Dianora Marandino, artigiana del tessuto

Grazie al pregevole libro di Gabriella Nocentini, presentato all’Archivio di Stato di Pescia (Pt) lo scorso 11 dicembre, ho potuto conoscere la storia e il lavoro straordinario di una vera artista che molto modestamente si definiva “artigiana”.
Il volume (Sillabe, Livorno, 2019), assai curato graficamente e arricchito da bellissime fotografie a colori, ha una ampia bibliografia e note dettagliate, ma soprattutto si avvale della preziosa testimonianza del marito di Dianora, il celebre pittore Enzo Faraoni, scomparso nel 2017, e di altre voci di persone amiche della coppia; di grande interesse gli approfondimenti dedicati a personaggi e istituzioni che aprono delle finestre di conoscenza sul mondo intellettuale fiorentino del XX secolo con cui l'”artigiana” ebbe rapporti fittissimi.
Davvero una donna unica, che trascorse almeno due diverse esistenze: quella di instancabile creatrice di moda, assolutamente originale e irripetibile, e quella di contadina, giardiniera, amica della natura e degli animali. La sua casa presso Impruneta divenne un rifugio per i più sventurati: erano ben noti nella cerchia delle amicizie i suoi cani a tre zampe, ma anche quelli salvati (e sopravvissuti) dalle sperimentazioni, e poi un papero domestico, un serpentello orfano, un furetto, tanti topini, persino un tritone nella vasca con le oche, per non parlare di merli indiani e pappagalli. Un vero zoo a cui si dedicò con amore totale, mentre si occupava di viti, di miele, di potature, di alberi da frutto antichi, di coltivazioni di lamponi e uva spina.

foto 1 doppia

Le fotografie in un testo del genere sono indispensabili perché ci aiutano ad entrare nell’universo creativo di Dianora; durante la presentazione abbiamo ammirato anche nuovi abiti (realizzati con i vecchi colori conservati dal marito) e ricevuto spiegazioni precise sul suo metodo di lavoro grazie a Emilia Elmi, una delle due giovani che si sono laureate con tesi su di lei. Le “opere” erano uniche davvero perché dipinte una per una interamente a mano: casacche, gonne, abiti molto comodi di cotone, lana o seta dal taglio semplice, lineare, a sacchetto, talvolta a palloncino oppure segnati in vita, ma ciò che li distingueva erano i brillanti colori e i disegni spesso ispirati dalle ceramiche popolari o anche da quelle giapponesi Ainu, fatte conoscere dall’amico Fosco Maraini. Dianora pensava al progetto generale, disegnava il bozzetto, tagliava la stoffa e dipingeva, poi avveniva la complessa operazione per il fissaggio dei colori, frutto di numerose prove ed esperimenti; solo dopo l’asciugatura l’abito veniva cucito ed era destinato ad una clientela internazionale di intenditrici.

