Galileo, il telescopio e uno sguardo che sa di rivoluzione

Questa è la storia di un come. Non di un “perché” o di un “che cosa”. Qui, in queste righe, è il “come” che muove tutto: è ciò da cui parte una vicenda incredibile. Una scoperta, un delitto, un calcolo, un esperimento, una rivoluzione, un crimine. Un fatto, straordinario, che segna un prima e un dopo, che spezza una continuità ecumenica e dogmatica, sedimento di millenni di civiltà; che ubriaca le menti dei contemporanei, le stordisce, ne mina un equilibrio che era accettato da sempre e che, in quanto tale, dava sicurezza e stabilità in un mondo che stava mutando troppo velocemente. Una verità che illumina e fa brancicare, luce resa troppo fulgida dal buio ostentato di un’ostentata e forzata immobilità.

L’Aia, Paesi Bassi, settembre 1608.

Sono in corso le trattative serratissime e drammatiche per tentare di trovare una soluzione allo stallo politico che vede contrapposte le Provincie Unite – che volevano riconosciuta la propria indipendenza e che intendevano continuare le proprie attività commerciali nell’Estremo Oriente – e gli Asburgo di Spagna. In città si trovano i delegati delle massime potenze europee. I dispacci in quei giorni viaggiano concitati; le relazioni su ciò che lì sta avvenendo si susseguono e accavallano. Avvisi, cronache e comunicati vanno, dall’Olanda all’Europa, quasi senza sosta.  In questo muoversi di notizie, c’è un resoconto, breve – dodici pagine appena – dal titolo scritto in un francese scorretto: Ambassades du Roy de Siam envoyé à l’Excellence du Prince Maurice, arrivé à la Haye le 10. In esso, l’autore, non si sofferma sulle difficoltà del tavolo diplomatico, né sul braccio di ferro tra le parti in causa. Ciò che colpisce l’anonimo estensore sono due episodi apparentemente marginali: l’arrivo degli ambasciatori del re del Siam e la visita di un occhialaio di Middelburg, tale Hans Lipperhey. Se è evidente quanto la presenza esotica di diplomatici orientali possa incuriosire, meno chiaro è cosa possa esserci di interessante nell’arrivo di un anonimo artigiano olandese. Heer Hans Lipperhey reca con sé due oggetti: una lettera di presentazione del consiglio della sua provincia e uno strumento, strano, che – egli assicura – permette di vedere le cose a grande distanza come fossero vicine. Si rivolge direttamente allo Stadhouder Maurizio di Nassau invitandolo a provare in prima persona la straordinarietà della propria invenzione.

Ora, che potesse esistere uno strumento in grado, con un gioco di lenti, di ingrandire cose altrimenti distanti e molto piccole era risaputo da tempo. Gli occhiali esistevano già da diversi secoli e, fin dal Cinquecento, la letteratura faceva allusioni riguardo a un tale dispositivo. Ciò che però stupisce Maurizio di Nassau, l’autore dell’Ambassades e – in generale – tutti i presenti al tavolo delle trattative è che l’oggetto presentato dall’occhialaio funziona. L’ingrandimento è minimo, fino a tre volte, ma l’immagine catturata è nitida, chiara. Tanto basta. Nel giro di pochissimo tempo la notizia rimbalza per le principali corti dell’epoca. Arriva in Francia, in Inghilterra, in Italia, a Roma, fin nelle mani di papa Paolo V. E, con essa, altrettanto brevemente giungono i modelli, le copie; casse piene del cannocchiale olandese sono caricate su stive di navi che partono e arrivano nei più disparati porti europei. È, forse, la prima invenzione scientifica ad avere un fulmineo rilievo pubblico, a divenire collettiva e internazionale quasi nell’immediatezza. Nel giro di pochi anni, il cannocchiale appare sui dipinti di Brueghel, di Rubens, del Cigoli. Nell’epoca della guerra moderna, con i nemici infedeli che bussano alle porte dell’Europa e all’alba di uno dei più sanguinosi conflitti religiosi, il cannocchiale e il suo impiego in ambito militare muoveranno mercanti, denari, destini.

Milano, Italia, maggio 1609.

