Bambine e televisione

Le cittadine di media grandezza, come quella in cui vivo, offrono una varietà di proposte per le famiglie sempre piuttosto limitata. La biblioteca con la sezione bambini, qualche parco giochi, in estate le piscine e le gelaterie. Fine. Le afose giornate di agosto sono lunghe da passare. Così anche io, che tento di educare le mie figlie ad una gestione sana ed intelligente della noia, mi trovo spesso ad indulgere sui tempi concessi ai cartoni animati. D’altra parte l’alternativa sarebbe liquefarsi sul marciapiede o usare l’auto, quindi mi autolegittimo ad essere meno intransigente. Tanto ci sono io, penso, a “filtrare” gli eventuali contenuti poco adatti che Frisbee, Super o uno qualunque dei canali dedicati ai più piccoli possono propinare. Ma sicuramente non ce ne sarà bisogno, stiamo parlando di reti tra le più controllate, prive di volgarità o tentativi di manipolare il pubblico, tra quelle che tutelano maggiormente… Mi bastano due minuti di orologio per pentirmi amaramente delle mie false convinzioni.

Prima pubblicità: scarpe per bambine. Tre ammiccanti ragazzine camminano come in passerella, sotto una musica martellante da sfilata e con uno sfondo pieno di glitter a pioggia. I glitter, per i più refrattari al colonialismo linguistico, sono i brillantini. Solo che dirlo all’americana, per noi bifolchi, poveri figli del latino di Orazio, Lucrezio e Seneca, della lingua di Dante e Montale, fa moto più figo. Vuoi mettere l’ablativo assoluto con i glitter? Viva la moda americana forever, il Mac Donald’s e la Levi’s (anche se, come si intuisce dal nome, questo colosso americano del jeans fu fondato in realtà da Levi Strauss, un immigrato di origine ebraica, nel 1853). Ma, tornando alla pubblicità delle scarpe, il commento in sottofondo riempie le orecchie delle mie figlie di parole perfettamente in linea con lo spirito del nostro tempo. È tutto un susseguirsi di termini come “fashion, glamour, trendy, invidia…”. Invidia? E da quando si dovrebbero comprare degli abiti per provocare invidia negli altri? Il modo in cui ci vestiamo dice di noi molto di più della necessità di coprirci. Dice il nostro gusto (o, come nel mio caso, la sua totale mancanza), dice il modo in cui interpretiamo il mondo e le giornate, racconta il rapporto che abbiamo con noi stessi e col nostro corpo, come percepiamo e definiamo il nostro Sé relazionale. Per esempio, chi di noi non ha nell’armadio almeno un abito di molti anni fa, sgualcito e visibilmente strausato, ma ostinatamente conservato nel guardaroba? Si tratta delle nostre copertine di Linus, i panni in cui ci sentiamo sempre accolti, a nostro agio, sicuri e sereni, abbracciati, amati. Sono quelli che portano intrisi nelle loro maglie decine di ricordi, di sensazioni, di momenti importanti della nostra vita. Sono parte di noi. E noi siamo parte di loro (a questo proposito, consiglio a tutti i genitori di bambini dai tre anni in su di leggere Il gigante più elegante, di Julia Donaldson). In un certo senso, noi siamo ciò che indossiamo. Per questa ragione vestirsi per suscitare invidia, per quanto mi riguarda, è indice di profondo malessere esistenziale, di una concezione del mondo in cui ciò che conta non sono le relazioni positive e serene, ma la gara a chi è più bravo a ferire l’altro, a farlo sentire inferiore. Tum tum tum, la musica incalza; giravolta, le gonnelline si alzano svolazzando e la camera inquadra finalmente le scarpe, per la verità carine. Peccato che le presunte ragazzine avranno al massimo nove anni e il tacco, anche se appena accennato, risulta davvero fuori posto. Mi stupisco nel notare come, con un po’ di trucco e il travestimento adatto, ci voglia davvero poco a far sembrare queste bambine molto più grandi, abbastanza da farle entrare nel gioco degli ammiccamenti e della seduzione. Ma perché? Le loro mamme e i loro papà non si accorgono di quanto sia umiliante, per una bambina, dover sembrare ciò che non è? E sulla base di uno stereotipo, per giunta, orrendo, volgare e strumentale alla cultura della mercificazione di tutto, identità compresa.

