,

con un giorno di anticipo, rispetto all’uscita di questo numero nove di vitaminevaganti.com, celebriamo insieme la Festa della Mamma. Donne e uomini, bambine e bambini possono non essere o diventare madri e padri (ma leggeremo qui un articolo interessante che riguarda la “maternità” innegabile di tutte le donne), ma tutti e tutte siamo al mondo grazie al parto di una donna.

La Festa della Mamma nasce negli Stati Uniti con la benedizione del presidente Wilson nel 1914. La volle proprio nella seconda domenica di maggio legandola al periodo della morte della pacifista Ann Reevers Jarvis, celebrata poi dalla figlia Anna, che al termine della guerra civile americana aveva promosso una serie di iniziative volte all’avvicinamento pacifico tra le madri dei nordisti e sudisti.  Una festa, questa degli States, rafforzata anche dalla parole della poetessa Julia Ward Howe che per lo stesso motivo, di esortazione alla pace comune, scrisse un esplicito “Mother’s Day Proclamation”.  Poi la festa si è estesa un po’ in tutto il mondo, assestandosi in buona parte dei Paesi a maggio (sempre comunque nella prima metà), ma per alcuni casi toccando anche i mesi di febbraio e marzo, comunque legati alla primavera e alla rinascita. In Italia, invece, è stata adottata ufficialmente in epoca fascista, nel 1933, ed era celebrata dal regime alla Vigilia di Natale, il 24 dicembre, come Festa della Mamma e del Fanciullo, con un palese riferimento e parallelismo alla Madonna e alle donne come creature essenzialmente atte alla maternità accettata con obbedienza, come aveva fatto la Madre di Cristo inchinandosi alle parole dell’angelo annunciatore.

Ma la celebrazione della maternità ci porta, anche stavolta, a tempi lontani, anzi lontanissimi. Si può tranquillamente cominciare dalla Grande Madre, una figura archetipa, che quasi si perde nella notte dei tempi. Più di uno studioso si è poi spinto a pensare che due personaggi femminili della fantasia popolare, palesemente non più giovani (anzi sono decisamente anziane), come la Befana per l’occidente e la Baba Jagà per la tradizione slava, si potessero ben collegare con la madre. Perché il forno della strega delle favole russe non potrebbe, infatti, essere l’utero materno? E il pane sfornato non ci riporta forse al figlio o la figlia che viene al mondo, nella vita di cui il pane, appunto, ne è simbolo esplicito?

Poi tutta la serie di figure materne dell’arte e della letteratura. Figure legate, soprattutto in pittura, alla religione, alla sacralità della figura della Madre di Dio, sempre accompagnata dal Cristo Bambino (o nei momenti cupi della crocifissione). Ma non solo. Oltre agli idoli femminili primitivi come ad esempio la “Venere di Savignano” che è al museo Pigorini a Roma, all’ “Artemide Efesia” dei musei vaticani, fino alle tavolette con le scene del parto del museo Archeologico di Napoli, ci sono una serie di pitture rappresentanti una maternità laica e impegnata nel quotidiano, da Casorati a Severini, da Mimmo Rotella a Michelangelo Pistoletto. Da non dimenticare poi che la madre di Rembrandt fu spessissimo modella per i quadri del figlio, così come la genitrice di Cézanne. E forse pochi sanno che fu la madre, Anna Carbentus Van Gogh, ad avviare il grande pittore del colore all’arte!

La letteratura, soffermandosi più raramente su eventi sacri, ci offre un vasto elenco di madri reali (la madre di Ungaretti o quella adoratissima di Pier Paolo Pasolini) o di fantasia. Chi non ricorda Maruzza La Longa de I Malavoglia e prima ancora la madre di Lucia Mondella mentre all’inizio del romanzo aiuta la figlia nei preparativi del matrimonio a cui finalmente arrivano i tormentati sposi? E la scena di Anna Karenina quando, impedita dal marito a tornare a casa e a vedere il figlio, riesce di nascosto a introdursi nella sua stanzetta e si inebria dell’odore tipico dei bimbi appena svegli, come ci fa magistralmente notare Tolstoj, al quale ormai la negatività etica del suo personaggio decisamente gli era sfuggita di mano. Ritornando indietro nel tempo, nell’antichità c’è Andromaca, moglie di Ettore e madre infelice di Astianatte, c’è Cornelia, la madre dei Gracchi, esibiti come propri gioielli, ci sono Teti e Venere. Poi ci sono madri spietate, simbolo per tutte Medea, che punisce per gelosia il marito Giasone uccidendone i figli; figli anche del suo ventre e da lei messi al mondo. E poi la madre sposa del figlio, Giocasta, che giace con Edipo e che con l’avvento della psicanalisi diventa famosa dando corpo al famoso “complesso” psichiatrico, divenuto anche a un modo di dire quotidiano, simbolo di una spiccata preferenza, quasi sensuale, di un figlio o una figlia verso il genitore di sesso opposto.