In città giunge un francese, un oltremontano, che si dichiara essere socio dell’olandese Hans Lipperhey. Egli è deciso a recare in dono il cannocchiale al Governatore della città,  Pedro Enríquez de Acevedo. Probabilmente questo forestiero è lo stesso che, poco tempo prima, aveva portato il dispositivo a Padova e a Venezia, tentando di venderlo al doge come fosse un segreto arcano e preziosissimo. E, se gli affari dell’oltremontano non hanno l’esito sperato, a muoversi è comunque la storia. A Venezia, il cannocchiale olandese finisce nelle mani di Paolo Sarpi, teologo, scienziato e religioso, colui che, pochissimi anni prima, aveva gestito lo scontro tra Venezia e Roma in occasione dell’Interdetto. Paolo Sarpi è un personaggio di assoluto rilievo e prestigio, amico di filosofi, intellettuali, teologi, matematici. Soprattutto, è amico di un matematico in particolare.

Venezia, Italia, 22-29 agosto 1609.

Il doge Leonardo Donà e i membri del Consiglio dei Dieci sono sulla cima del campanile della basilica di San Marco. Salire i 682 gradini, in piena estate, non è stato facile per loro, tutti avanti con l’età, in un’epoca, poi, in cui diventare anziani era un lusso. Con loro, un uomo. Un pisano, quarantasei anni, professore, prima a Pisa e ora a Padova, di matematica. Il suo nome, Galileo Galilei. Testa dura, carattere pessimo, mente attivissima. Galilei è un meccanico, un tecnico, un graffitaro. Alle pesanti toghe universitarie – contro le quali scrive un componimento – preferisce il tavolo da lavoro. Ha un laboratorio, a Padova: segatura, trucioli di legno, polvere di vetro e l’odore penetrante della colla. Al suo interno, con l’aiuto dell’artigiano Marcantonio Mazzoleni, costruisce compassi militari, compassi storti, squadrebussole. Ama sperimentare, Galileo. Ama realizzare. Vuole concretizzare quello che la sua intelligenza vede e si figura. E c’è una cosa, un oggetto, che egli ha immaginato per anni, smerigliando vetri su vetri, utilizzando tubi, lenti, specchi. Poi, finalmente, nel 1609, dopo anni di tentativi fallimentari, grazie allo strumento arrivato dall’Olanda, grazie al suo amico Paolo Sarpi che probabilmente glielo ha mostrato, realizza il proprio cannocchiale. Le dimensioni, decisamente superiori; l’ingrandimento, fino a trenta volte. Ed è questo dispositivo che il Galilei presenta al governo della Serenissima. E quando il doge, chino sul cavalletto, riesce a vedere fino a Chioggia, a Padova e a Marghera, quando distingue nettamente le vele delle navi in arrivo al porto con ben due ore di anticipo, allora, lì, il destino di Galileo Galilei muta drasticamente. Gli viene offerto un aumento di mille fiorini l’anno sulle sue provvigioni e la cattedra a vita nell’ateneo patavino. Il successo era prevedibile. La rivoluzione che provocherà, un po’ meno.

Padova, Italia, dicembre 1609 – gennaio 1610.

