Una bicicletta per la parità. La vita avventurosa di Alfonsina Strada

Il 13 settembre 1959, mentre cercava di mettere in moto la sua Guzzi 500, moriva, a Milano, Alfonsina Morini in Strada. Ricordarla, oggi, significa dare il tributo che si merita a una donna col destino nel nome, dal gotico athal, che significa nobile e funs che significa valoroso. E nobile e valorosa Alfonsina la fu davvero.

Alfonsa Rosa Maria Morini era nata nel 1891 in una famiglia poverissima, seconda di otto tra fratelli e sorelle, a Castelfranco Emilia, allora in provincia di Bologna e oggi di Modena. I suoi genitori erano due braccianti analfabeti, che, per riuscire a sfamare i figli, dopo ciascuno dei primi tre nati, avevano provato a crescere un orfanello dell’ospizio, in cambio di un sussidio decoroso. Il destino di Alfonsina sembrava segnato: imparare a tagliare e cucire per lavorare come sarta, fare i mestieri nelle case dei ricchi e diventare moglie e madre. 

Una domenica, nel 1901, dopo che si erano trasferiti a Fossamarcia, dalle parti di Castenaso, suo padre tornò a casa con una vecchia bicicletta, che il dottore del paese gli aveva dato in cambio di alcune galline e dei lavoretti. Alfonsina intravide nella bicicletta lo strumento della sua libertà. Appena poteva, la rubava a suo padre e filava nella pianura, per assaporare il vento tra i capelli e l’ebbrezza della velocità. Cominciò a gareggiare con i maschi del paese e arrivava sempre prima di loro. La chiamavano “la matta”, anche in famiglia, perché scopriva i polpacci, portava i capelli da maschiaccio (che poi Coco Chanel avrebbe definito “alla bebè”) e indossava i pantaloni corti, in un periodo in cui alle donne era vivamente sconsigliata la bicicletta. Nell’immaginario maschile la bicicletta era addirittura indecorosa o indecente, collegata, per gli analfabeti del piacere femminile, a fenomeni di onanismo, per la posizione sul sellino. Ma anche la Chiesa e la società di allora vedevano la donna destinata alle mura domestiche e criticavano quelle che osavano salire sulle biciclette.

Alfonsina non fu la prima donna a correre insieme ai maschi, ma fu la prima a voler dimostrare che, nello sport, una donna può fare le stesse cose che fa un uomo.

Cominciò a gareggiare nelle corse dei paesi più vicini. Con la scusa di andare a Messa, andava a correre e un giorno tornò a casa con un maiale vivo come premio. Divenne popolare in Emilia, ma poi si spostò spesso in treno a Torino, dove era nata l’Unione Velocipedistica Italiana, e poté confrontarsi con altre donne e altri uomini. Ottenne il titolo di “miglior ciclista italiana”, quando batté la famosissima Carignano. Conobbe a Torino ciclisti importanti, tra cui le tre “M” della velocità, Mori, Moretti e Messori e partecipò al Giro di Lombardia. 

Tra le imprese più importanti di Alfonsina, prima di correre il Giro, si ricordano, a Moncalieri nel 1911, il record mondiale di velocità femminile con oltre 37 km/h, record ovviamente non omologato dalla federazione internazionale, che solo dal 1933 considerò ufficiali i primati femminili, e la partecipazione a Stupinigi a una gara con 50 uomini, in cui risultò settima. Chi aveva sempre creduto in lei e l’aveva incoraggiata, senza schernirla come faceva la maggior parte della gente, fu Messori, che gareggiava con la bandana in testa, come più tardi avrebbe fatto Pantani, e vestiva sempre di nero in gara. Nel 1908 Messori aveva ottenuto il record mondiale dei 500 metri da fermo, ma aveva una grande paura delle cadute e di questo i suoi compagni si approfittavano, con urla alle sue spalle per farlo frenare. È interessante riflettere sul tipo di uomo che a quell’epoca era in grado di valorizzare una donna: un uomo che non temeva di mostrare le sue fragilità. Messori la portò con sé a Pietroburgo, dove lo zar Nicola e la zarina l’apprezzarono e le donarono una medaglia, non si sa se dietro consiglio del monaco di corte Rasputin.

