La Magna Carta dell’Umanità. Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e della donna

«Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo; considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche; L’ASSEMBLEA GENERALE proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione».
Così si legge nel Preambolo alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che fu adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 a Parigi con la risoluzione 219077A. Da allora il 10 dicembre di ogni anno si celebra la Giornata internazionale dei diritti umani.
Il testo della Dichiarazione è frutto di un lungo cammino che il riconoscimento dei diritti umani ha percorso e, tutt’oggi, percorre. Perché dopo 71 anni tutte le parole meravigliose contenute nel testo di questa Carta hanno ancora bisogno di essere fortemente difese, onorate, ripetute come una preghiera, diffuse, insegnate. Il linguaggio di questo documento è incredibilmente corretto ed equilibrato nei confronti di tutti e tutte: si parla di popoli ed esseri umani, ogni articolo fa riferimento agli individui senza differenza di genere, religione, opinione politica, lingua, nascita, nell’art. 16 si fa esplicita menzione a uomini e donne. Tale apertura e sensibilità è stata possibile grazie all’intervento di una donna, attivista, scrittrice ed educatrice indiana, ovvero Hansa Mehta, che lavora in Commissione affinché la frase «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali», derivante dalla Dichiarazione francese del 1789, venga inserita nel documento delle Nazioni Unite, un’affermazione di uguaglianza e libertà che si rivelerà rivoluzionaria per i diritti delle donne e delle minoranze. Hansa Mehta si oppone all’utilizzo della parola uomini come comprensiva anche delle donne, un concetto da sempre ampiamente diffuso e che ancora oggi facciamo fatica a scardinare, nell’ampia discussione sul corretto uso del genere nella lingua sia parlata che scritta. Mehta porta a sostegno della sua richiesta la tesi secondo cui alcuni paesi avrebbero potuto utilizzare la formulazione tutti gli uomini per limitare i diritti delle donne e si batte affinché la Dichiarazione riprenda l’uso della locuzione onnicomprensiva di esseri umani.
Quando l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò il testo, si era all’indomani dell’immane tragedia della Seconda guerra mondiale: ogni diritto era stato violato, negato, estirpato, il mondo aveva assistito agli orrori della Shoah, del conflitto con le sue conseguenze di sangue, morte e violenza, alla crisi delle coscienze di fronte ad ogni abuso e soppressione della dignità degli esseri umani. Era necessaria una comune presa di posizione per il ripristino dei più basilari valori civici e umani e soprattutto era chiara a tutti e tutte l’urgenza di ricostituire un punto di riferimento scritto, un documento condiviso che contenesse le parole fondamentali del nostro essere persone: libertà, uguaglianza, dignità, fratellanza, sicurezza, coscienza, istruzione, infanzia, lavoro, tutti i vocaboli del lessico della vita. Era già stata promulgata un anno prima una Carta contenente parole e concetti meravigliosi, bellissimi, che ponevano al centro dell’ordinamento di un intero Stato le libertà e i diritti inviolabili degli esseri umani: la Costituzione della Repubblica Italiana, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, la “più bella del mondo”, parafrasando quanto disse Roberto Benigni nella trasmissione televisiva ad essa dedicata, in onda in diretta sulla Rai il 17 dicembre 2012, con l’analisi dei dodici principi fondamentali.
Il percorso che ha portato alla Dichiarazione Universale dei diritti è stato lungo: dal Bill of Rights stilato dal Parlamento inglese nel 1689, alla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776 all’importante Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino elaborata nel 1789 durante la Rivoluzione francese, i cui principi fondamentali sono stati inglobati in larga misura nella Dichiarazione delle Nazioni Unite. Altre tappe cruciali sono state i Quattordici punti redatti dal presidente Woodrow Wilson nel 1918 e le basi delle Quattro Libertà enunciate da Franklin Delano Roosevelt nella Carta Atlantica del 1941. Ma la strada tortuosa e lunga per la realizzazione di un testo scritto universalmente condiviso ha necessità di essere sempre battuta da tanti uomini e altrettante donne che nella storia dell’umanità hanno difeso con la propria vita la sopravvivenza dei diritti umani. Sophie e Hans Scholl, Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Rosa Parks, Nelson Mandela, Cesar Chavez, Vandana Shiva, Malala Yousafzai, Kasha Jacqueline Nabagesera, Marielle Franco, sono solo alcuni nomi. La lista è lunghissima, la rivista “vitaminevaganti” ospita sempre al suo interno le storie di queste donne e uomini di buona volontà, che non hanno mai abbassato la guardia, che hanno spesso pagato con la vita il loro schierarsi apertamente in difesa dei diritti inviolabili di donne, uomini, bambine e bambini, ambiente, animali, generazioni future. Le donne, poi, sono da sempre in prima fila in questa opera di difesa, nelle battaglie, nella costante affermazione dell’importanza di vivere in mondo giusto, eguale, solidale.
