Echi femminili dall’Italia ai ghiacci del Nord

Avendo avuto un invito in luoghi ancora mai visitati e qualche giorno a disposizione, ho deciso di salire fino all’estremo nord dell’Europa alla ricerca dell’aurora boreale, superando l’idiosincrasia per il freddo. Prima di arrivare lassù ho scelto di fare qualche tappa intermedia, se non altro per verificare di persona quanto ci sia di vero in tutto quel che si dice circa il welfare scandinavo che rispetta i viventi, a partire dagli umani e a finire con i vegetali. Cosa che in Italia non è troppo vera per i primi, soprattutto se non hanno “tutte le carte in regola” e non è vera, se non a parole, neanche per gli ultimi, cioè i vegetali, vedi – tra le altre – le recentissime vicende del parco Bassini a Milano dove, per volontà del rettore del Politecnico, prof. Resta, e con l’assenso del sindaco Sala, si stanno distruggendo decine di alberi ad alto fusto per far posto a una fantastica colata di cemento di cui si poteva fare a meno utilizzando altri spazi già esistenti o, forse, dicono i maligni, anche per rendere agevole il passaggio delle onde 5G le cui frequenze verrebbero disturbate da ostacoli quali, appunto, gli alberi ad alto fusto.
Se non fosse stato per Arianna Azzellino, docente del Politecnico, che ha cercato di salvare quella piccola ma preziosa area ricorrendo ad una petizione pubblica, di tutto ciò non si sarebbe neanche avuta notizia e lo scandaloso, oltre che dannoso, consumo di suolo sarebbe passato silenziosamente senza neanche additare alla vergogna chi per propaganda modaiola si mostra attento ai cambiamenti climatici e redige protocolli encomiabili per poi cedere senza ritegno alle sirene dei cementieri. Da una parte il coraggio della professoressa Azzellino, ricca “solo” delle sue competenze e del sostegno di chi ha capito e sostenuto la sua battaglia, dall’altra il potere del rettore, prof. Resta, sostenuto dal sindaco Sala, quello che si fa fotografare mentre pianta un alberello e poi ignora le richieste di salvare un parco, nonostante le relazioni tecniche spieghino l’importanza di conservarlo.

Arianna Azzellino
Arianna Azzellino

Ma adesso bando alle associazioni di idee inerenti all’ambiente, parto per la penisola scandinava ancora mai visitata. Prima tappa Stoccolma e i suoi dintorni.
Quello che sapevo trova conferma. Nonostante l’ondata di destra che è arrivata anche qui, la qualità della vita e il rispetto per umani e ambiente non ha paragone con i nostri italici modelli, eppure… eppure, tra lo scintillio delle luminarie natalizie e la risaputa attenzione dei servizi sociali svedesi, anche a Stoccolma mi è capitato di vedere una mendicante. Incappucciata in una coperta, lungo una strada battuta da turisti e “attivisti dello shopping” lei era là, sul marciapiede, a chiedere l’elemosina. È il capitalismo, bellezza, mi direbbe qualcuno! Il resto è, o sembra, tutto perfetto, ma la mendicante è lì, proprio a ricordare che il capitalismo, anche nella sua forma migliore, non può, per definizione, tutelare chiunque.

Stoccolma
Stoccolma

Tuttavia, nel complesso, sembra molto bello vivere qui. Ci sono alcuni dettagli, i pochi che si possono cogliere in un paio di giorni, che mi fa piacere notare. Uno di questi è davvero divertente e riguarda la caratteristica carrellata di regali natalizi. Vengo a sapere che qui i bambini non conoscono la Befana perché il suo aspetto li spaventerebbe, però una figura femminile che porta i regali esiste. In una sorta di più o meno pari opportunità natalizia esistono, infatti, sia il babbo che la mamma Natale. La cosa mi fa sorridere ma mi si risponde con naturalezza dicendomi che la parità, come il rifiuto della violenza, si acquisisce da piccoli e quindi ben vengano mamma e babbo Natale. Niente da replicare.

