Cronache lunari

La Luna era una cosa informe sulla quale i piedi di Neil Armstrong si posavano alle 4,56 – ora italiana – del 20 luglio 1969. Il cielo era nero e le immagini nel televisore, benché opera di una tecnologia portentosa, erano grigiastre, confuse, nebbiose, eppure venivano proprio da lì, dalla Luna, dal disco che pare di ricotta dove i poeti dicono vada a finire il senno degli umani, quando lo perdono, e che ora si poteva vedere contemporaneamente in televisione e fuori dalla finestra, nella sua trasformazione catodica e nella realtà sensoriale, bianca ma pur sempre più colorata di quel polveroso grigio televisivo.
Di cosa e come veramente fossa fatta, la Luna, dalla tv non si capiva e né il commentatore Tito Stagno né l’inviato negli Stati Uniti Ruggero Orlando si dilungarono a raccontarcelo, presi com’erano dalle meraviglie della tecnologia e dall’ansia per quel primo, pericoloso passo, ma per fortuna Italo Calvino ce lo aveva già spiegato nel 1964, raccontandoci del tempo in cui Qfwfq, il protagonista del racconto La distanza dalla Luna (e delle altre stupefacenti Cosmicomiche), ci andava per raccogliere il latte lunare, che era «molto denso, come una specie di ricotta» (appunto). Il latte si formava fra scaglia e scaglia della superficie lunare ed era «composto essenzialmente di: succhi vegetali, girini di rana, bitume, lenticchie, miele d’api, cristalli d’amido, uova di storione, muffe, pollini, sostanze gelatinose, vermi, resine, pepe, sali minerali, materiale di combustione». Il liquido sciropposo era, però, pieno di scorie: «unghie e cartilagini, chiodi, cavallucci marini, noccioli e peduncoli, cocci di stoviglie, ami da pesca, certe volte anche un pettine. Così questa purè, dopo raccolta, bisognava scremarla, passarla in un colino». Complicato, ma squisito.
In quell’epoca lontana la Luna era raggiungibile con un saltello, o tutt’al più una scala. Poi le cose sono andate come sappiamo e il nostro satellite si è allontanato, al punto che cinquant’anni fa gli americani hanno dovuto sudare sette camicie per farci arrivare tre uomini in un aggeggio spaziale. Adesso la Luna dista, di media, 384.400 chilometri dal nostro pianeta e per andarci bisogna faticare e spendere un bel po’.
Quella notte d’estate di cinquant’anni fa, per far restare incollate le persone al televisore fino a tardi ed assistere alla discesa dei due astronauti sulla Luna, i due canali della tv di Stato trasmisero il programma La Luna e le canzoni, in cui Roberto Murolo, Milly e Domenico Modugno cantavano famosi e romantici brani dedicati al satellite, e un paio di film di fantascienza, Il pianeta proibito e Ultimatum alla Terra, che confermarono alla gente, e soprattutto ai ragazzini, l’idea che stesse cominciando una grandiosa epopea fatta di mostri squamosi e tentacolari. Vedere poi Armstrong e Aldrin scendere goffamente la scaletta e ballonzolare nella polvere come l’orso Yoghi fu, diciamolo, una delusione. Ma stavamo comunque vedendo la Luna, quella vera, e faceva il suo effetto.

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Il manifesto del film Il pianeta proibito e un fotogramma di Ultimatum alla Terra

La storia è nota: Stati Uniti e Unione Sovietica, in piena Guerra fredda, si sfidavano anche per la conquista della Luna, e poi di tutto il resto. Anzi, la corsa allo Spazio era proprio una parte fondamentale della Guerra fredda, almeno fra il 1957 e il 1975. Gli Usa avevano cominciato a correre subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, reclutando l’ingegner Wernher von Braun, l’ideatore delle bombe volanti tedesche V2, e altri ex nazisti, ma l’Urss era presto passata in vantaggio spedendo per prima nello spazio un satellite, una cagnetta (che morì perché non era previsto tornasse viva), altri animali e un uomo (questi invece tornati vivi). Non conosciamo il numero né la portata degli insuccessi, soprattutto di quelli sovietici, ma alla fine gli americani investirono tutto il possibile e, con il progetto Apollo 11, allunarono. Il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy aveva dato un impulso formidabile alla corsa allo Spazio ma le spese belliche per la guerra in Vietnam, nella metà degli anni Settanta, lo prosciugarono. Le priorità erano cambiate.
Tra quella notte del 1969 e le 6,40 – ora italiana – del 14 dicembre 1972, solo dodici persone hanno camminato sulla superficie lunare: tutti uomini, statunitensi e bianchi. La cosa dovrebbe stupire, perché la Luna è sempre stata associata alla femminilità: nella cultura greca era impersonata dalla dea Selene e altre dee ne rappresentavano le varie fasi: Artemide era la Luna crescente (ma il programma spaziale che ha portato Homo sapiens sapiens sul nostro satellite è stato chiamato con il nome di suo fratello Apollo. È però in preparazione il nuovo programma Artemide che, finalmente, dovrebbe comprendere anche una donna). L’astrologia e la teoria junghiana degli archetipi l’hanno poi associata all’inconscio, alla ciclicità, alla fecondità, e qui il discorso si farebbe lungo.