Tutto cambia. Nel freddo di lunghe notti invernali, un gesto, un movimento, un come mutano il corso dell’intera umanità. Galileo Galilei prende il suo strumento, sale nel posto più alto al quale abbia accesso e punta il proprio sguardo. L’orizzonte che egli sceglie, però, è diverso. Ciò che decide di osservare non ha bisogno di essere osservato, non così, non in quel modo. Perché studiare una cosa che già si conosce, che non si dovrebbe forse conoscere troppo, della quale si sa quel che serve sapere? Perché Galileo è uno scienziato, un meccanico, un tecnico; è un uomo che vuol capire se quel che ha nella propria testa è reale, realistico, realizzabile; è uno cui interessa il come delle cose. Perché Galileo ha letto un libro, scritto quasi settant’anni prima da un polacco, un testo difficilissimo e straordinario, un sovvertimento di carta e inchiostro che lo ha segnato e impressionato. Dunque, Galileo prende il suo strumento, sale nel posto più alto al quale abbia accesso e punta il proprio sguardo verso l’alto. Compie un delitto, uccide e spazza via quello che sembrava immutabile, sublime e divino. La volta celeste che si credeva di conoscere non esiste più, è distrutta, annientata. Il cielo che era stato di Omero, Aristotele, Tolomeo, di Ovidio, Maometto, Dante viene a mancare, strappato dai sensi aumentati, dove la vista da sola non basta a cogliere la grandezza di ciò che si sta guardando. Parla, il cielo, si racconta, usa una lingua che agli uomini non era dato conoscere. Almeno, non prima che Galileo Galilei cambiasse il come, non prima che scoprisse una nuova volta celeste. Non prima che alzasse l’occhio meccanico del suo cannocchiale verso l’alto. Ciò che era mappa e orologio, riconoscibile a occhio nudo, adesso è un mondo inesplorato, da conoscere, studiare, forse capire. Ed egli lo fa, ci prova, quasi ogni notte. Certo, un ingrandimento di trenta volte non è molto. È però più che sufficiente per annullare, di colpo, ogni differenza tra la terra e il cielo. La quintessenza aristotelica non esiste più. La luna è vulcani, dune, pietre e sassi, più terrena della terra stessa; vicino a Giove ci sono quattro stelle che stelle non sono. Queste si muovono, viaggiano intorno al gigante celeste senza lasciarlo mai: quattro nuovi “erranti” che vanno ad unirsi ai sette di cui parla Aristotele. Ma sette è un numero sacro, magico, che non può essere toccato. Eppure, Galileo rompe anche questo. Egli vede, grazie alla lente del suo cannocchiale ciò che aveva letto, ciò che Mikołaj Kopernik aveva descritto nel De Revolutionibus Orbium Caelestium.

Venezia, Italia, marzo 1610.

Nella stamperia di Tommaso Baglioni viene pubblicato un libello, breve, in copie 550. Anch’esso è un annuncio, come quelli partiti dalla città dell’Aia oltre un anno prima. Qui però si parla di cose celesti, di cielo, luna, stelle ed erranti.  Il titolo è Sidereus Nuncius, l’autore Galileo Galilei. In pochi giorni diviene introvabile. In quest’opera, il matematico pisano descrive le sue scoperte, le sue intuizioni. C’è concentrata tutta la rivoluzione che arriverà a breve. La dedica è per i Medici. I signori di Firenze offrono al Galilei la cattedra a Pisa, un aumento di stipendio di duemila fiorini e il titolo di filosofo accanto a quello di matematico. Quest’ultima concessione arriva dopo espressa richiesta dello stesso scienziato che vuole, così, dare onore e valore a sé e al proprio lavoro, sovvertendo – anche questo – l’ordine medievale del sapere. Allontanarsi da Padova è un azzardo. Lì, sotto l’egida della Serenissima, la libertà è garantita. Nell’ateneo patavino studiano cattolici, luterani e calvinisti. Pisa, invece, è vicina a Roma, forse troppo. Il Concilio di Trento si è concluso da poco e Campo de’ Fiori ancora brucia delle ceneri di Giordano Bruno. Galileo però va. Con la pubblicazione del Sidereus Nuncius, l’opera di Copernico torna alla ribalta. E se prima era sfuggita alla scure dell’Inquisizione perché troppo difficile per essere compres la, adesso è subito iscritta nell’Index Librorum Prohibitorum. Nemmeno l’appello fatto direttamente a Bellarmino o il rapporto che il Galilei ha con papa Urbano VIII, appassionato di astronomia e al quale egli aveva portato personalmente il proprio cannocchiale, servono a qualcosa. Il Pisano, anzi, diviene un osservato speciale. Fino al 1632 quando, con la pubblicazione del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, arrivano la condanna e l’abiura.

Le vicende di Galileo Galilei sono note ai più. Egli è considerato il padre della scienza moderna, il fondatore del metodo che, nei secoli successivi, sarà la base di ogni ricerca. Meccanico, artigiano e tecnico. Matematico e scienziato. Un uomo che ha vissuto il prima e il dopo di un qualcosa che egli stesso ha creato. La potenza della sua personalità può essere affiancata solo alla potenza visiva del suo nuovo strumento. E le stelle, la luna e gli erranti sono ancora lì, oggi, a testimoniarne la grandezza, la modernità. Tutta la sua rivoluzione.

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Acquaforte di Stefano Della Bella, XVII secolo

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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