Parità di genere in Svezia
Parità di genere in Svezia

Dopo un veloce “assaggio”di Stoccolma girando per la città vecchia, affascinante sia per l’architettura che per il fiume, il lago e il mare in cui si rispecchiano gli antichi palazzi, e dopo un breve soggiorno in uno dei fiabeschi dintorni dove la foresta si mescola alle abitazioni e da cui si può raggiungere la capitale anche con una barchetta navigando su fiumicelli che passano accanto alle case, mi sposto in Norvegia.
Prima di arrivare all’estremo nord è d’obbligo fare una puntata a Oslo. Qui ho di nuovo conferma del rispetto per umani e ambiente eppure, eppure anche qui, tra luminarie e negozi scintillanti mi capita di trovare un mendicante accovacciato al freddo, che è proprio freddo, in una via centrale a pochi metri dalla piazza del Duomo.

Oslo
Oslo. S. Olav

Penso che nei dintorni della piazza del Duomo di Milano di mendicanti non ne trovi uno ma decine e la stessa cosa a Roma, centro e periferia ma, per la verità, in numero abbastanza abbondante ne ho trovati anche a Londra e a Parigi. Sì, diciamo che, seppure in misura diversa, l’eguaglianza di benessere non è raggiunta in nessuno dei Paesi che ho visitato finora, europei e non. È triste pensare che mentre tu sei qui come visitatrice di palazzi e musei e apprezzi la resistenza del welfare che non ha ancora ceduto al modello socialmente distruttivo del liberismo thatcheriano britannico, c’è qualcuno che da quel welfare non è nemmeno sfiorato.
Con questo pensiero vagamente amaro nella mente prendo il treno per l’aeroporto. Qui ho la connessione internet e la prima notizia che mi raggiunge dall’Italia, attraverso i social, riguarda la professoressa Nicoletta Dosio, convinta sostenitrice del danno che la Val di Susa subisce dalla realizzazione della Tav e condannata insieme ad altri attivisti per aver preso parte alle proteste NO TAV finalizzate a salvare la valle. L’intervista a questa ex docente di lettere classiche, che leggo aspettando l’aereo, è un bellissimo documento di dignità, di coraggio, di determinazione e di onestà intellettuale. Nicoletta Dosio conclude il suo discorso citando Antigone e Rosa Luxemburg, dicendosi assolutamente convinta della sua scelta. È veramente una grande donna.

Nicoletta Dosio
Nicoletta Dosio

I media, ma anche i social, mettono l’accento sugli anni di vita di questa persona come se, superato un certo numero, fosse normale essere messi a riposo. La bellezza della lotta della professoressa Dosio  prende invece un ulteriore raggio di luce proprio dal numero 73, cioè il numero di anni registrati nella sua carta d’identità a testimonianza del fatto che le idee, come le lotte per sostenerle, quando sono vere e supportate dal coraggio, possono solo rinforzarsi col tempo e non hanno una data per essere collocate a riposo. Quindi, vorrei si capisse che non è riprovevole il fatto che la professoressa Dosio sia stata condannata al carcere “nonostante” la sua età, bensì è riprovevole il fatto che lei, insieme ad altri attivisti con decine di anni in meno, sia stata condannata per una giusta battaglia a difesa di un bene comune.
Bene, decido che comincerò l’anno nuovo brindando a Nicoletta Dosio, ad Arianna Azzellino e a tutte le donne che, a ogni latitudine, in modo diverso e con rischi notevolmente variabili si battono per quei valori che ritengo siano universali: libertà, dignità, giustizia, che non sono solo parole da incorniciare, ma scelte di vita che si manifestano su questioni diverse, che hanno tutte il loro prezzo e che queste donne pagano senza batter ciglio.
Il viaggio per arrivare nel profondissimo nord è lungo. Atterrata  a Kirkenes vedo solo neve. Sulla scaletta dell’aereo una folata di vento gelido, portatore di un mulinello di particelle bianche che mi ghiacciano il viso, arriva in contemporanea con la chiamata degli amici che mi aspettano a Kongsfjord, fieri di avere la casa proprio sul mare di Barents, vale a dire in una parte di quelle fresche acque dette pure Oceano Glaciale Artico.

