Quando volevo essere Pippi

Pippi Calzelunghe è forse il personaggio femminile della letteratura per l’infanzia che più di ogni altro ha conquistato in tutto il mondo bambine e bambini senza essere rinchiusa nella gabbia dei “libri per femmine”, come è successo per altri. E fra i tanti e le tante conquistò me, all’inizio degli anni Settanta.

Conosciamo tutti e tutte la sua  autrice, Astrid Lindgren, che nel 1945 inventò la bambina  e le prime storie per distrarre la figlia ammalata. Conosciamo meno invece la prima illustratrice di Pippi, la danese Ingrid Vang Nyman. Avrebbe avuto lo stesso successo Pippi se fosse stata illustrata in modo meno rivoluzionario e fuori dagli schemi?

I telefilm uscirono in Svezia nel 1969, in particolare il primo era uscito il 25 agosto, dunque si festeggia il loro 50° compleanno in questi giorni. Già l’anno successivo, poi, nel 1970, arrivarono anche alla tv italiana e il loro successo spinse la casa editrice Vallecchi a ripubblicare il libro (nell’edizione illustrata con le fotografie tratte dai telefilm), uscito in prima edizione in Italia in sordina già dal 1958 (tradotto da Donatella Ziliotto e illustrato appunto da Ingrid Vang Nyman).

È il 6 settembre 1970 quando Pippi fa la sua comparsa in RAI. Nel 1970 avevo giusto l’età e le caratteristiche per diventare una grande fan di Pippi: ero una bambina che amava giocare all’aperto, arrampicarsi sugli alberi, inventare strane avventure e cominciai immediatamente a divorare, in parallelo, i telefilm (sì, voglio proprio chiamarli telefilm, come si diceva allora, e non serie tv!) e poi il libro. Come non appassionarsi, e non a caso proprio negli anni successivi al ’68, a questa ragazzina buffa, stravagante, libera, generosa, intelligente ma fuori da ogni schema, fantasiosa, eccentrica e piena di voglia di vivere che riesce a gestire con serenità anche la tragedia di aver perso la mamma, convinta com’è che la osservi dal cielo con un cannocchiale! Come non desiderare di essere come lei, al punto da vestirmi a Carnevale non da principessa o da fatina ma da Pippi Calzelunghe?

Forse anche troppo trasgressiva sì da essere considerata diseducativa in periodi più recenti (ma anche in Svezia negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione suscitò un po’ di polemiche), in tempi di censura e di controllo che poi paradossalmente si applicano su bambini e bambine che non hanno quasi più regole. Sì perché negli ultimi anni viviamo il paradosso di un permissivismo sfrenato accompagnato poi dalla ricerca stolta di “racconti con la morale” e di censure ai libri operate a volte da politici e amministratori e a volte da mamme e papà che cercano nei libri modelli educativi che nella realtà quotidiana non sanno proporre.

Le avventure di Pippi invece non hanno morale, non propongono messaggi educativi, non stabiliscono regole ma sono un inno alla libertà di pensiero, al coraggio, al vivere fuori dagli schemi.

Quanto diverse sono le avventure di Pippi, il classico per eccellenza dei paesi scandinavi, dalle avventure di Pinocchio, il “nostro” classico. Mentre Pippi celebra la libertà, l’indipendenza, la scoperta, Pinocchio insinua il senso del dovere, il senso di colpa, l’obbedienza, il dover stare in guardia dalle cattive compagnie. Pinocchio viene punito quando dice le bugie, invece le bugie di Pippi, così assurde e paradossali, diventano un incitamento alla fantasia e al pensiero libero.

E quanto diversa è Pippi da Alice, l’altra grande eroina femminile dell’infanzia della prima metà del secolo scorso. Alice sembra essere più trascinata dalle avventure, Pippi le avventure le inventa ogni giorno, per sé e i suoi amici del cuore, Tommy e Annika, giudiziosi e “perfettini” che d’altra parte non smettono mai di rappresentare il giusto modello, quasi come fossero l’altro piatto che equilibra la bilancia.

Sì perché poi alla fine ogni bambina o bambino che legge o vede Pippi (anche attraverso il cartone animato… che mi rifiuto di vedere per non contaminare i miei ricordi!) sa bene che sono Tommy ed Annika a rappresentare la realtà, laddove Pippi rappresenta invece quel pizzico di fantasia, di disobbedienza, di pensiero libero che, nella giusta dose, non dovrebbe mai mancarci.

 

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Copertine Vallecchi, 1958-1971

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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