Editoriale. “Faccio la mia parte”. Un ragazzo si dava fuoco a Praga, un regista nasceva a Rimini, due insegnanti sfidano lo Stato

Carissime lettrici e carissimi lettori,

ricordo i miei viaggi a Praga. Ricordo la mia intima, personale preghiera di libertà davanti al Národní muzeum, il museo nazionale che imponente delimita la piazza di San Venceslao (Vaclavske namesti) che definisce uno dei suoi lati, quello sud-est, con la costruzione un po’ cupa del Museo nel quale sono conservati ben quattordici milioni di pezzi di collezioni varie tra le scienze naturali, la mineralogia fino all’antropologia all’archeologia e alla numismatica.
Ricordo la mia emozione guardando e meditando sul luogo dove il giovane Jan Palach, appena ventenne (lo ricordiamo, a più di mezzo secolo, con un appassionato articolo) si fece torcia umana perché la sua terra non cedesse, perché il vento della libertà di pensiero si fermasse a soffiare lì con il suo popolo, dando un coraggioso ed estremo esempio (Jan morì dopo tre giorni di agonia) ad altri coetanei, che ne imitarono il gesto, e al mondo intero per portare non tanto un poeta (come poi di fatto fu, con il presidente Havel) ma la poesia stessa al Castello, che per la città boema è la sede del Governo.
Ricordo il fascino della stradina che sale su e si inerpica verso il grande piazzale con la cattedrale e il palazzo del Governo. Per me è Praga, la sua essenza, i suoi giardini con gli alberi di pere e le panchine, lunghe e romantiche come qui non le troviamo. È Čapek, è Nezval, è Kolař, è Angelo Maria Ripellino con la sua impareggiabile opera, Praga Magica, è il canto del mio amore per il mondo slavo, per i miei studi universitari e, in segreto, per i miei venti anni.
Intanto, ascoltando i telegiornali dell’oggi e facendo un giro sui social rimanendo seduta in cucina, tra l’abitudine e il piacere (di stare sui social), prendo atto di una notizia che brucia il cuore e che lascia, penso ciascuna e ciascuno di noi, sempre interdette/i. Parlo delle morti sul lavoro che già nella metà di questo primo mese dell’anno si sono ripetute per diciassette volte, più di una al giorno. Sono le morti cosiddette bianche. Ma che vuol dire? Forse provocano meno dolore, sono meno gravi degli altri modi di terminare la vita? Eppure di violenza in esse ce n’è tanta, perché chi lavora e muore spesso non è protetto/a abbastanza dai pericoli insiti in quello di cui si occupa (dai caschi, alle misure di sicurezza sulle macchine, nei cantieri, sulle impalcature, nelle fabbriche). Molte volte, poi, sono doppie vittime, anche di un lavoro in nero, perché tali purtroppo spesso sono. Probabilmente è vero quello che ho letto su un post: si parla di più della famiglia reale inglese, delle “vallette”, che come tali sono state presentate dal conduttore, per il festival di Sanremo che si aprirà fra qualche giorno. Il numero di queste morti bianche (“Le parole sono importanti soprattutto quando segnano una tragedia”, ha scritto un quotidiano) è costante, circa una al giorno e quindi 300 e passa ogni anno. Forse per questo non dà la sensazione di essere una notizia concreta. Mi è capitato di leggere che nei progetti – lo scavo di una metropolitana, di un tunnel, la costruzione di una strada – si include anche il numero dei possibili caduti sul lavoro (molto spesso soprattutto maschi). Ne sono rimasta sconvolta, come se la vita umana, la sofferenza di una o più famiglie (perché si è contemporaneamente, figli o figlie, madri o padri) fosse da mettere in conto come la quantità di calcestruzzo o i metri di pavimento da installare negli appartamenti in costruzione. La vita e i rapporti tra le persone e i loro affetti dovrebbero essere cose sacre non merci quantificabili e da includere nelle spese, se si perdono …a sciupare come un non-utile, come le bottiglie vuote delle bevande.
Un notevole grado di indignazione l’ho provato anche davanti alla notizia della scuola pubblica romana che ha pensato bene di differenziare e distinguere i suoi diversi plessi in base al ceto sociale: qui i figli e le figlie dell’alta società, di là le figlie e i figli del certo medio e da un’altra parte la progenie di badanti, di colf, di giardinieri, delle portiere e dei portieri della zona, spesso migranti, genitori di alunne e alunni di serie C. Incredibile, ma vero. All’inizio del secondo decennio del ventunesimo secolo.