arrivo a kirkenes
Arrivo a Kirkenes

Vabbè, sarà sicuramente bellissimo, ma quel mulinello gelido mi fa pensare per un secondo che forse non è stata la scelta giusta e, alla domanda dei miei amici sulla mia prima  impressione, rispondo “agghiacciante”. Lo so, non è carino, mi correggo, volevo dire “glaciale, paesaggio glaciale”, ma dall’altra parte del telefono il mio amico non se la prende e dice ridendo che non ho ancora visto “il meglio”.
Mentre aspetto la prima delle due corriere che dovrò prendere per raggiungere quell’angoletto sul mare che mi dicono essere tanto bello, approfitto della connessione internet del microscopico aeroporto ai confini con la Russia e, appena mi connetto, mi appare il viso bellissimo di una ragazza giovane, capelli sciolti, grandi occhi chiari, fisionomia genericamente europea. Già conosco questo viso ma per qualche secondo non metto a fuoco. Poi scendo al testo e una sferzata di gelo più ghiacciato ancora del mulinello di neve di poco prima mi prende alla gola. Si tratta di Mays Abu Ghosh, una studente dell’università di Birzeit arrestata anche lei perché manifestava per gli stessi ideali di Arianna Azzellino e di Nicoletta Dosio, ma declinati secondo la propria situazione sociale. Giustizia, libertà, dignità ma stavolta con rischi ancor più pesanti visto che Mays non è europea come sembrerebbe dai suoi lineamenti, ma è palestinese e vive in una terra resa dolente da un’illegale, illegittima e feroce occupazione.
Al suo arresto di quattro mesi fa da parte dei soldati dello Stato occupante, sono seguiti metodi brutali che per onestà vanno chiamati col loro nome, un nome orrendo, soprattutto se praticato da uno Stato che viene definito democratico. Quel nome è: tortura. Nel caso specifico è stata praticata la “tecnica” della banana che consiste nell’essere legati in una posizione innaturale e dolorosa e sottoposti a percosse che hanno l’obiettivo non solo di provocare dolore ma di mortificare la persona alla mercé dei carcerieri e annientarne la personalità. Avevo già letto di lei, per questo mi era familiare il suo viso che di primo acchito non avevo riconosciuto. Sapevo che i soldati occupanti avevano già ammazzato suo fratello diciassettenne e ne tenevano un altro, minorenne, in carcere senza accuse. Quindi Mays, nel manifestare per il diritto alla libertà e al rispetto dei diritti umani, sapeva bene cosa rischiava. Il suo viso scandalosamente bello, dopo il trattamento che le è stato riservato (a lei come alle decine di altri studenti arrestati sia a Birzeit che in varie località palestinesi), era divenuto irriconoscibile al punto tale che sua madre quando finalmente, dopo oltre un mese di totale isolamento, ha potuto visitarla in carcere non l’ha riconosciuta e, nell’incontro, non ha potuto abbracciarla perché ogni parte del suo corpo era dolente. Questa ragazza verrà giudicata i primi di gennaio e quando questo pezzo verrà pubblicato forse sarà già stata assolta (lo speriamo) o condannata da un tribunale militare perché colpevole di aver fatto politica, cioè aver chiesto il rispetto dei diritti umani, in un collettivo universitario. Ma la sua vera colpa, ogni mente onesta lo sa, è quella di essere palestinese, pensante, coraggiosa e ribelle all’occupazione militare israeliana.