Ma il regno del ciclismo era diventato Milano e lì si trasferì “il diavolo in gonnella”. Vi conobbe Luigi Strada, un ragazzo più grande di lei di tre anni. Faceva il cesellatore, realizzava piccole invenzioni e riparava e costruiva biciclette nel suo laboratorio. Luigi la incoraggiò, divenne il suo più grande ammiratore, si allenò con lei e la accompagnò in tutte le sue corse. Alfonsina stava diventando famosa ed era un esempio per molte altre donne che si misero sul sellino e la imitarono. Luigi Strada era un uomo intelligente, in grado di cogliere le novità, mite, e la sposò civilmente nel 1915. Il suo regalo di nozze fu una bicicletta fiammante.

Stava per scoppiare” l’inutile strage”, come fu definita la guerra del 15-18 e tutte le gare più importanti furono abolite, prima di tutte quelle solo femminili. La guerra destabilizzò il fragile equilibrio di Luigi Strada, che però riuscì a sposare la sua Alfonsina anche in Chiesa, nel 1922, per evitare che il loro matrimonio solo civile fosse dichiarato nullo dalla nuova politica fascista. I segni di scompenso psicologico di Luigi ne imposero il ricovero nel manicomio di San Colombano al Lambro. Le malelingue misogine dissero che era per lo strapazzo dovuto ai viaggi in cui aveva accompagnato quella zingara di Alfonsina nelle sue corse.

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La bicicletta di Alfonsina

Il sogno di Alfonsina restava quello di partecipare al Giro d’Italia.

E quella fu l’impresa per cui è passata alla storia, nel 1924, unica donna insieme a 90 uomini. Quell’anno, per problemi finanziari, le principali squadre avevano disertato il giro e non iscrissero i loro campioni. Non c’era Girardengo, non c’era Bottecchia, non c’era Brunero. La Gazzetta dello Sport dovette quindi reclutare pochi professionisti, alcune vecchie glorie del ciclismo e molti dilettanti, tra cui i cosiddetti “fuoriclasse”, che, a dispetto del nome, erano dei solitari che correvano per  guadagnare qualche spicciolo. Anche Alfonsina era una dilettante, voluta dal Dirigente Emilio Colombo, per fare di lei “la precipua attrazione”, come avrebbe ammesso lui stesso più tardi. Non può sfuggire, a noi contemporanei, come spesso le donne siano state “usate”, in modo strumentale, come lo fu Alfonsina al Giro d’Italia, quando servono, in emergenza, in situazioni di difficoltà. Forse il collegamento a qualcuno potrà sembrare ardito, ma oggi, questa caccia alla donna, purché sia donna, nelle cariche locali e nazionali in politica, mi fa pensare che al nostro genere si ricorra strumentalmente nei momenti di crisi, dopo averci ignorate per decenni, al solo scopo di dare una riverniciata rosa alla vecchia politica politicante, quando si teme di perdere…

La partecipazione della “regina della pedivella” al Giro fu tenuta segreta; la Gazzetta, tre giorni prima dell’inizio della gara scrisse: “n.72 Alfonsin Strada di Milano” e il Resto del Carlino di Bologna scrisse che il corridore n.72 si chiamava Strada Alfonsino di Milano. Non si sa se fu un errore del tipografo o una sua correzione.