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La dea Selene

La Luna, seppure immersa in un firmamento denso e luminoso, è sempre splendidamente sola. Le sue fasi assomigliano a quelle della vita, infatti è probabilmente la cosa in assoluto più invocata da poeti e poete. Saffo la canta per prima e l’associa al trascorrere della gioventù, della vita e dell’amore. Romeo giura sulla Luna il suo amore a Giulietta, ma lei lo mette in guardia perché essa è uno stereotipo incostante: meglio non giurare affatto. Il giovane Giacomo Leopardi sa bene che la Luna ci osserva e ci comprende, conosce «il tacito, infinito andar del tempo» a cui siamo incatenati, come sa, però, che Lei è immortale e dunque non molto interessata ai nostri destini e ai nostri dolori.

La lista degli stereotipi, dei pregiudizi e delle immagini poetiche lunari non ha fine, come le figure iconiche e letterarie che la rappresentano.

Se le immagini di quella notte del 1969 sono confuse, belle e chiare sono quelle che Galileo Galilei disegnò e poi dipinse ad acquerello 360 anni prima, copiando dal vero quello che vedeva nel suo telescopio a trenta ingrandimenti, e per le quali passò parecchi guai. Per Galileo era palese che le macchie, che si vedono anche a occhio nudo, fossero crateri, ma l’idea passava per eretica perché la Luna doveva essere, come la Terra, una sfera levigatissima e perfetta, così come le orbite dovevano essere circolari e non ellittiche, perché circonferenza e sfera sono figure perfette e Dio non può fare nulla di imperfetto. Le macchie erano spiegate dalla scienza tradizionale con le venature del particolare materiale di cui la Luna sarebbe stata composta, ovvero una sorta di liscissima, marezzata madreperla.

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La Luna dipinta all’acquerello da Galileo Galilei così come la vedeva con il telescopio

Superato lo scoglio della perfezione divina e accettati crateri ed ellissi, ci sono voluti anni e anni di calcoli per progettare gli oggetti da mandare nello spazio e il modo di farli arrivare a destinazione. Come racconta il film Il diritto di contare di Theodore Melfi (2016), alcune delle migliori menti che permisero al progetto Apollo 11 di realizzarsi appartenevano a tre donne afroamericane, le matematiche Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, e questo, per la società dell’epoca, era un altro problema, non molto diverso da quello della perfezione divina. Ma fu proprio Johnson a calcolare la traiettoria del programma Apollo 11, quello che portò Neil Armstrong e Buzz Aldrin a toccare il suolo lunare mentre Michael Collins li aspettava in orbita. Ed era talmente brava che nel 1962 John Glenn, primo astronauta statunitense a entrare in orbita intorno alla Terra e a restarci per quasi cinque ore, le aveva chiesto di ricontrollare personalmente i dati del volo che si accingeva a compiere e che, per la prima volta, erano stati affidati a un computer. Nonostante Glenn si fidasse più di una scienziata nera che del calcolatore, il diritto di contare, studiare, calcolare, progettare ha richiesto, per essere riconosciuto anche alle donne, sforzi e sofferenze non dissimili da quelle di Galileo.

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Le matematiche Mary Jackson, Katherine Johnson e Dorothy Vaughan

Oggi la corsa è ricominciata. All’inizio di quest’anno, alle 3,26 – ora italiana – del 3 gennaio 2019, la sonda spaziale cinese Chang’e-4 si è posata sulla Luna, ma non dalla nostra parte, bensì nel cratere Von Kármán, in prossimità del Polo Sud lunare, dove ci dovrebbe essere ghiaccio d’acqua, che farebbe comodo nel caso dell’insediamento di una stazione lunare. Per restare in contatto con la sonda, l’anno scorso la Cina aveva collocato nell’orbita lunare il satellite Quequiao. Non sappiamo sei i taikonauti, (in cinese “tai kong” significa “spazio”) arriveranno presto sulla Luna, ma certo le imprese spaziali non sono più appannaggio di due soli Paesi, come in passato, e la partita appare più complessa e tutta da giocare.

Nel frattempo, in mezzo al Mare della Tranquillità, dove nessun vento né pioggia hanno cancellato le impronte di Armstrong e Aldrin, c’è ancora una targa d’acciaio posta dai pionieri dell’Apollo 11 con su scritto: «Qui, uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace, per tutta l’umanità». A ben vedere, nella data manca il giorno, forse perché, al momento della scrittura del testo, il programma non era stato ancora definito nei minimi particolari.
Ma oggi la visione del futuro è più cupa di mezzo secolo fa. Catastrofi sociali e ambientali rendono l’idea del viaggio nello Spazio non più un meraviglioso sogno di progresso quanto una via di fuga da un pianeta allo stremo. Molte persone, sulla scia di un complottismo antiscientifico che considera vero solo ciò che è dettato dall’esperienza personale e vede l’aggressione di malefici poteri occulti in ciò che è difficile da capire perché richiede studio, ritengono che sulla Luna non ci sia mai andato nessuno, che la Terra sia piatta, che i vaccini causino autismo, che l’Occidente stia per essere distrutto da orde migratorie. A questo mi pare inutile rispondere – altri lo hanno fatto autorevolmente – ma la cosa mette una certa malinconia.

Rileggiamo l’ultima frase di quella targa rimasta nel Mare della Tranquillità. È, come il senno di Orlando, la ragione che dobbiamo recuperare: «Siamo venuti in pace, per tutta l’umanità».

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La targa lasciata sulla Luna dai primi astronauti

Umberto Eco sul “complottismo lunare”
http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2009/07/24/news/il-complotto-lunare-1.14585

Un interessante ebook del giornalista scientifico Paolo Attivissimo sulla confutazione delle teorie complottiste si può scaricare qui:
http://www.attivissimo.net/luna/luna-si-ci-siamo-andati/

In copertina: Vincent Van Gogh, Notte stellata (1889), particolare

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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