Leggendo la rivista e scorrendo i vari articoli di questo numero si è realizzata di nuovo ai miei occhi quella sorta di vicinanza alchemica tra la maggioranza degli articoli che mi fa ritornare  in mente la frase detta dal bravissimo Pino Strabioli, nella fortunata e bella pubblicità per l’ultima edizione del Premio Strega. L’attore e presentatore, beandosi al gusto di un cucchiaio di torta fatta a immagine dell’edizione principale de Il Gattopardo esclama: “E chi ha detto che con la cultura non ci si mangia?”, ironizzando anche sulla situazioni non sempre economicamente rosea di attrici, attori, scrittrici e scrittori e artisti tutte e tutti. E io di nuovo mi trovo ad aggiungere, mimando la frase: “E chi ha detto che con la cultura non ci si diverte?”.
Ecco questa volta la reazione alchemica tra gli scritti inviati e da pubblicare è stata tra le più felici e appaganti nel senso di un gustosissimo cibo per la mente che si è conciliato anche con gli avvenimenti personali.
Pensavo, leggendo le prime righe di un articolo su un viaggio al Polo Nord di trovarmi ad immaginare, accompagnata dall’autrice del testo, distese di gelida neve, visioni fantastiche di aurore boreali, descrizioni di un mondo tutto bianco dedito alla pesca attraverso buche profonde nel ghiaccio. E invece, riga dopo riga mi sono dovuta ricredere. Certo il racconto dell’aria gelida e dell’immensità degli spazi bianchi ci sono.  Mancano, semmai, le aurore boreali, e in questo forse l’autrice/viaggiatrice non è stata fortunata. Poi appare, a me lettrice e a voi, una sorta di effetto ottico. Come se volando più in alto e allontanandosi dall’Italia, chi ha scritto riuscisse a focalizzare con più precisione alcuni problemi nostrani e li vedesse da una prospettiva più larga e molto femminile. Ci accompagnano così nel viaggio verso il mare di Barents tante donne coraggiose: c’è Arianna Azzelino, che ha lottato perché non venissero distrutti gli alberi del parco Bassini a Milano (con l’assenso del sindaco Sala), c’è la professoressa Dosio, arrestata, nonostante l’età, per la difesa della sua idea NOTAV. C’è anche Mays Abu Gosh  che studia all’università di Birzeit in Palestina e lotta per gli stessi ideali delle due professoresse appena citate, per la libertà, il diritto di espressione, il rispetto del vivente, dall’umano e, perché no, fino al vegetale, come detta – ce lo ricorda ancora l’autrice – il principio del Welfare delle terre più vicine all’Oceano Glaciale Artico.
Sono appena tornata dalla Toscana in un viaggio tra opere d’arte di questa terra (ma in Toscana dove non sono?). In particolare ho colto l’occasione per visitare la mostra, che  appena terminata e che abbiamo ricordato nel numero 42 della rivista, su Natal’ja Gončarova, a Palazzo Strozzi, a Firenze. Il tempo e la vicinanza mi hanno portata anche a Livorno dove è in corso una bella mostra (aperta fino al 16 febbraio prossimo) per la celebrazione del centenario della morte di Amedeo Modigliani. La mia “guida” durante i miei due giorni toscani è stata una carissima amica fiorentina (abita a Montelupo caprese) che mi ha impegnata in un tour non solo di bellezze, artistiche e naturali, tra chiese, ville medìcee, terrazze sul mare (la splendida Terrazza Mascagni di Livorno), tramonti invernali con luna piena, ma è anche stata un’ottima guida culinaria nelle ore di pranzi e cene che mi hanno portato in bocca i sapori decisi della cucina povera, ma buonissima, di questo territorio. Capite allora la mia sorpresa, quando ho iniziato a preparare questo editoriale, nello scoprire tra le proposte che proprio alla cucina toscana era dedicato un articolo! In più la lettura mi ha rafforzato le indicazioni dell’amica/guida, rivelandosi doppiamente interessante tra scrittura (da parte di una nostra collaboratrice toscana doc) e fotografie. Così ho rifatto il viaggio impreziosendolo di qualche altra notizia in più sfuggita alla mia amica tra caciucco, pappa al pomodoro, ribollita, cecina e pane sciocco, che da romana conoscevo con il nome di pane senza sale, non dimenticando di accompagnare il tutto con un buon calice scelto, di volta in volta, tra i tanti vini di questa terra, spesso di altissima qualità oltre che conosciuti anche fuori dei nostri confini nazionali. E non posso dimenticare di indicarvi qui anche un altro articolo sui vini, questa volta quelli dell’Emilia e della Romagna, fermi o con le bollicine e la storia di un’altra delle donne del vino alle quali stiamo dedicando più puntate.
