Intervista a chi anima…i cartoni animati

Rivedo dopo anni Patrizia Russo, che conobbi sui banchi di scuola e di cui conservo un disegno di fatina alata donatomi chissà quanto tempo fa. La reincontro adulta per un veloce cappuccino, poi la vita segue il suo corso e la ritrovo al Grimaldi Forum di Montecarlo durante la Monaco Anime Game International Conference (MAGIC), alla sua quinta edizione, organizzata dalla Società Shibuya Productions. L’intera giornata del 9 marzo 2019 è dedicata a numerosi universi — Manga, Comics, Animation, Video games, Pop Culture — secondo un programma di conferenze e tavole rotonde in presenza di game designer, produttori, sceneggiatori e illustratori internazionali in totale interazione con il pubblico. Non mancano le sessioni per la firma autografa di celebri ospiti giunti da ogni parte del mondo. Grande attesa c’è per Yu Suzuki che svelerà le ultimissime novità di Shenmue III, già pronto per l’utilizzo su PS4 e PC Windows. E mi scatta la curiosità perché, oltre agli attori del Monte Carlo Film Festival, nella cui giuria popolare mi pregio essere, vedo girare e offrirsi ai fotografi tutto un popolo di pittoreschi personaggi in travestimenti fantasiosi dai quali emana l’entusiasmo per questo essere altro-da-sé almeno per un giorno.

Con Patrizia, in coda fra questo pubblico rutilante per accedere alle sale della convention, concordo un incontro a Milano in cui sia possibile vederla in azione nelle sue classi, dove gli/le studenti saranno all’opera, smanettando sui computer. Da ex insegnante d’inglese che lavorava su suoni e pronunce sono curiosa di scoprire che cosa accade quando la lezione si sposta invece sulle immagini.
E allora, una volta capito che qui
si fa sul serio e non è il caso di confondere gli attributi, vado sul sicuro con la classica domanda biografica: «Come sei diventata cartoonist e docente in una importante accademia del design di Milano?».
Ecco come si racconta Patrizia Russo.
«Quando parlo di animazione la gente pensa subito ai villaggi turistici e alle feste per i più piccini. Le frasi che sento spesso sono: Che bello, lavori con i bambini…Ci vuole molta pazienza, vero?…Come fate a inventare tanti giochi?».
Eh, no, chiedo scusa, qui parliamo di “cartoni animati”. È una cosa che TUTTI gli animatori della nostra tipologia hanno dovuto chiarire. Perché subito bisogna rispondere a un’altra serie di curiosità legate all’idea che i “cartoni animati” appartengano al mondo dell’infanzia, dei sorrisi, qualcosa che la maggioranza delle persone ha abbandonato, convinta che non faccia parte del pacchetto-vita-adulta. In questa fase le domande in genere sono: Si fanno ancora?…Ma oggigiorno non ci pensa il computer?…È divertente?…È un lavoro vero o un hobby?…
Di sicuro non è un lavoro convenzionale, bensì un mestiere serio e complesso, molto più di quanto si immagini. Spesso il fine viene confuso con la difficoltà. Ad esempio, il ruolo del commercialista appare competente ma noioso e ripetitivo, eppure, essendo socialmente utile e dovendo prevedere continui aggiornamenti e tanta burocrazia, nessuno ne metterebbe in dubbio la complessità e l’importanza professionale. Nel ramo artistico è l’esatto opposto, troppi pensano che basti avere una dote di base per realizzare qualcosa di bello anche se non necessariamente utile.
Non è così. Per lo più si dimentica che ogni attività richiede una preparazione articolata, e l’arte non fa eccezione.
Un altro concetto da chiarire: i cartoni animati NON sono fumetti. È vero che i soggetti sono scambievoli, ma la somiglianza si ferma qui. Siamo in campi completamente diversi, sia nelle competenze, che nell’organizzazione del lavoro. Ancora più diversi che fra banchiere e bancario! Sarebbe come definire Federico Fellini o Steven Spielberg fotografi, oppure Richard Avedon regista. Senza nulla togliere agli uni e agli altri, è inesatto. Magari i maestri citati erano ANCHE eccellenti nell’altra arte, ma rimangono nella memoria collettiva anzitutto per ciò che ne ha decretato la fama.
Questo per far capire il punto di vista dei “cartoonist”.
Qualcuno penserà: Olalà, che lunga spataffiata per dei cartoni!
Al che mi viene spontaneo rispondere: mandatemi spataffiate su altri argomenti, prometto di leggerle TUTTE!
