Sul mestiere dell’insegnante

Alcuni mesi fa, in una trasmissione tv, due insegnanti presentano i rispettivi testi, appena pubblicati, sul tema della scuola. La conduttrice chiede ad alcuni ragazzi presenti in studio di definire, con un aggettivo, il buon insegnante o la buona insegnante. “Corretto/a”, “Fantasioso/a”, “Appassionato/a”. Nessun riferimento alla conoscenza della materia. Uno dei due ospiti, maestro elementare, si sofferma sull’ultima definizione. “Ha ragione quella ragazza: dobbiamo essere appassionati di ciò che insegniamo, ma soprattutto appassionarci agli studenti e alle studentesse. Questa estate è morta la mamma di un mio alunno di quarta. Al funerale il maestro c’era. Cosa dovevo fare? Fregarmene perché ero fuori servizio?”

L’altro ospite scuote la testa “Io però su questo non sono d’accordo. Io dico no agli/alle insegnanti missionari. La nostra è una professione come le altre, anche se è vergognosamente sottostimata e poco riconosciuta sotto il profilo sociale ed economico. Dobbiamo comportarci come qualunque altro lavoratore e altra lavoratrice. Noi scegliamo un mestiere, non una missione.”

La questione è interessante e non è affatto difficile, per chiunque abbia assistito ad almeno un consiglio di classe, ritrovare dinamiche di pensiero tipiche del nostro tempo.

Personalmente credo che entrambe le posizioni abbiano una loro dignità. Mantenere una giusta distanza (peraltro a scuola simbolicamente già presente sotto forma di cattedra) è proprio ciò che garantisce lucidità e correttezza nel lavoro. Allo stesso modo in cui uno/una psicoanalista non potrebbe aiutare in maniera efficace e profonda un caro amico o un/una chirurgo/chirurga non potrebbe operare al cuore la propria figlia con il necessario distacco, così qualunque educatore o qualunque educatrice sa che lo sguardo più utile e funzionale non si può confondere con quello dei ragazzi e delle ragazze che gli/le sono affidati. Per guidare qualcuno/a, accompagnarlo/a nella crescita, occorre tenere gli occhi ben aperti sul cammino da compiere. Ma è sufficiente questo? Riprendendo il suddetto esempio del chirurgo, quante volte, da pazienti, seppure curati/e ottimamente sotto il profilo strettamente medico, ci siamo sentiti/e poco compresi/e, insoddisfatti/e, privati di quell’umana vicinanza che vorremmo tanto non mancasse a chi ci aiuta a guarire? Un dottore o una dottoressa che non ci comprende intimamente e non è interessato/a a farlo, potrà aiutarci a curare le cicatrici del corpo, ma non certamente quelle dell’anima o, per dirla in maniera meno poetica, a superare emotivamente il trauma, a ritrovare noi stessi/e dopo la prova. Se, con Gerd Achenbach, fondatore della consulenza filosofica, troviamo interessante l’idea che la nostra società non sia più a misura di essere umano e dunque crei inevitabilmente soggetti “malati di infelicità”, allora l’esempio dei medici calza a pennello. Del resto, che gli aspetti emotivi e psicologici rivestano per le nostre conquiste e la nostra felicità un’importanza pari se non addirittura maggiore di quelli relativi ai dati esteriori lo abbiamo capito ormai da tempo. Ne La cura di sé Foucault ha dedicato pagine meravigliose all’argomento.

Da insegnanti dobbiamo sempre tenerlo presente. Non si tratta, come dicevo, di entrare in classe e fare i salvatori o le salvatrici del mondo, giustificare a priori le debolezze altrui, sconfinare pericolosamente verso un rapporto amicale, quasi paritario. In questo l’ospite critico della trasmissione ha pienamente ragione: i confini della professione salvano entrambi, alunni/e e docenti. Eppure c’è un atteggiamento professionale che, pur non scivolando in un inadeguato sentimento missionario, permette di arrivare ai ragazzi e alle ragazze meglio di altri: l’empatia. Su quanto e come chiedere agli alunni e alle alunne di arrivare al livello che noi definiamo oppure essere noi ad andare a prenderli laddove essi/esse si trovano sta a ciascun insegnante decidere. L’importante è che la partita sia giocata dentro le regole generali della scuola in quanto istituzione. È giusto, ad esempio, richiedere puntualità, rispetto dei luoghi, impegno e serietà nel lavoro. È giusto offrirlo agli alunni e alle alunne ed è giusto domandarglielo.

