Iris Versari. Una biografia esemplare

«Questa fotografia ha cambiato la mia vita. Letteralmente».
Le ragazze e i ragazzi di 5B osservano in silenzio. Francesco, qualche tempo dopo, sceglierà proprio quello scatto a rappresentare la parola ‘umiliazione’ quale parola-tossico, nell’ambito di un percorso sulle parole capaci di inoculare arsenico, avvelenare la coscienza e il pensiero, infondere l’odio, legittimare la de-umanizzazione: «È quando il cadavere violato di una giovane donna, che in vita aveva il nome di uno splendido fiore e la tenacia di crescere in terra arida, viene denudato e pubblicamente esposto nella piazza di una piccola città, che il veleno inizia a scorrere nel sangue. Un’immagine che divora, come un cane affamato, tutto ciò che di umano risiede nell’anima».
Ho visto per la prima volta quella fotografia nel 1994, per caso. Avevo riconosciuto piazza Aurelio Saffi a Forlì: i portici di palazzo Albertini e il profilo dei lampioni, e a uno di questi appesa lei, seminuda, due uomini con la divisa della Repubblica Sociale Italiana a osservarla ridendo, ben visibili sulla destra. Così ho conosciuto Iris Versari. Ricordo ancora la sensazione di orrore che mi aveva fatto ‘soffrire indicibilmente’ (la stessa provata da Carla Capponi nell’agosto del ’43, quando aveva incontrato un giovane soldato nazista a Ostia e lui le aveva mostrato le foto di famiglia e, tra queste, la propria immagine in posa con un partigiano russo impiccato).
Anche la nonna dei miei bambini, forlivese, ricordava bene quel 18 agosto 1944, quando, di passaggio in bicicletta, era stata costretta a sfilare con altri, ammutoliti, davanti ai corpi dei quattro giovani appesi a due lampioni: Silvio Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli e lei, Iris.
Quell’orrore, provato soprattutto come donna, ha determinato l’urgenza del mio impegno e ha rafforzato la mia passione civile, che ora trova forma e sostanza nell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.
Grazie all’amico Ovidio Gardini, pure forlivese e indimenticabile resistente tra Jugoslavia e Italia, ho poi avuto in dono la bella biografia di Iris Versari scritta allora per me dal fratello di lei, Berto. Un dono che ora, finalmente, ho occasione di condividere. Eccolo.
«Iris Versari, nata a San Benedetto in Alpe, podere Pecorile, comune di Portico di Romagna (Forlì) il 12 dicembre 1922, da famiglia contadina e antifascista, terza di sei fratelli. Il padre Angelo, nato nel 1887, era parzialmente invalido della guerra 1915-18, la madre Calcini Alduina, nata nel 1889, era impegnata ad accudire la famiglia e nell’allevamento degli animali domestici.
Nel 1927 la famiglia si trasferì al podere Pian dei Dragoni e successivamente a Castelline, sempre nel comune di Portico.
Nel 1929 si trasferì al podere Valcapra nel comune di Tredozio (Forlì).
Nel 1939 il fratello Luigi, classe 1918, fu chiamato alle armi e non fece più ritorno dalla campagna di Russia.
Iris era un carattere aperto, molto affettuosa, le piaceva divertirsi per quello che si poteva fare a quei tempi, imparava presto le canzoni, cantava con una bella voce, le piaceva ballare. Per carnevale andava ai veglioni nelle case di campagna, accompagnata dal fratello maggiore o dai genitori.
Ma Iris era molto sensibile anche ai problemi della famiglia, delle difficoltà per tirare avanti otto persone. Così, nel 1940 all’età di diciotto anni, per dare una mano alla famiglia, decise di andare a servizio prima a Rocca San Casciano poi a Forlì. Qui fece la domestica presso la famiglia Romualdi, il cui figlio Pino fu membro del governo della R.S.I. e, dopo la guerra, deputato del M.S.I.
Spesso veniva a casa, portava i soldi che guadagnava, si intratteneva qualche giorno e ripartiva. Diceva che a Forlì si trovava abbastanza bene ma certamente le spiaceva stare lontana da casa.
L’8 settembre 1943, giorno in cui fu annunciato l’armistizio, Iris era a casa. Insieme facemmo festa perché pensavamo fosse finito l’incubo della guerra e il fratello Luigi potesse fare ritorno dal fronte russo. Ma in pochi giorni quella grande speranza si trasformò in un futuro più brutto e pericoloso di prima.
I tedeschi in pochi giorni invasero l’Italia mettendo a ferro e a fuoco il Paese. I giovani che erano usciti dal disciolto Esercito italiano furono richiamati ai Distretti militari. Chi non si presentava veniva dichiarato disertore e ribelle, passibile della pena di morte.