All’epoca le tappe del Giro erano di circa 300 km, le strade non erano tirate a lucido come oggi per la grande Performance, si partiva di notte e gli sforzi erano davvero immensi.  Nelle varie tappe del Giro, Alfonsina arrivò sempre tra gli ultimi, stanca, spossata, spesso con i segni delle cadute, ma non rinunciò mai, nemmeno nelle tappe più massacranti, come la Bologna – Fiume di 415 chilometri. Durante il Giro, quando bucava, sapeva rammendare perfettamente le camere d’aria e quando una volta le si spezzò un manubrio, le venne in soccorso una donna con un manico di scopa e ”l’irrangiungibile pistarde” completò la tappa in questo modo tutto artigianale, da “Scienziata della vita quotidiana”, come ci piace pensare che l’avrebbe definita la Maestra Lidia Menapace .

Al traguardo arrivarono in 30, su 90 iscritti, e Alfonsina era tra quelli, quasi sempre tra gli ultimi, ma era riuscita a dimostrare che si può smontare la leggenda “del maschio dominatore e della donna sottomessa” (Facchinetti, p. 53).

Da allora continuò a gareggiare, in Italia, in Francia e in Spagna, provò la corsa sui rulli, si esibì al circo Barnum e in altri circhi e in spettacoli di vario genere. Ottenne moltissimi riconoscimenti, tra cui uno stemma del casato di D’Annunzio, regalo del vate e un mazzo di fiori dal Re. 

Alfonsina si cimentò più volte anche in una nuova specialità: la ruota della morte. La ruota della morte era costituita da una pista rotonda sospesa in aria, nella quale la ciclista si esibiva perpendicolarmente al terreno ed era trattenuta soltanto dalla forza centrifuga.
Fino al 1937 Alfonsina Strada gareggiò e stabilì record. Poi ci furono la guerra, la morte in manicomio del marito e il ritiro a Milano, in un laboratorio di biciclette che fu frequentato dai grandi del ciclismo di allora, tra cui Coppi e il suo allenatore cieco Cavanna. Alfonsina aggiustava biciclette e teneva lezioni di ciclismo per i giovani. 

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Alfonsina ripara la bici

Prima di trasferirsi a Milano aveva provato a proporre alla sua famiglia di andare a vivere tutti insieme, in una casa che lei stessa aveva scelto e che avrebbe potuto comprare: una pioniera del co-housing. Ma la proposta fu respinta. Triste e solitario è il destino di chi precorre i tempi.

Alfonsina mantenne sempre il cognome del marito, anche dopo il secondo matrimonio. Lo richiedeva la legge del tempo, ma forse quel cognome, “Strada” era un segno del destino per “la reginetta della pedivella” o forse un gesto d’amore per un uomo sfortunato.
Nel frattempo l’amico Messori l’aveva seguita e progettava di costruire una bicicletta Strada, mentre il sogno di Alfonsina era quello di costituire una società ciclistica. Alla morte della moglie di Messori, da cui era separato, Alfonsina e il grande velocista si sposarono: lei aveva cinquantanove anni e lui sessantanove.  

Anche questo fu un gesto anticonvenzionale per i tempi. Alfonsina gareggiò per l’ultima volta nel 1956, a sessantacinque anni, in una corsa per veterani e vinse. Questa vittoria la riempì d’orgoglio. Purtroppo nel 1957 anche Messori morì e Alfonsina visse in solitudine. Ci lasciò per sempre il 13 settembre 1959, quando il suo grande cuore cedette per sempre.
Aveva aiutato economicamente molti dei suoi familiari, si era presa a cuore il destino della figlia di una sorella, aveva cercato di conciliare la sua scelta di vita libera, zingaresca e senza figli con quella di “madre spirituale” di tante giovani promesse del ciclismo, maschile e femminile.

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Milano. Foto di Mita Galbiati

A lei sono state dedicate alcune vie in Italia, da ultima anche la pista ciclabile che va da Melegnano a Cerro al Lambro, fortemente voluta da una classe dell’Istituto Benini di Melegnano, all’interno del Progetto Toponomastica femminile, per dire un grazie alla nobile e valorosa Alfonsina Morini in Strada.

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Castelfranco Emilia. Foto di Roberta Pinelli

Per saperne di più:
Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada, di Livio Facchinetti. Ediciclo editore

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

 

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