Il latino è la lingua dei sardi

Ho avuto l’occasione di intervenire qui in Sardegna, a Rena Majore (Aglientu), alla presentazione di un libro estremamente interessante che mette in discussione – attraverso migliaia di esempi accuratamente documentati – molte delle nostre certezze, risalenti agli studi liceali ma anche universitari. Sto parlando del lavoro svolto dal professor Bartolomeo Bèrtulu Porcheddu intitolato (in tre diverse lingue): Su latinu est limba de sos sardos – Il latino è lingua dei sardi – Latinum lingua sardorum est (Authorpublishing, 2018). L’autore ha un curriculum vastissimo ed è uno specialista in studi sardi, sia a livello storico che a livello linguistico, ha svolto incarichi prestigiosi ed è autore di altri testi: saggi, grammatiche, ricerche comparative, nonché traduttore dal sardo all’italiano e viceversa.

Da anni ha focalizzato la sua attenzione su un problema di fondo: è vero, come abbiamo sempre creduto, che il latino ha dato origine a varie lingua romanze, fra cui il sardo (dico così genericamente, anche se esistono varianti locali)?

Come è possibile che un popolo che ha dominato poco più di settecento anni – senza uccidere in massa le popolazioni conquistate – abbia potuto avere una influenza che di solito richiede millenni? Ma a quale latino facciamo riferimento?

I popoli – come gli antichi Sardi – secoli prima dell’avvento romano hanno lasciato tracce della loro lingua? Ma perché stiamo parlando proprio della Sardegna?

Chi trascorre un periodo nell’isola e ascolta le parlate locali nota facilmente tante somiglianze con il latino che giustificano le sue certezze: fra le lingue “nate” dal latino, è proprio quella sarda che ha meglio conservato la lingua madre. Le “s” e le “u” finali, il verbo “est”, gli articoli, l’assonanza di molti nomi, la corrispondenza degli avverbi: ci è stato insegnato che sono spie della conservazione dovuta all’isolamento, altrove non riscontrabile.

Proviamo invece – con il professor Porcheddu – a vedere la cosa da un’altra prospettiva che ci potrebbe portare addirittura a definire le lingue neolatine come “neosarde”.

Partiamo da una piccola digressione storico-geografica.

La Sardegna ha una posizione centrale nel Mediterraneo ed è stata fino dai tempi più antichi (dal Neolitico al Bronzo finale) un ponte fra l’Europa continentale (Francia), l’Africa e l’Anatolia. È stato ipotizzato che fosse questa la mitica Atlantide, fertile e rigogliosa, ricoperta di foreste (poi depredate…), ricca dell’oro nero: l’ossidiana di Monte Arci. I suoi guerrieri, dai caratteristici elmi piumati o cornuti, erano talmente coraggiosi da far parte delle guardie dei faraoni egizi; erano i famosi Shardana; nei geroglifici e nei documenti si hanno attestazioni inequivocabili, persino nella stele di Rosetta. Anche nel disco di Festo (1700 a. C.) se ne parla. Frequenti poi i rapporti con l’Etruria e singolari somiglianze con edifici presenti in Oriente (la ziqqurat presso Sassari, precedente a quelle mesopotamiche), per non parlare poi di certi toponimi, come Lycia e Cilicia, su cui ritornerò fra poco. Furono dunque popolazioni sarde a colonizzare il Lazio (come dimostrano ad esempio le numerose mura megalitiche ancora presenti) ben prima della fondazione di Roma e del dominio greco sul Mediterraneo (le celebri statue ritrovate a Monte Prama, presso Cabras, anticipano la scultura greca).

Ricordava il professor Porcheddu che in Sardegna sono censiti oltre 20.000 siti archeologici: un numero strabiliante, unico al mondo, se pensiamo che altri saranno da scoprire e qualcuno è scomparso. Ammettendo che per ciascuno siano state necessarie almeno 200 persone, facendo un banale calcolo viene fuori una popolazione di 4 milioni di individui (oggi sono poco più di un milione e mezzo, nella seconda isola del Mediterraneo). Una popolazione importante, dunque, da qualsiasi punto di vista. Una popolazione che aveva una lingua e la scriveva anche, utilizzando tavolette di legno oggi per la maggior parte distrutte. Eppure tracce se ne hanno grazie alla stele di Nora (IX sec. a. C.), in cui i caratteri utilizzati sono fenici, ma la lingua è il sardo. All’arrivo dell’esercito romano qui erano già passati vari popoli e la cultura nuragica era finita da tempo, ma la parlata rimaneva una costante, nelle sue varietà locali presenti anche oggi. Una lingua, dunque, che ha non meno di tremila anni.