Mays Abu Ghosh
Mays Abu Ghosh

È triste vedere che lo Stato italiano, nei suoi apparati istituzionali, non riesce a esprimere una condanna verso Israele e i suoi numerosi crimini ed è terribile sentirsi, solo per casuale nazionalità, complice di tanta ingiustizia. Vale per la politica estera ma, purtroppo, vale anche per le questioni interne come, appunto, il caso di Nicoletta Dosio.
So che non posso fare niente, niente altro che utilizzare a mia volta i social per far conoscere quel che i media ufficiali coprono sotto il loro silenzio. Brinderò anche a Mays, al suo coraggio, ai suoi diritti. Non sarà certo una gran cosa, ma ne approfitterò per far sapere di lei e delle sue battaglie lassù dove sto andando. Poi scoprirò, ma qui a Kirkenes ancora non lo sapevo, che mi capiterà di conoscere persone che lavorano e si mobilitano per diverse cause tra cui anche quella palestinese.
Incredibile scoprire a oltre 4500 chilometri da casa, in un angolo abitato più da foche che da umani, che c’è qualcuno che conosce gli stessi luoghi e le stesse persone che vivono altri 3000 chilometri ancora più a sud. Sarà una bella scoperta che accompagnerà l’inizio dell’anno con un tocco di speranza e anche di bellezza, sebbene le notizie arrivate lasceranno un fondo amaro che né lo spumante né la compagnia piacevole riusciranno a cancellare del tutto. Ma è giusto così.
Arriva la corriera, lascio l’aeroporto e perdo la connessione internet. Bene, avrò qualche ora di viaggio via terra in cui chissà, con un po’ di fortuna, potrei cogliere un’aurora boreale. No, niente da fare. Solo neve, ghiaccio, mare, rocce innevate. Questo finché resta un filo di luce. Poi solo buio rischiarato vagamente dal bianco della neve.

fiabesco Kongsfjord
Fiabesco Kongsfjord

Dopo qualche ora finalmente arrivo dove mi stanno aspettando per portarmi nel decantato fiordo in cui i miei amici vivono, con la loro enorme e buonissima cana e tanti altri amici, norvegesi e non, sparsi in case di legno i cui interni sono straordinariamente belli e i cui esterni somigliano alle case delle fiabe più ancora di quelle dei villaggi svedesi nei pressi di Stoccolma.
In questo spicchio di mondo ghiacciato scopro storie interessanti. Una tra le tante è quella di Berlevaag, la “città” come la chiamano qui visto che è il comune più popoloso avendo “ben” quasi 1000 abitanti contro i venti o trenta di Kongsfjord.

kongsfjord 1
Kongsfjord

Ricordo che all’aeroporto di Oslo, diretta a Kirkenes, mi aveva colpito il fatto che la quasi totalità dei passeggeri aveva tratti somatici lapponi, ovvero “sami” per usare correttamente la loro lingua originale. Infatti mi trovo in un angolo di Lapponia autentica e avrò modo di vedere abiti, imbarcazioni e strumenti sami anche nel museo di Berlevaag, la cui casa più antica è del 1947 visto che i nazisti, nel 1944, l’avevano completamente rasa al suolo incendiandola. Mangerò renna allevata dai lapponi e pesce pescato da lapponi e norvegesi. Scoprirò che non è facile, dal villaggio sul mare di Barents in cui mi trovo, azzeccare una coincidenza tra il trasporto terrestre e il volo per tornare in Italia e così la mia vacanza si prolungherà ben oltre l’ipotizzato 3 gennaio. Questo mi farà scoprire che in mezzo a neve e ghiaccio sorgono bellezze di varia natura e conoscerò uomini e donne che mi stupiranno per quel che riescono ad essere e a fare, sia dal punto di vista artigianale e artistico, sia come profondità di pensiero e di interessi. Il porto e l’industria di conservazione del pesce si danno per scontati, così come la scuola e la chiesa, ma museo, mostre d’arte, un grande laboratorio con produzione e vendita di vetri artistici e, soprattutto, una vita sociale così vivace, in un posto tanto piccolo, ricostruito in pochi decenni, in mezzo a tanto ghiaccio e con così poche ore di pallida luce per tanta parte dell’anno sembra incredibile.