La bistecca alla fiorentina, sono d’accordo con l’autrice, non attira neppure me, ma concedetemi di ci affiancarci anche il lampredotto, citato nell’articolo, ma osteggiato da me per una personale avversione a tutto ciò che è interiora degli animali. Mi mancano,   invece, nell’esperienza di queste mie ultime, ravvicinate visite nella terra dove scorre l’Arno, i dolci, a parte quelli senesi conosciuti durante i Natali dell’infanzia, nonché per il mio amore per le canzoni di Gianna Nannini, notoriamente figlia dei proprietari della famosissima pasticceria cittadina.
Un’altra “divertente” coincidenza personale è quella con la protagonista di questa puntata dell’intervista impossibile: di fronte alla proposta riguardante la scrittrice americana Louisa Mary Alcott ho avuto un soprassalto. Ho sognato di vivere, e forse ho davvero vissuto con la forza dell’immaginazione e delle ripetute letture della storia delle quattro ragazze March. Chiaramente mi identificavo con Josephin March. Chi tra voi lettrici e appassionate di scrittura non si è sentita una Jo leggendo Piccole donne? La vita anticonformista e entusiasmante della secondogenita della famiglia March ci ha formate e attratte più di quelle delle altre tre ragazze Meg, Amy e Betty (che purtroppo abbiamo pianto, proprio insieme a Jo nel primo libro). Ma siamo comunque tutte rimaste ancorate al loro modello di solidarietà femminile, alla capacità di conservare l’amicizia con un ragazzo senza confonderla con l’amore (e questo è proprio Jo ad avercelo insegnato) a non vergognarsi della povertà e ad essere intraprendenti (e non dipendenti da un uomo) per sconfiggerla. In questi giorni è uscito un altro film, diretto da un’altra donna, Greta Gerwig che, partendo dal libro, approfondisce l’eterno dilemma femminile “o matrimonio o morte” purtroppo ancora non del tutto debellato. Questo di Greta Gerwig (super candidato a svariati premi, con sei proposte all’Oscar) è la sesta trasposizione cinematografica (oltre alle quattro miniserie, ai due film tv e ai due cartoni animati). Dalla prima del 1917, le più famose sono quella del 1933 di Cukor con Katharine Hepburn. Quella del 1949 è con una splendida giovanissima Elizabeth Taylor mentre la prima donna a dirigerlo, nel 1994, è Gillian Armostrong un’australiana che lo portò a diventare uno dei più famosi film di quell’anno e vinse ben tre Oscar! Ma del film attuale avremo occasione di parlarne ancora qui, con un articolo in uno dei prossimi numeri. Personalmente non mancherò di andare a vederlo dopo almeno una decina di letture del libro nella mia preadolescenza (e oltre) e una piacevolissima rivisitazione con mia figlia.
Per quanto riguarda il mondo del cinema quest’anno si contano due momenti importanti. Il primo è la celebrazione dei cento anni dalla nascita, il 20 gennaio, di Federico Fellini. Fantastico sognatore circense, il padre di creature artistiche fantastiche, il “creatore” visionario di via Veneto, che grazie a lui è conosciuta in tutto il mondo seppure da Fellini stesso non frequentata. Federico Fellini, con la sua Dolce Vita, con i suoi Vitelloni. Cantore di Roma e degli Amarcord della natia Rimini ci consegna una fantastica poesia fatta i splendidi personaggi. Quanto ho amato Zampanò e il suo triste e romantico violino nel bellissimo duetto con una dolce e indimenticabile Giulietta Masina! Festeggiamolo rivedendo i suoi capolavori. Viva la Poesia! Viva i Poeti!
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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