In questi giorni la nostra casa era divenuta il punto di riferimento per quanti, non volendo presentarsi alle autorità della Repubblica di Salò e dei tedeschi, preferivano darsi alla macchia. Tanti ex militari passavano da casa nostra, si informavano sulle località della zona, chiedevano cibo e indumenti. I miei genitori si prodigavano chiedendo anche la collaborazione dei vicini. In pochi giorni, si formò nei dintorni un primo nucleo di ex militari e giovani del posto, tra i quali anche Antonio Fabbri, il primo caduto della Resistenza, fucilato a Forlì il 25 settembre 1943. Del gruppo facevano parte anche due slavi che erano fuggiti da un campo di concentramento. Il gruppo spesso si radunava in casa nostra, i due slavi avevano trovato ospitalità in un piccolo ripostiglio, nel solaio di casa nostra.
Iris era rimasta a casa, non era ripartita per Forlì fin dal giorno 8 settembre. Nessuno della famiglia sapeva che anche lei faceva parte del gruppo.
Una mattina, prima dell’alba, un gruppo di “ribelli” diede l’assalto alla caserma della milizia di Tredozio. Era la prima azione di guerra che si faceva nella zona contro i repubblichini. L’attacco fu portato a termine con successo, in quanto i miliziani si arresero consegnando armi e vestiario ai “ribelli”.
Nello stesso giorno venimmo a sapere che del gruppo aveva fatto parte anche Iris. Eravamo verso la fine di ottobre del 1943.
Nei giorni successivi un gruppo di resistenti guidati da un certo Corbari, che fino a quel momento aveva operato nella pianura di Faenza, si spostò verso la montagna fino a raggiungere la nostra zona, unendosi al gruppo che già operava. I due gruppi si fusero e venne nominato comandante Silvio Corbari.
L’incontro tra i due gruppi avvenne in casa nostra. Per l’occasione, mio padre organizzò una cena a base di agnello e vino. C’era anche la musica suonata dalla fisarmonica di Graziani Domenico, un ex carabiniere che si era dato alla macchia.
Il gruppo, formato da circa cinquanta persone, elesse la sua base in una casa vuota vicino a Montefreddo (Ca’ Morelli).
Iris continuava a fare una vita pressoché normale ma qualche sera a casa non rientrava. Tutti eravamo consapevoli del rischio che si correva.
Il giorno 20 gennaio del 1944 i tedeschi effettuarono un grande rastrellamento e tutti i ragazzi che si trovavano alla base di Ca’ Morelli (ventidue in tutto) furono catturati e deportati: due di essi furono uccisi.
Iris e altri si salvarono perché erano di pattuglia a Tredozio.
Il 27 gennaio un altro rastrellamento ebbe luogo proprio nella nostra zona. Il mattino all’alba la nostra casa era circondata dai tedeschi. Iris, che quella notte era a casa, fu la sola ad intuire ciò che stava succedendo. In un attimo saltò dal letto e balzò dalla finestra prima che il cerchio si chiudesse, raggiungendo il fosso e la boscaglia, mettendosi in salvo. Noi della famiglia fummo tutti catturati e accompagnati dove attendeva una colonna di automezzi. Fummo trasferiti al carcere di San Giovanni in Monte di Bologna.
Due giorni dopo, in seguito ad un bombardamento che aveva danneggiato il carcere, fummo tradotti a quello di Castelfranco Emilia. Qui fummo separati, il padre e i due figli Berto e Romualdo da una parte, la madre con la figlia Lilia da un’altra. Il padre fu percosso e ferito e inviato in infermeria; i figli al carcere dei minorenni. In seguito, padre e madre furono condannati a quattro anni di internamento in Germania, nel campo di Landsberg Am Lech, dal quale il padre non fece più ritorno perché morì il 26 marzo 1945.
Iris continuò la lotta, partecipando a tutte le azioni del Battaglione Corbari, fino al giorno della sua morte».
Il 18 agosto 1944, con Silvio Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli, Iris fu sorpresa in una casa colonica di Cornia di San Valentino. Ferita, dopo aver rifiutato la resa, tentò di coprire la fuga dei compagni. Per non cadere nelle mani di tedeschi e fascisti si uccise. I corpi dei quattro giovani resistenti, ormai morti, furono esposti prima nella piazza di Castrocaro, poi appesi a due lampioni di piazza Saffi a Forlì e qui, per spregio, lasciati esposti due giorni.
Iris Versari è insignita della medaglia d’oro al valor militare, in memoria.

Roma. Iris Versari
Intitolazione a Roma

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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