Non c’è riscatto nel suicidio

C’era una volta una ragazza che si era fidata, aveva seguito persone che credeva suoi amici ad una festa, era stata a sua insaputa drogata e poi stuprata. Questa ragazza non era riuscita a rivelare l’accaduto a nessuno, aveva tenuto quel macigno sullo stomaco tutto per sé, non voleva più fidarsi degli altri. C’erano la sua perenne stanchezza, gli incubi, i mostri che andavano a farle visita, l’indifferenza consapevole o meno di coloro che la circondavano e c’era un’idea, un’assurda, sciocca, distorta idea. La ragazza pensava che togliendosi la vita sarebbe riuscita ad impartire una lezione ai mostri che avevano abusato di lei, che suicidandosi avrebbe potuto trovare quel riscatto che il mondo sembrava negarle. Forse avrebbe potuto chiedere aiuto, parlare con i suoi genitori, confidarsi con le persone cui più teneva, condividere quei fantasmi affinché divenissero un po’ meno pesanti, affinché potesse lenire almeno un poco quel dolore dell’anima che sembrava non avere fine, che rendeva nero ogni spiraglio di luce, spazzava via la speranza, distruggeva l’ipotesi di un futuro migliore, soffocava anche le cose piacevoli e consegnava tutto all’oblio. Così si tolse la vita sorprendendo quanti non avevano potuto o voluto vedere, ascoltare, comprendere. La notizia si diffuse e i classici gruppetti di coloro che amano prendere posizione su cose che non capiscono iniziarono a “dire la loro”. Un insieme di trionfi di superficialità che variava dal «Povero tesoro» al «È stata una stupida! Solo gli stupidi commettono gesti del genere» fino al disgustoso «Una di meno». Restava solo una certezza: lei non c’era più, non sarebbe tornata, non avrebbe potuto verificare personalmente se la vita aveva altro da offrirle oltre l’oblio.

È una storia inventata, un triste racconto ispirato da quanto realmente accade, ogni giorno, ogni ora, in ogni angolo del pianeta, una storia che ha molto di tante storie simili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sono circa 800.000 le persone che, ogni anno, decidono di togliersi la vita, una persona ogni quaranta secondi. La fascia di età più colpita è quella che va dai 20 ai 25 anni. La maggioranza dei suicidi è commessa da uomini e per ogni persona che lo commette si stima che ve ne siano circa venti che ci provano. Infine, il suicidio è globalmente la seconda causa di morte nella fascia di età che va dai 15 ai 29 anni, dopo gli incidenti stradali. Le conseguenze del suicidio colpiscono famigliari, amici ed intere comunità. Ma cosa scatena il gesto?

Il suicidio è la conseguenza ultima e catastrofica di un processo psichico molto complesso che, certamente, involve la depressione. Non necessariamente coloro che soffrono di questo disturbo, onnipresente nella storia dell’umanità e già descritto piuttosto dettagliatamente ai tempi dei greci e dei romani, optano per la drammatica via. Complice sembra essere una certa tendenza all’impulsività e alla violenza (intesa, in questo caso, come tendenza all’autodistruzione). La depressione è quasi sempre connessa ad una perdita non semplicemente definibile come un lutto ma anche la perdita di un posto di lavoro, la precarietà finanziaria, etc. In altre parole, i fenomeni che potrebbero essere alla base della depressione sono molteplici e accomunati dal fatto che incrinano la stabilità e l’integrità della persona. Anche il sentirsi accettati è, per la maggioranza delle persone, motivo di costante tensione. Questo può immediatamente far comprendere come il fenomeno del bullismo e del più recente e pervasivo cyberbullismo incidano in questo ambito. Ma cosa si può fare per prevenire il suicidio?

Spesso lo stigma, il tabù e le credenze che circondano il togliersi la vita spingono le persone a non cercare aiuto, esattamente quello che accade alla protagonista del triste racconto in apertura. Inoltre, troppo frequentemente, alla prevenzione del suicidio viene dedicata scarsa attenzione dai politici e dai governi. In molte comunità le risorse per la prevenzione sono limitate o nel peggiore dei casi inesistenti. Questo è uno dei motivi per i quali molti sistemi sanitari sono incapaci o falliscono nel fornire adeguato sostegno quando necessario. Fortunatamente negli ultimi anni la situazione è andata migliorando. La drammaticità e l’impatto del suicidio sono sempre più una consapevolezza sociale cui, seppur non ancora sufficientemente, si tenta di far fronte. Importantissimo è il ruolo della famiglia e della scuola che, paradossalmente, sono anche i luoghi in cui spesso si verificano eventi traumatici che possono contribuire a spingere una persona a togliersi la vita. Ma quando tutto si fa nero occorre sempre cercare aiuto, non vergognarsi. Aiuto che si può ricevere in modi diversi: sostegno dagli amici, rivolgendosi ai numeri preposti, facendo ricorso ai diversi portali online che offrono assistenza. La chiave è sempre la condivisione del trauma, la comunicazione. Inoltre, maggiore attenzione dovrebbe essere prestata al bullismo, bisognerebbe far comprendere alle vittime di questo triste meccanismo che hanno altre opzioni, che devono parlare apertamente delle ingiustizie subite, che non devono rinunciare alla loro vita perché qualche disgustoso esemplare umano si accanisce contro di loro. Bisognerebbe far capire alle vittime che i soggetti sbagliati non sono loro ma gli aguzzini, che gli spostati non sono loro ma chi fa del male perché fomentato da terribili dinamiche di gruppo o dalla pura e semplice volontà di ferire qualcuno.

Un messaggio deve passare chiaramente: non c’è riscatto nel suicidio. A vincere sono gli aguzzini la cui squallida coscienza viene spesso rapidamente salvata da sottili sistemi psicologici, spazzando via la speranza del suicida di poter avere una qualche forma di riscatto post mortem. Ciò che resta è, a tutti gli effetti, null’altro che il dolore di chi aveva amato quella persona. Il racconto all’inizio di questo articolo può e deve finire diversamente. La speranza non muore mai, la giustizia può e deve vincere.

Articolo di Ettore Calzati Fiorenza

gJaZLDNROssessionato dalla comunicazione, sostenitore della scienza e dell’importanza del dubbio perché, in fondo, quasi nulla di cui ci crediamo certi è effettivamente tale. Tra i miei interessi principali rientrano anche la letteratura, le arti figurative e la musica. “Le parole sono tutto quello che abbiamo” e per questo faccio del mio meglio per mantenere quelle date, usque ad finem.

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