I Romani, allora, nel 238 a.C., che lingua portarono? Ovviamente, come sempre avviene, la lingua dei dominatori che tuttavia era stata creata “a tavolino”, si direbbe, una lingua scritta e non parlata, nata sulle basi della grammatica greca, come aveva fatto Alessandro Magno con la famosa koinè per unificare i tanti popoli sottomessi; operazione aspramente criticata da alcuni, come Catone il Censore, che non accettava l’ellenizzazione del latino e il cambiamento dei costumi. Nei grandi territori conquistati allora e in seguito ogni popolo continuava comunque a parlare la propria lingua, come pure accadeva nel Lazio. Oggi noi conosciamo il latino “ecclesiastico” attraverso gli scritti e lo leggiamo, sbagliando, seguendo una pronuncia imprecisa che solo pochi docenti in Italia si rifiutano di utilizzare. La “c” era in realtà una “k”, la “y” era una “u” come in greco, ecco allora spiegato il senso dei quei due bellissimi toponimi citati sopra: non Lycia, dunque, ma Lukìa, che vuol dire “luce” in sardo; non Cilicia, ma Kilikìa, che vuol dire “brina”. E gli esempi da citare sarebbero tanti, in vari ambiti, consistenti anche in intere frasi, visto che il testo ha oltre 300 pagine e documenta ogni singolo elemento della grammatica, dell’analisi logica, della sintassi grazie alla comparazione fra testi latini degli autori più celebri (segnalati nelle note e nella accurata bibliografia) e lingua sarda. Sicuramente è un percorso erudito e non sempre facilissimo, ma affascinante che riesce a stupire e far riflettere anche i non addetti ai lavori.

Per fornire qualche altra prova, rimando a un concetto che conoscevo poco e che mi è parso assai convincente: l’effetto del fondatore. Cosa vuol dire? Viene spiegato bene nel testo: quando nasce una parola di solito unisce significante e significato perché viene coniata per una nuova esigenza, da un’esperienza o un oggetto concreto; forse sapevate che la misura del “cubito” usata dalla popolazione romana (e fino a pochi anni fa in Gran Bretagna) corrisponde all’avambraccio, ma per spiegare questo nome si deve risalire al sardo, in cui cùbidu vuol dire gomito, allora acquista un senso. Un altro esempio è paragulas, la nostra parola, incomprensibile se non si risale all’effetto del fondatore: peri sa gula (ovvero: suono che passa per la gola). Bellissimo, non è vero? Dal sardo dunque sarebbe avvenuto il passaggio al latino, e non viceversa.

Per non togliere le mille sorprese che il libro riserva a chi avrà la mia stessa curiosità, vorrei concludere con un ulteriore dato storico che rimanda a quella donna eccezionale che fu Eleonora d’Arborea. Trovandosi a governare in 13 curatorie e volendo diffondere la sua geniale Carta de Logu (il codice di leggi del 1420, rimasto in vigore di fatto fino al 1827), aveva anche bisogno di una lingua scritta il più possibile unitaria e ben comprensibile ovunque; pensò allora di far elaborare una sorta di sardo comune, partendo dal logudorese con influssi del campidanese. Così accadde, e nei secoli successivi – anche se le vicissitudini storiche portarono nuovi popoli e nuovi dominatori – la lingua è rimasta costantemente usata: «possiamo pertanto affermare – conclude il prof. Porcheddu – che il sardo è una lingua millenaria, una delle poche lingue antiche del Mediterraneo ancora parlate. Possiamo dire che teniamo a portata di mano un tesoro di grandezza  inestimabile.» Un tesoro da studiare e preservare. La colonizzazione culturale di cui siamo tutti/e un po’ vittime non deve annientare questo patrimonio che appartiene non solo a chi vive in Sardegna; ce ne dobbiamo sentire responsabili e custodi. Cosa c’è infatti di più nobile e bello della primaria forma di comunicazione umana, ovvero la lingua, o meglio sa limba?

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Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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