Matilde Serao, la femminista antifemminismo

Scrisse di donne, per le donne e da donna eppure non fu, né mai volle essere, femminista. Anzi, avversò idee e protagoniste di questo movimento né mai volle sostenere le battaglie per il voto, per l’impegno politico e per il divorzio. Né da giovane né quando l’età matura e le esperienze sul campo avrebbero potuto offrirle nuovi possibili punti di vista. Che ossimoro Donna Matilde, paladina degli ultimi, cronista lucida e appassionata, penna d’acciaio, pensiero di lava, nemica dell’emancipazionismo. Una polemica forte, combattuta in punta di fioretto, la vide duellare con Anna Maria Mozzoni, che rivendicava un nuovo ruolo della donna.
«Per quello che riguarda la donna e la politica – scrisse Matilde ad Anna Maria il 21 maggio 1880 – non posso discutere con lei, pregiata signora. Se me lo concede, io sono un’artista. Naturalmente democratici, repubblicani, emancipatori, socialisti, umanitarii, signori e signore non sono artisti. Ditalché mi trovo costretta a dirle che quella certa specie di donna che è l’ideale delle sue teorie, è da noi assolutamente respinta, come una figura rigida, dura, senza alcuna poesia. Anzi, per riunire tutti questi aggettivi, noi la respingiamo come antiestetica. Per la vita, per l’amore, per l’arte ci vuole la donna. Istruita, ma donna. Maestra del popolo, infermiera, scrittrice, educatrice, ma donna. Niente diritti politici, niente ingerenze elettorali, niente attribuzioni maschili, niente professioni impossibili».
Et voilà, anche questa era donna Matilde! Moderata, monarchica, borghese eppure tanto dentro le storie, le vite, gli umori degli universi umani più poveri, abbandonati, sfruttati. Matilde Serao visse i travagli di un’epoca, quella a cavallo tra due secoli, ed in prima persona espresse il pensiero dominante della classe borghese a cui pure apparteneva, nonostante il suo animo fosse scosso, intimamente, dal desiderio di giustizia sociale. Ella aveva ritratto nei suoi romanzi il volto e l’animo di tante donne, popolane, borghesi, aristocratiche, ma a nessuna di queste aveva mai fatto pronunciare o addirittura pensare idee che non fossero conformi alla mentalità dominante. Eppure, Matilde aveva dovuto combattere per affermarsi e vincere con il suo lavoro in un mondo di uomini, confinata e accolta negli schemi del tempo. Sempre care le furono le donne, le sue donne, appartenenti a tutti i ceti sociali.