È però vero che la pedagogia, da almeno un ventennio, ha assunto sempre più spesso forme sfumate, dove contorni e confini sono stati volutamente abbattuti per poter raggiungere quei ragazzi e quelle ragazze che sfuggivano e finivano spesso per perdersi. Penso alle esperienze di educativa di strada, tanto per citare una realtà tipica anche del nostro territorio. Niente orari, niente luoghi specifici, niente programmi precostituiti. D’accordo, tutte cose che hanno valore e senso e a volte centrano anche l’obiettivo. Ma non a scuola. Per me la scuola è e deve restare altro (anche se il discorso non vale per i contesti fortemente degradati dal punto di vista sociale e culturale, come sono alcune periferie del nostro Sud, dove nessuno ringrazierà mai abbastanza i maestri e le maestre di strada per il formidabile e difficile lavoro che svolgono). Tuttavia ritengo che si tratti di “un altro” non totalmente distante da questo ideale di “pedagogia dei non-luoghi”. Almeno un paio di elementi accomunano le due realtà. La relazione, anzitutto, l’incontro tra persone. E poi la finalità di vivere il tempo condiviso attribuendo ad esso qualche significato che non sia il mero “stare lì”. Insomma, cercare un senso al nostro essere nelle cose e nei contesti che possa avere valore per noi e per i ragazzi e le ragazze. Non si tratta di uscire dai confini del mestiere educativo, ma di allargarli, affinché possano entrarvi a pieno titolo strumenti e dinamiche utili a raggiungere, oggi, le nuove generazioni.

Occorre convincersi che se la scuola fosse soltanto un luogo di raccolta ed elaborazione di informazioni, gli/le insegnanti non servirebbero proprio a niente. Basterebbe un buon computer e il gioco sarebbe fatto. Ma potrebbe mai un pc formare uomini e donne, cittadini e cittadine del presente e del futuro? Perché è questo che dovrebbe fare la scuola. Impresa titanica, detta così. Chi è l’essere umano? Cosa fa di una donna una cittadina? Quali aspetti della personalità occorre sviluppare e con che strumenti? È proprio qui, dove la questione diventa complicata, che secondo me sta tutto il fascino della professione. Ed è sempre qui che vanno definiti i confini del mestiere. Partendo dal presupposto che la finalità è enorme (formare la persona come tale, un’impresa che non riuscì nemmeno al grande Diogene, che se ne andava in giro con la lanterna accesa di giorno e di notte a cercare l’Uomo), è necessario che i confini e i limiti siano chiari. L’insegnante fa l’insegnante, non il maestro o la maestra di vita. Appartiene al suo compito, però, anche l’atto di accompagnare i ragazzi e le ragazze a scoprire chi sono, perché attraverso questa scoperta siano gli alunni stessi e le alunne stesse, liberamente, a cercare e trovare le risposte alle grandi domande della loro vita. Non serve, per questo, darsi del tu o condividere l’amicizia su facebook. Occorre piuttosto avere strumenti utili – tantissimi – per poter arrivare a tutti/tutte. Ci sono alunni/alunne più dotati/e e altri/e meno. Ci sono storie più travagliate, sensibilità più profonde, resistenze più grandi. Come si può non tralasciare nessuno/a? Come si può offrire a tutti/e l’opportunità di scoprire se stessi/e e costruirsi come esseri umani, un passo alla volta, anche grazie al nostro aiuto? Intanto essendoci. Non scappando. Non barricandosi dietro la materia, il programma, la lezione frontale. Bisogna cambiare l’immagine dell’insegnante tradizionale. Quest’ultimo/a deve dotarsi di conoscenze teoriche (di psicologia evolutiva, educazione emotiva, sociologia, pedagogia, didattica) e tecniche vere e proprie (mutuate, per esempio dalle artiterapie, dalle dinamiche di gruppo, dalle nuove tecnologie, dalle strategie di animazione sociale). È il saper fare che, a mio avviso, salva dagli eccessi di un buonismo altruistico o di un autoritarismo respingente. Il compito è grande e i rischi tanti. Ma il mondo dell’educazione è pieno di risposte (seppure sempre incomplete e in fieri), di strategie. Basta riconoscerne il valore e provare ad impararle e ad applicarle. La formazione permanente prevista nella nuova riforma è di certo una conquista (ma sarebbe meglio dire ri-conquista) importante. Sta a noi, ora, farne tesoro. Ci sarebbe, poi, la questione della capacità – che spesso manca agli insegnanti – di lavorare insieme. Se ognuno acquisisse competenze diverse, l’insieme delle abilità di tutti potrebbe costituire un puzzle interessantissimo da offrire agli alunni e alle alunne. Ci si potrebbe far scuola a vicenda, tra colleghi e colleghe. Ma l’impressione, sotto questo profilo, è che ci sia ancora molta, troppa strada da fare.

 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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