Di madri e di madri sofferenti ed eccezionali se ne parla a lungo in questo numero. Ci sono le tante, tantissime (troppe, per l’enorme sofferenza subita) madri de Plaza de Maya che rivendicano i figli e le figlie spariti/e e sicuramente torturati/e dalle guardie del regime. Ci sono le mamme, meno conosciute, ma che dalle prime hanno preso esempio come un forte modello di sorellanza a distanza, che si riuniscono ogni sabato, da anni, in piazza a Istanbul, anche loro assetate di giustizia e piene di dolore. C’è una madre-coraggio, Felicita Bartolotta Impastato che, dovunque lei sia, merita questi auguri di buona festa, perché ha combattuto la sua battaglia da madre, difendendo, proteggendo i suoi figli e quando, quaranta anni fa esatti, la mafia è riuscita a far tacere la voce di Peppino, lei ha parlato per il figlio ammazzato, rivendicando giustizia. Oggi il cartello che indica a Palermo la strada intitolata a lei, seppure a con solo il cognome da sposata (e non fu felice il suo matrimonio!) è stato oltraggiato, spezzato in due, forse da chi, vigliaccamente, non è riuscito a zittirla in vita.

Noi poi qui vogliamo aggiungere, per ricordarne il coraggio e la forza, anche nomi di altre madri che hanno speso la loro vita per i figli e le figlie e che per vari motivi non ci sono più: la madre di Ilaria Alpi, morta senza avere giustizia per la figlia assassinata in Africa, o la mamma di Giulio Regeni, che lotta per la verità su quella morte oscura. E non ultima la madre di Stefano Cucchi che si affianca alla figlia-sorella, anche lei madre, insieme imploranti giustizia e chiarezza. A loro soprattutto oggi diamo i nostri più sinceri e sentiti auguri di buona festa, il più possibile serena!

Tra gli articoli che troverete qui di seguito si parlerà anche di una figlia, Giorgiana Masi, il cui anniversario (quarantadue anni fa) dell’omicidio, avvenuto a Roma, durante una manifestazione per i diritti civili e per la libertà (“uccisa dalla violenza del regime”, come recita la targa su Ponte Garibaldi), ricade proprio in questi giorni.

E poi ancora le storie di tante donne. Donne felici di viaggiare (continuano i nostri tour in compagnia delle “granturiste”), di agire nel mondo, di cantare e esprimere la propria arte in un primo di maggio che le voleva escluse dalle manifestazioni canore. Donne e madri vittime del femminicidio, con figlie e figli che domani non possono festeggiarle perché i loro padri gliele hanno sottratte e non solo alla festa della loro maternità, ma alla possibilità di ricevere da loro appoggio e sostegno perla vita, come ogni genitrice e genitore deve fare per chi mette a camminare in questo mondo.

Auguriamoci, con la nostra maternità incondizionata, con la nostra capacità di essere “produttrici”, di cambiare le realtà brutte del mondo in cui i nostri figli e le nostre opere vivono. Auguriamoci che il nostro organo vitale, l’utero, sia segno reale e metafisico di generazione e non triste segno di discriminazione, di dita puntate contro una fragilità inesistente. L’utero appartiene alla donna, come il suo seno ambivalente, simbolo anche questo di sensualità e nutrimento. E riflettiamo su tutto ciò con due articoli, uno sulla nona lettera dell’Alfabetiere, la lettera “I”, come “isteria”, appunto! L’altro con un curioso dialogo con “lui”, stavolta il seno che allatta e non deve vergognarsi di farlo e che è carico dell’essere oggetto del piacere maschile, “lui” in colloquiante femminile dialogo dall’ironico rimando moraviano.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

2 commenti

    1. Ti ringrazio di cuore. Le parole che hai scritto mi incoraggiano e mi dicono che il lavoro fatto é giusto, é valido. Ecco per questo ti ringrazio.

      "Mi piace"

Rispondi a Giusi Sammartino Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...