«Esse – scriveva nel 1901 nella prefazione a Suor Giovanna della Croce hanno di somigliante una sola cosa, viva e schietta, ed è il dolore: hanno di somigliante questa crisi dell’anima, questa crisi così rude, che lacera tutti i veli dell’artificio sociale, che strappa tutte le leggere parvenze della vita mondana, che dirada tutte le ipocrisie e che mostra nudo, ferito, sanguinante, il cuore umano della principessa e della sconosciuta operaia».
Non dunque pensiero, ma dolore, non azioni, scelte, appartenenze, ma ruoli consacrati e sentimenti.
«La donna – scriveva su Il Corriere di Roma il 6 aprile 1887 non deve avere opinione politica; che può essere, al più, monarchica, così, per istinto di pace, per sentimento di devozione, ma che non deve permettersi professione di fede politica, in pubblico giammai. E ciò per la grande ragione della poesia muliebre: poesia che viene dal silenzio e dal riserbo, da un alto senso di decoro, da un amore costante delle cose oneste e nobili. Vastissimo essendo il campo morale in cui può dignitosamente manifestarsi l’intelletto e il cuore femminile; è inutile, è ridicolo, è dannoso per lei il discendere alle volgarità, alle mediocrità, alle sciocchezzuole basse della politica».
Sul ruolo della donna aveva fatto la sua scelta e non fu quella politica che altre donne, in quegli anni, avrebbero sperato da lei. Matilde Serao fu altro. Fu segugio, spina nel fianco, fu racconto del tempo, denuncia, indagine e donna del suo tempo, in bilico tra pensiero pubblico e battaglie personali. La tenacia, il coraggio e la forza intellettiva che le permisero di ergersi come vessillo femminile in un mondo di uomini non l’avvicinarono mai alle ideologie femministe che giungevano in Italia anche dall’Inghilterra e dalla Francia.
«Ma crede lei che abbia ragion d’essere una questione femminista? – diceva nel 1904 ad Alfredo Capuano che l’intervistava – Il femminismo non esiste, esistono solo questioni economiche e morali che si scioglieranno o si miglioreranno quando saranno migliorate le condizioni generali dell’uomo…Assicurare alla donna il diritto sacrosanto di vivere, darle i mezzi per esercitarlo, questo, se accetto la parola, è femminismo. Ma se per i sociologi vuol dire affermazione di un diritto ad un seggio nel consesso civico, in Montecitorio o in Palazzo Madama, mi permetto di sorridere di una logomachia che spera il trofeo di un ciondolo o di un distintivo. Del resto per le donne italiane tal soggetto è di ben mediocre importanza. Il problema dell’amore e della maternità non è tutto per noi?».
Capitò anche che le attribuissero una nuova scelta di campo. L’11 maggio 1910, apparve sul «Cri de Paris» la notizia che la dava prossima a lasciare Napoli e il suo quotidiano «Il Giorno» (che dal 1904, aveva fondato e dirigeva) per andare a Parigi a «lanciare un giornale femminista come la “Fronte”. L’editoriale di risposta lo titolò Nel regno delle favole, e scrisse: «Non un’ombra di verità in tutto questo. Io non lascio Napoli, io non mi stabilisco a Parigi, io non sono femminista».
Il 5 dicembre 1905, il quotidiano «Il Giorno» annunciava, a grandi caratteri, in un editoriale firmato “Il Giorno”, l’apertura de Il primo congresso femminile italiano a Napoli. L’articolo auspicava che il congresso si potesse occupare in modo particolare dell’educazione della donna senza avere il fine di «strapparla al santuario della famiglia… affinché sapesse reggere a glorioso porto i destini della casa affidatele».
Tre anni più tardi, nel maggio 1908, con orgoglio rivendicò la sua assenza al Congresso delle Donne italiane tenutosi a Roma in quella data.
Del congresso così scriveva il 4 maggio:
«Come non trovare grottesco, tutto ciò che si è detto sulla morale unica, vale a dire che le stesse leggi morali, specialmente quelle che governano i rapporti tra i due sessi, siano applicate all’uomo come alla donna: e che il tradimento del marito abbia la stessa entità morale del tradimento della moglie, niente altro che questo voleva il congresso, mutare il mondo, cioè, mutare la specie, con incancellabili leggi dell’istinto, con le sue leggi fisiologiche… ma dove eri tu, dunque, Anna Kuliscioff, tu apostolo, tu martire, dove eri? […] Tu mancavi, tu che sei la coscienza istessa del vero femminismo».
Prima contro Mozzoni, poi contro Kuliscioff. Nessuno sconto, nessuna apertura. Quella che piaceva a donna Matilde era la donna onesta e pura, votata al sacrificio e alla devozione, gaudente per la propria condizione.