Accanto a Hansa Mehta c’è un’altra grande donna protagonista della Dichiarazione Universale dei diritti: è Eleanor Roosevelt, moglie del Presidente Franklin Delano Roosevelt, impegnata attivamente nella tutela dei diritti civili, tra le prime femministe e attivista molto impegnata, che si oppose all’emendamento per la parità dei diritti della Costituzione americana, poiché esso avrebbe impedito al Congresso e agli Stati di promulgare leggi speciali a protezione delle donne lavoratrici. È lei che presiede la Commissione per la stesura e approvazione della Dichiarazione, mostrando orgogliosa un poster del documento in una fotografia del 1949. È lei che con intelligenza e lungimiranza si oppone fermamente al maccartismo, definendolo «un’ondata di fascismo». L’impegno di Eleanor per la Dichiarazione è stato fondamentale, la sua approvazione è stata il coronamento di un attivismo profuso sin dagli anni Venti. Convince il marito a creare il National Youth Administration (NYA), per fornire aiuti finanziari agli e alle studenti e alla formazione professionale di giovani uomini e donne. Si schiera a favore dei neri americani, lavora a stretto contatto con organizzazioni come l’Associazione Nazionale per il Progresso della Gente di Colore, nel 1939, come gesto di protesta, si dimette dalle Figlie della Rivoluzione Americana, poiché avevano negato il permesso di cantare alla cantante nera Marian Anderson nella sala concerto dell’associazione a Washington. Il Presidente Harry Truman la omaggiò con l’appellativo di “First Lady of the World”, per i suoi sforzi e battaglie in difesa dei diritti umani.
Oggi che l’umanità ha compiuto passi da gigante in termini di progresso scientifico, tecnologico, medico (spesso dimenticando, però, quei giganti sulle cui spalle ha potuto vedere al di là dell’orizzonte), oggi che possediamo strumenti potentissimi di comunicazione e diffusione delle idee, oggi che siamo nel pieno del processo di globalizzazione a livello planetario, noi tutti, uomini e donne, non possiamo in alcun modo abbassare la guardia di fronte alla necessità di continuare a difendere i più basilari e universali diritti umani, sociali, civili, politici, di ogni sorta, di fronte all’urgenza di non considerare puramente retorica questa opera di difesa. I fatti della storia ancora purtroppo contemporanei ci confermano che si tratta di una questione di vita o morte: i conflitti in corso in tutto il pianeta, le emergenze umanitarie ad essi collegate, i rigurgiti sempre più violenti e, in certi casi, anche subdoli di antisemitismo e nazionalsocialismo, le violenze e gli abusi di ogni tipo perpetrati ai danni di bambini e bambine, di donne, di persone deboli e indifese, le conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale sull’intero ecosistema del nostro pianeta, tutte le forme esistenti di discriminazione: è un bollettino atroce di una guerra che non è finita e che non è frutto di propagande e illazioni. Repressione del dissenso, pena di morte, attacchi ai difensori, alle difensore dei diritti umani e ai giornalisti, conflitti armati, violenze, torture e impunità, pulizia etnica, odio, stupro, ma anche hate speech e fake news: è la fotografia del nostro tempo nel Rapporto Amnesty International 2017-2018, in cui trovano spazio anche il nome e il caso di Stefano Cucchi.
Non possiamo più girare la testa dall’altra parte, noi nati dalla parte fortunata del mondo, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo cibo caldo e visi amici. Lo cantavano Fiorella Mannoia e Frankie Hi-NRG nel 2011 in una bella canzone che ha vinto il Premio Amnesty Italia 2012: Non è un film quello che scorre intorno / che vediamo ogni giorno che giriamo distogliendo lo sguardo. / Questo non è un film e le nostre belle case non corrono il pericolo di essere invase, / non è un’armata aliena sbarcata sulla terra, / non sono extraterrestri che ci dichiaran guerra, / son solamente uomini che varcano i confini, / uomini con donne vecchi con bambini, poveri con poveri che scappan dalla fame / gli uni sopra gli altri per intere settimane come in carri bestiame. Questo sembra un film di quelli terrificanti / dalla Trasilvania non arrivano vampiri ma badanti, / da Santo Domingo non profughi o zombie, / ma ragazze condannate a qualcuno che le trombi / dalle Filippine colf e pure dal Bangladesh / dalla Bielorussia solo carne da lap dance / scappano per soddisfare vizi e sfizi nostri / loro son le prede, noi siamo i mostri /  questo non è un film ma vedrai che lo diventa / tu stai attento e tienti pronto che al momento di girare / i buoni vincon sempre, / scegli da che parte stare (Fiorella Mannoia feat., Non è un film).
Ma la speranza alberga nei cuori delle donne e degli uomini che non si arrendono, che non vogliono concedere l’ultima parola alla morte, che credono nella vita e nella sua dignità di essere vissuta in ogni angolo della terra e da ogni creatura che abita questo mondo, che non avranno pace fino a quando non verrà realizzato l’unico vero e utile processo di globalizzazione che conta: quello dei diritti umani. Non è sogno, non è titanica impresa di solitari eroi ed eroine, ma è scelta di azioni che nel quotidiano facciano la differenza, che si oppongano fermamente con ogni strumento a qualsiasi tipo di discriminazione, di illegalità, di violenza, di sopruso, di sopraffazione del debole, è volontà di seminare antidoti al male attraverso l’educazione e l’istruzione, fucine di speranza in un mondo migliore per noi e per le generazioni che verranno.
Ce lo ha ricordato Eleanor Roosevelt in un suo pubblico discorso del 27 marzo 1958 con parole che dobbiamo fare nostre: «Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cerca uguale giustizia, uguali opportunità, uguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».
Di tutti i cittadini e le cittadine.

In copertina: Eleanor Roosevelt mostra la Dichiarazione Universale dei diritti umani

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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