Il caffè sospeso

Luca Cupiello si è appena svegliato e sua moglie Concetta gli porta una tazzina di caffè. Lui ne beve un sorso e subito lo sputa.
LUCA
Che bella schifezza che hai fatto, Conce’…
CONCETTA (risentita)
E già, mo le facivamo ‘a cioccolata! (alludendo al caffè) È un poco lasco ma è tutto cafè.
LUCA
Ma perché vuoi dare la colpa al caffè, che in questa tazza non c’è mai stato
CONCETTA (mentre cerca in un cassetto qualcosa di personale, un pettine, delle forcine, un rocchetto di filo bianco)
Ti sei svegliato spiritoso?
LUCA
Non ti piglia’ collera, Conce’. Tu sei una donna di casa, e sai fare tante cose. Per esempio, ‘a frittata c’ ‘e cipolle come la fai tu non la sa fare nessuno. È una pasticceria! Ma ‘o cafè, non è cosa per te.
CONCETTA (arrabbiata)
E nun t’ ’o piglia’. Tu a chi vuoi affliggere
LUCA
Non lo sai fare e non lo vuoi fare, perché vuoi risparmiare. Col caffè non si risparmia. È pure la qualità scadente: questo puzza di scarrafone

Caffè1

Questo dialogo, tratto da Natale in casa Cupiello, il celebre testo teatrale di Eduardo De Filippo, mi sembra adatto a introdurre un argomento speciale per le donne e gli uomini napoletani.
Proseguirei con una citazione dal bel libro di Luciano De Crescenzo Il caffè sospeso, pubblicato da Mondadori nel 2008, libro che – a parte il titolo e l’introduzione da cui è tratto il brano che segue – non parla però dell’argomento di cui in questo articolo si tratta. Ma serve a posare una seconda pietra angolare nella spiegazione del rapporto del tutto particolare tra Napoli, i suoi abitanti e il caffè:
«Il caffè non è uguale a ogni latitudine: in primo luogo è diverso come sapore, poi come quantità (un caffè del Nord, misurato in centilitri, è almeno il doppio di un caffè del Sud) e, infine, come funzione. Quando al di sopra della Linea Gotica si è giù di corda ci si aiuta con un grappino, a Napoli, invece, con un caffè, e per raggiungere il livello desiderato, credetemi, ce ne vogliono almeno tre, e di quelli buoni. Ma tre caffè al giorno costano. Forse ce li dovrebbe passare la mutua.
Il caffè a Napoli è diverso da quello di Milano. È minimo come quantità e massimo come sapore. Provare per credere. E soprattutto non è solo un liquido scuro, ma un mezzo per fare amicizia».
Queste le premesse, ora passiamo al “caffè sospeso” vero e proprio; ancora De Crescenzo: «A Napoli, una volta, c’era una bella abitudine: quando una persona stava su di giri e prendeva un caffè al bar, invece di uno ne pagava due. Il secondo lo riservava al cliente che veniva subito dopo. Detto con altre parole, era un caffè offerto all’umanità. Poi, di tanto in tanto, c’era qualcuno che si affacciava alla porta del bar e chiedeva se c’era un “sospeso”. Tutto questo era dovuto al fatto che erano più i clienti poveri che quelli ricchi».
La leggenda narra che questa usanza sia nata al celebre Caffè Gambrinus (lo stesso che il fascismo chiuse nel ventennio perché sospettato di essere un covo degli oppositori del regime) nel lontano 1868: sono in molti, però, a pensare che risalga alla Seconda guerra mondiale, quando la gente che poteva era solita pagare due tazze di caffè, una per sé e una per chi non poteva permettersela.

Caffè2

Ma c’è anche una terza ipotesi che personalmente condivido e ritengo la più probabile; così ne parla lo scrittore napoletano Riccardo Pazzaglia: «La tradizione avrebbe avuto origine dalle dispute che sorgevano al momento di pagare il caffè tra gruppi di amici o conoscenti, incontratisi al bar; poteva succedere, allora, che nell’incertezza di chi avesse consumato e chi ritenesse di dover pagare per gli altri, si finisse per pagare un caffè che non era stato consumato. In tal caso, non si chiedeva indietro il credito che ne scaturiva, ma si lasciava valida l’offerta a beneficio di uno sconosciuto. Questa usanza faceva parte di un repertorio di gesti coesivi e solidali che erano in uso nella società napoletana, tra cui il cosiddetto “acino di fuoco”, un tizzone portato sulla paletta che, nei cortili napoletani, veniva offerto da chi aveva già acceso il focolare in ore più mattiniere a beneficio degli altri coinquilini che potevano risparmiare il consumo dei fiammiferi».
Nel 2010 il Caffè Gambrinus, nel festeggiare i centocinquanta anni dalla sua fondazione, ha voluto riprendere questa importante tradizione della cultura partenopea: una tradizione che rappresenta l’umanità, l’amore, la compassione, la comprensione che fanno parte della città di Napoli e dei suoi abitanti e che non dovremmo mai dimenticare.
Attualmente il “caffè sospeso” ha travalicato i confini non solo di Napoli e del resto d’Italia, ma si sta diffondendo in Europa e nelle Americhe. L’importante è che non diventi un business.

Caffè3

Tornando all’inizio, devo riconoscere che io, pur essendo napoletano al 50% da parte di padre, al pari di Concetta non sono mai riuscito a fare un caffè decente; per fortuna a un certo punto della mia vita ho incontrato una donna – anche lei napoletana al 50% da parte di padre – che il caffè lo sa fare magnificamente: in tal modo le giornate iniziano con un sorriso, meno male.
Non molto tempo fa, anche io, in un giorno per me lieto, ho lasciato un “sospeso” per qualcuno che non saprò mai chi fosse, ma qui sta il bello della cosa; e magari proverò a introdurre questa abitudine nella città dove vivo attualmente, Lodi, che di umanità, amore, compassione e comprensione ha davvero un grande bisogno.

 

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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