«No, non è vero che sia inutile ormai una donna onesta – scriveva nel suo articolo di fondo Virtù e errore del 25 maggio1905 […]; non è vero che non giovi abbracciare con ardore, con le mani insanguinate la croce del proprio dovere e tenerla stretta al petto e portarla, pesante, tetra, crudele, sino alla fine dei propri giorni: non è vero che ogni debolezza non metta intorno al caro volto muliebre la luce di santità morale: non è vero che questa non serva più […] In questi nostri tempi febbrili e bizzarri, ove la sorda ribellione delle donne contro le leggi, contro i doveri, contro le convenzioni sociali, è diventata un’insurrezione aperta e, forse, sgomentate il numero di queste donne che ruppero ogni legame sociale è cresciuto assai: e non è possibile restare indifferenti ai loro casi, ove si alternano l’errore allo strazio e il peccato con il pentimento».
Era nel suo intento conservare inalterato il suo rapporto con lettrici e lettori, rapporto che le assicurava continuità e fiducia. Serao descrive una donna leziosa, timorosa, assolutamente borghese, che piace a quelle stesse donne ed è voluta dai suoi lettori “maschi”: «Niente – scriveva ne La paura, “Mosconi”, 8/9-3-1907 è più ammirevole di una donna d’alto coraggio, di una donna che sprezzi ogni pericolo, di una donna eroina: e noi veneriamo questi tipi superiori. Ma quanto è graziosa, ma quanto è poetica, quanto è affascinante, una donna che abbia paura di qualche cosa, o di varie cose, o di nessuna cosa propriamente; ma di qualche periglio ignoto, sempre! chi ti conosce bene, amica lettrice, chi non fa di te una bambola convenzionale e sciocca, chi intende la verità della tua anima, sa che la paura, costituisce per te un profondo e delicato piacere. Questa sensazione alta ed eccezionale, che mette in tumulto i nervi e la fantasia». Fragilità, la parola d’ordine. Eppure, questo lei non era. Il suo niet al suffragio universale si vestiva di battaglia sociale.
Del progetto di legge dell’on. Mirabelli scrisse nel suo articolo di fondo Per la donna dell’8 dicembre 1905:
«Io non debbo giudicare che cosa sia il valore giuridico e politico della riforma che Ella chiede, che altri chiedono: menti virili, menti di sociologi e di filosofi debbono dire la loro parola su questo […] Solo, poiché vi è un lato che mi interessa direttamente e che, sovra tutto, interessa migliaia e migliaia di creature femminili, come me, solo perché queste povere creature che sono le donne, colpite dalla vita, colpite dalle leggi, entrano in questione, a proposito del suffragio universale, io oso, qui levare la voce, per esse, per me! Ah onorevole Mirabelli […] quale atroce ironia è quella di avere il diritto elettorale a tutte le donne! Ma vede lei un essere più screditato, più disistimato, più pubblicamente disprezzato come fiacco, come inetto, come imbecille, che la donna dinanzi a questo Codice? Tutte le leggi secolari che ne regolano la vita […] che dominano tutta l’esistenza, dalla nascita alla morte e anche dopo la morte, purtroppo, sono fatte come se fosse una imbecille o come se fosse una demente! Date pane prima della porpora! Il Codice Civile è mille anni più indietro della società per quel che riguarda la donna! Fino a che ogni uomo, padre, zio, avo, fratello maggiore può disporre del destino e della fortuna di una fanciulla: fino a che un marito può disporre di quanto la moglie possiede e nulla darle offendendo la giustizia e la morale: fino a che il divorzio non esista in Italia: fino a che la separazione coniugale sia quella forma odiosa e grottesca che è: fino a che una donna, non possa disporre di sé e di quel che ha: fino a che la sua parola non valga quella di un uomo […] ebbene, sarà tutto inutile perché è questo il pane che manca all’anima femminile ed è inutile darle la porpora».
Tra le righe di questo fondo torna la giornalista che denuncia, la scrittrice che dipinge con le parole squarci di verità, torna Matilde Serao, donna che lavora in una società fatta da e per gli uomini, che grida al mondo, anche a quella parte del mondo cui forse per necessità di conformismo ha concesso più di quello che voleva, qual è il bene negato, quali i diritti negati, quali le mete prioritarie per il riscatto della condizione femminile. Prorompe un sentimento puro, sincero, giusto, più forte e vero delle acquiescenze cui aveva indulto altrove.

Articolo di Nadia Verdile

nnlP8zSiNadia Verdile è nata a Napoli, vive a Caserta, le sue origini sono molisane. Scrittrice e giornalista, collabora con il quotidiano «Il Mattino». Ha diciannove libri all’attivo, molti suoi saggi sono stati pubblicati in riviste nazionali  ed  internazionali. Relatrice in convegni e seminari di studio, come storica, da anni, dedica le sue ricerche alla riscrittura della Storia delle Donne. È direttrice della Collana editoriale “Italiane” di Pacini Fazzi Editore.

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