Ho già mal di stomaco ed è solo la prima di una lunga carrellata di pubblicità. Seguono dinosauri che si illuminano al buio (naturalmente i bambini che ci giocano, nell’immaginario del regista e quindi nelle scene che scorrono, sono tutti solo maschi), un parco dei divertimenti con ingresso in super offerta a 33 euro anziché 38 a persona (dunque, noi siamo in quattro… 132 in tutto… due carrelli pieni di spesa al supermercato), ghiaccioli. Eccole lì ancora, le bambine travestite da piccole donne vissute. Queste hanno pure il rossetto e l’ombretto che, con il costume da bagno – rigorosamente due pezzi, tra l’altro – non c’entrano proprio niente. Ma questi pubblicitari crederanno davvero di aumentare le vendite dei ghiaccioli se convincono le bambine e i bambini che quella specifica marca è per grandi? E poi, secondo quale assioma “grande” significa automaticamente desiderabile e “figo”? Cavoli, il ghiacciolo è acqua e sciroppo, nulla di più: non può diventare un simbolo di status! Mah…sicuramente le strategie di marketing degli addetti ai lavori si basano su studi approfonditi. Io, in ogni caso, non ne posso più.

“Che cosa ne dite se mettiamo un dvd?” propongo alle mie figlie, le quali sono sdraiate sul divano in mutande e maglietta, in apparenza del tutto indifferenti ai prodotti appena reclamizzati. “Asterix e Cleopatra!” grida entusiasta la piccola. Trattasi di uno dei suoi cartoni animati preferiti. In particolare le piace la parte in cui la regina d’Egitto fa il bagno nel latte d’asina e il suo leone addomesticato scivola sulla saponetta, volteggiando scompostamente per tutto il palazzo. Asterix è un fumetto decisamente cetrato sul mondo maschile. Tutti i personaggi principali sono uomini (Galli o Romani) e tutti, con le sole due eccezioni di Panoramix il druido e Asterix il guerriero, sono simpaticamente, irrimediabilmente tonti. Irascibili, trogloditi, ignoranti e tontoloni i maschi, divertentissime le donne, che, pur restando sullo sfondo perché di battaglie e sfide non ne vogliono proprio sapere nulla, arricchiscono enormemente la narrazione con la loro presenza (cosa che avviene spesso anche nella vita reale, per altro). Quasi tutti gli stereotipi del femminile sono racchiusi nelle poche figure femminili presenti, ma con una ironia e una intelligenza straordinarie. C’è Beniamina, la moglie del Capo Villaggio, che, ben lontana dall’immagine della moglie sottomessa all’uomo forte, col suo mattarello di legno strapazza il marito in ogni occasione, trascorrendo il resto del tempo a spettegolare; c’è la moglie del novantatreenne Matusalemix, giovane e bellissima, che fa la civetta con tutti i maschi che incontra; poi Ielosubmarine, che brandisce il coltello come fosse una guerriera vichinga, dannandosi l’anima perché vende pesce in un villaggio di mangiatori di cinghiali. E poi, naturalmente, c’è Cleopatra. Viziata, irascibile, impulsiva e spesso irragionevole, ma straordinariamente rispettata da tutti e ammirata per la sua bellezza. “Strano” dice Asterix dopo averla incontrata “sapevo che aveva il naso storto”. “Non più” gli rivela Panoramix “si è fatta fare la plastica”. Personaggi geniali, a cavallo tra lo storico e il fantastico, caricature intramontabili, nate dalla penna di René Goscinny ed Albert Uderzo. E se ad un osservatore superficiale potrebbe sembrare che anche qui, come altrove, le donne sono ridotte a stereotipi, basta entrare un poco nel mondo del villaggio gallico per capire che solo la stupidità e la rozzezza generale dei personaggi maschili legittima tali tipizzazioni di genere. Le donne sono civettuole, pettegole o bramose di potere solo in un mondo di tontoloni e sempliciotti. Del resto, riferendosi a Cleopatra, Giulio Cesare stesso commenta che la ragazza ha davvero un carattere impossibile, però “è tanto caruccia che ‘ie se perdona tutto”. Lo stesso potremmo dire noi, oggi, dell’opera di Uderzo e Goscinny: gli autori hanno trasformato i pregiudizi sul femminile in personaggi caricaturali, ma l’operazione è talmente ben riuscita che glielo perdoniamo senz’altro. Inserisco il dvd, quindi, e mando avanti fino alla scena preferita da Alice. “Mamma, ma perché Cleopatra fa il bagno nel latte?” mi chiede. “Perché rende la pelle morbida e splendente” rispondo. “Posso farlo anch’io, un giorno?” “No, direi proprio di no.” “Uffa, era meglio nascere quando c’era Cleopatra.” “Guarda che se ti fossi comportata male, a quei tempi, saresti finita in pasto ai coccodrilli.” “Davvero?” “Sì.” “Mamma, mi prepari la vaschetta per il bagno? Va bene anche con l’acqua. Però almeno mi fai un po’ di bolle col sapone?” “Certo.” Certi lussi Cleopatra non ce li aveva di sicuro. 

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpgClasse 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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