Porto di Berlevaag
Porto di Berlevaag

Tra lunghe chiacchierate, inviti a cene e pranzi, mostre, musei e gelide passeggiate il tempo sta volando. Ormai l’anno nuovo è iniziato da tre giorni. Approfitto di un raro momento di solitudine per accendere il pc e mettermi di nuovo in contatto col mondo del Mediterraneo. Appena accendo mi arriva la comunicazione che trenta alberi ad alto fusto del parco Bassini, nonostante il presidio di studenti, docenti e cittadini, nonostante le petizioni, le lettere e le promesse, sono stati abbattuti con tanto di polizia pronta ad arrestare chi tentasse di bloccare lo scempio delle motoseghe.

taglio alberi al parco Bassini (credit T. Shmidt)
Il taglio degli alberi al parco Bassini (credit T. Shmidt)

La professoressa Azzellino, questa donna determinata e convinta che le battaglie per le idee di giustizia vanno portate avanti con coraggio anche se le possibilità di vincerle sono minime, aveva presentato le sue relazioni tecniche ineccepibili ma, evidentemente, le ragioni del cemento sono più forti di quelle dell’ambiente e le motoseghe seguitano ad avanzare.
Cercando di sminuire il valore della sua battaglia, qualcuno le ha detto che di fronte all’Amazzonia o ad altre zone ben più ampie a rischio di desertificazione la lotta per qualche decina di alberi è cosa di poco conto. Arianna Azzellino ha risposto, pubblicando la risposta sui social, con la favola del colibrì che mentre la foresta brucia e tutti gli animali sono in lunga riunione per stabilire il da farsi lui vola continuamente dal lago all’incendio portando nel becco una goccia d’acqua e, quando il leone gli chiede cosa pensa di fare con quella goccia, il colibrì risponde semplicemente: «faccio la mia parte».
«Faccio la mia parte». In questo modo, per me, si è chiuso il 2019 ed è iniziato il 2020 con gli echi arrivati dall’Italia. Due donne, per caso entrambe professoresse, quindi entrambe con un lavoro per sua natura nobile che fanno la loro parte e la fanno anche se questo comporta la galera (per la prima) o il rischio della galera – grazie al decreto Salvini – per la seconda e per tutti coloro che presidiano il parco, o meglio ciò che ne resta visti gli abbattimenti già eseguiti. «Faccio la mia parte» è ciò che anche Mays ha fatto e sta facendo sull’altra sponda del Mediterraneo pur sapendo che la sua goccia, da sola, non salverà certo la Palestina dalla ferocia dell’illegale occupazione. Ma anche una sola goccia può aiutare un seme a germinare, e questo il suo peso ce l’ha.
Sicuramente altre donne come Nicoletta, Arianna e Mays si stanno battendo in queste ore per difendere o per affermare qualcosa di importante, ma sono confinata in una vacanza tra i ghiacci dell’estremo nord e il wi-fi a singhiozzo per il momento mi ha portato solo questi echi. A mia volta li rilancio offrendo così anche la mia goccia per nutrire, sebbene di pochissimo, i germogli seminati da queste tre donne di tre diverse generazioni e di tre diverse ma parimenti coraggiose battaglie contro l’arroganza del potere che, dalla sua parte, ha solo la forza e la esercita grazie ai suoi scherani e ai suoi lacchè.

Kongsfjord, 5 gennaio 2020

 

 

Articolo di Patrizia Cecconi

io-inverno-2018-e1560873676453.jpgNata a Roma. Laureata prima in sociologia, poi in erboristeria. Si accorge che i meccanismi di inclusione ed esclusione applicati al mondo umano, il mondo umano li applica anche alla natura, così scrive qualche libro in cui tratta sia di piante che di diritti umani. Dopo 25 anni di appassionato lavoro all’interno delle scuole, lascia l’insegnamento si dedica alla scrittura e alla causa che ormai sente sua: la Palestina.

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