FOTO 2. Disegno e realizzazione

Un suo modello comparve sulla copertina di “Vogue”. Sue creazioni sono state indossate da Anna Magnani, Elizabeth Taylor, Geraldine Chaplin e Oona O’Neill, Gabriella di Savoia. A pag. 89 vediamo queste vecchie foto in bianco e nero, conservate da qualche lavorante, non certo da Dianora che rifuggiva fama, onori e non aveva alcuna simpatia per  il mondo dell’alta moda a cui non si sentiva di appartenere. Lei era appunto un’artigiana del tessuto. Finché si divertì portò avanti (per almeno un ventennio) questa attività, poi voltò pagina senza pentimenti.
Già da prima della nascita (avvenuta a Firenze il 19 giugno 1912) c’era qualcosa di speciale in lei: la mamma Albertina Signorini è un’aristocratica dalle mani d’oro, fa la restauratrice di arazzi antichi e insegna alla Scuola femminile di Arti e Mestieri, ma è anche calzolaia e sarta diplomata. Il marito che le viene scelto (Ovidio) ha 18 anni più di lei, è un medico pistoiese assai stimato, anarchico e amante della natura, che a 50 anni sarà colpito da cecità. Un matrimonio non molto felice, tanto che nel 1923 la madre partirà per il Brasile con la figlia e si tratterrà dal fratello per sei mesi. Poi, «per pietà di lui cieco e solo» decide di tornare. Ma perché la coppia aveva scelto il nome Dianora per la bambina? Anche qui una storia affascinante: questo è il titolo di una bellissima poesia di Luisa Giaconi, poeta purtroppo dimenticata, morta neppure quarantenne, che con la sua metrica di senari e novenari ispirò Dino Campana. Ma tutta l’esistenza di Dianora si intreccia con quella delle persone più colte e interessanti che vivono a Firenze. Negli approfondimenti citati troviamo fra gli altri il ricordo di Fosco Maraini, Giovanni Battista Giorgini, Paolo Mantegazza, la famiglia Michahelles, la storia del caffè Le Giubbe Rosse, ma anche l’attentato alla fabbrica Nobel a cui partecipò Faraoni e le vicende della Scuola femminile di Arti e Mestieri, arrivata con vari nomi fino ad oggi. Nelle note e nel testo non mancano riferimenti a donne importanti come la scrittrice ed editrice Maria Luigia Guaita, la giornalista Marcella Olschki, le pittrici Elena Berner e Liberia Pini, la fotografa Vera Andrei, la scultrice Brunetta Ricci Gherardini, Candida e Mira Bing, oppure a coppie di amici con cui organizzavano le gite domenicali e piacevoli pranzi all’aria aperta. Insomma una realtà multiculturale e multinazionale, comprendente anche i cosiddetti “anglobeceri”, ovvero gli inglesi innamorati di Firenze che vi si erano trasferiti stabilmente fino dall’Ottocento.
Da bambina e poi da studente è vivace, buffa, un po’ scapestrata, sportiva, simpaticissima; studia solo le materie che le piacciono. Lascia il Liceo per diplomarsi come maestra, poi prende anche il diploma in Agraria e quello di Puericultrice, ma la creatività da un lato, l’amore per la natura dall’altro (ereditati dai genitori) la accompagnano tutta la vita. Già dagli anni Quaranta infatti frequenta la “Galleria Vigna Nuova, studio di architettura e arredamenti di interni”, punto di incontro e fucina di talenti. Dopo l’8 settembre non esita a diventare coraggiosa staffetta partigiana, iscritta al Partito d’Azione. Si impegna aiutando gli sfollati ricoverati a Palazzo Pitti dopo i bombardamenti terribili nella notte fra il 3 e  il 4 agosto 1944, quando crollano i ponti sull’Arno, fra cui quello bellissimo di Santa Trinità disegnato da Michelangelo. Le foto sul libro sono eloquenti nel raccontare la distruzione del cuore della città. Dianora ha un carretto, così porta frutta e verdura dalle campagne per sfamare i concittadini. Poi finalmente arriva la pace.
L’incontro essenziale per la sua vita, e preludio a un matrimonio che durerà oltre 50 anni, avviene nel 1951 al caffè Le Giubbe Rosse: lui ha 31 anni, lei 39. «Sembra che Dio ci abbia appiccicato insieme, per armonia del creato. Eravamo due artisti con mondi immaginari diversi ma che si potevano compensare», ricorda commosso Faraoni (p.26). Il 2 gennaio 1953 si sposano a Palazzo Vecchio; buona parte del viaggio di nozze sarà in sella a una Vespa, fra Napoli, Paestum e la costiera amalfitana, sotto la neve! Già si fa conoscere Dianora con i suoi pezzi unici, comincia a esportarli in America, a Parigi, in Svizzera; collabora brevemente anche con lo stilista Emilio Pucci per la sua famosa “moda-mare”. 

Foto 3

Raccontano che era una “commerciante nata”: in sella alla sua bicicletta, in seguito con una Giardinetta si spostava nelle località periferiche e di campagna per vendere i suoi abiti, con il pretesto di andare a comprare il formaggio dai pastori. Arrivano i riconoscimenti: il diploma d’onore alla XVII Mostra dell’Artigianato di Firenze (1953) e la Mimosa d’argento per l’artigianato dell’Udi (1957). In quegli anni apre la sua boutique fiorentina a cui seguono quella di Capri e la collaborazione con firme importanti di Positano. È un momento d’oro per la moda e per l’Italia, meta di un turismo raffinato e danaroso che non manca mai di visitare sia la Toscana che le isole nel mare di Napoli. Con i primi anni Sessanta però qualcosa cambia: Dianora chiude la boutique di Capri e via via rallenta la produzione, tutta presa da altri progetti. Si è trasferita a Villa Lapi, in collina, e si dedica alle piante e agli animali. Nel ’74 nuovo trasloco, questa volta a Impruneta: tanto spazio, tanta aria attorno, tanto da fare (aiuta i muratori, pota gli alberi, dipinge personalmente le piastrelle per la cucina, amplia la sua personale arca di Noè).
La crisi è arrivata per molti esercizi commerciali con l’alluvione del 1966, anche Dianora cambia dunque vita e intorno ai sessant’anni decide di fare la contadina. Questa seconda esistenza la accompagnerà fino alla morte, avvenuta dopo una malattia incurabile il 7 gennaio 2003.
Solo nel 2011 avviene la consacrazione ufficiale della sua arte, quando il Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti le dedica la mostra Dianora Marandino. Fantasie di colori. Benissimo ha fatto ora Gabriella Nocentini a mettere su carta il ricordo tangibile di una creatrice unica che era anche una donna comunicativa ed affascinante, originale ed estrosa. Racconta ancora il marito: «Dianora aveva una capacità forte di rimanere simpatica, era buffa. Era semplice vivere con lei, non si avevano problemi di nulla. Stavo bene e dimenticai tutto.» (p.26). Che bello essere descritte con tanto amore, dopo una vita trascorsa insieme!

 

 

Recensione di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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