Io disegno da sempre e fin da piccola ho desiderato realizzare la mia passione. Sembra strano che una bambina possa essere tanto pragmatica, eppure questi pensieri erano lì, nessuno mi ha mai illuso o scoraggiato sulla vita d’artista, anzi, mia madre mi ha sempre lasciato carta bianca. Col senno di poi credo sia stata coraggiosa; per un genitore non è facile tenersi completamente fuori dalle decisioni di una figlia. Crescendo ho selezionato tra le alternative che emergevano, seguendo motivi diversi. Nel corso degli studi ho cominciato con un istituto che mi permettesse di lavorare subito in caso di necessità e/o mi preparasse ad un eventuale corso di laurea. Ho preferito la grafica, mentre nella mia testa si formavano nuove idee.
Perché l’animazione? Perché non il fumetto o l’illustrazione? La scelta è caduta sulla scuola di specializzazione post diploma che mi avrebbe portato a diventare professionista, garantendomi una forma di indipendenza.
Io ho sempre inventato storie, personaggi, luoghi, e l’animazione è il mezzo giusto per raffigurare tutto ciò. L’illustrazione si limita a mostrare un momento di una storia. Il fumetto mette in fila degli attimi. Ma l’animazione può far vivere un’intera narrazione. È una specie di magia, e veder muovere i propri personaggi è emozionante. Raccontare e comunicare per immagini dà una soddisfazione immensa. Ciò che accomuna noi adepti dei “cartoni animati” è questa magia. Se non ci si sente elettrizzati all’idea della sfida che ogni animazione porta con sé, allora non si è animatori. Negli anni mi sono resa conto che quella “magia”, quel muovere tutto come illusionisti incantatori è l’aspetto che più ci affascina. Per il resto siamo persone… normali!
Comunque ogni impronta è diversa, ogni personaggio ha le proprie caratteristiche e gli stili possibili sono infiniti, quindi è un mestiere in cui ci si deve sempre mettere alla prova, bisogna risolvere difficoltà tecniche, pratiche e produrre centinaia di disegni.
Qui arriva la domanda che mi sento rivolgere più spesso: I cartoni si fanno ancora a mano? La risposta è sì, si fanno sempre nello stesso modo, sono cambiati gli strumenti per completarli, ma il procedimento rimane invariato. Esistono numerosi tipi di animazione, io nello specifico mi occupo di 2d, quella “classica”. Ci sono le tecniche come la “stop motion” (alla maniera di Nightmare Before Christmas, per intenderci), che utilizza pupazzi. C’è quella fatta con la sabbia, con la plastilina e così via. Poi c’è l’animazione 3d (tipo Pixar) in cui i personaggi e gli sfondi sono creati su pc in tridimensione, ma sempre dopo uno studio approfondito che parte da disegni eseguiti a mano. L’impegno è lungo e faticoso quanto il metodo tradizionale perché bisogna far “recitare” i modelli, così come accade usando la carta. Ma oggi si può lavorare senza carta. La tecnologia ci permette di non sprecare più tanti fogli come un tempo: i disegni sono tracciati uno per uno su una tavoletta grafica, in modo da averli direttamente su computer, mentre 20 anni fa circa si filmavano con la pellicola. Le fasi di tutti i prodotti d’animazione sono molteplici, più simili alla costruzione di un film che di un fumetto. È un lavoro di gruppo, in cui ognuno s’incarica di una propria parte. Tutto inizia con una sceneggiatura in cui si delinea la storia che si vuole raccontare. Si decidono gli stili dei personaggi e delle scenografie, fin nei minimi dettagli. Nasce lo storyboard, il racconto per immagini che stabilisce anche i tempi di narrazione. Quando la prima fase è decisa, si passa alla produzione effettiva, e le animazioni vengono realizzate contemporaneamente ai fondali. In seguito si colora il materiale approvato e si passa alla fase di post produzione, dedita al montaggio e ad una serie di aspetti tecnici che sarebbe complicato spiegare. Ma già a questo punto è facile rendersi conto di quanto sia lungo il processo creativo.
In Italia non abbiamo realtà stile Disney, ci sono tanti studi di piccole o medie dimensioni che spesso collaborano. Una parte minima del personale è fissa; la maggioranza lavora su singoli progetti, il che significa avere contratti che variano da poche settimane a mesi. Solo ogni tanto capitano occasioni di uno o più anni. Un tale andamento può risultare stancante e bisogna sapersi organizzare. Esistono diverse realtà produttive, ambienti giovani e dinamici, in cui si allacciano amicizie che durano una vita, e si formano persino famiglie!
Le animatrici sono tante; poi ci sono scenografe, character designer, storyboarder, assistenti di produzione….
La presenza femminile nel complesso è notevole e le donne ricoprono più o meno tutti i ruoli, anche se, per esperienza riscontrata personalmente, sono poche le società a conduzione femminile. Discriminazioni? Sì, può succedere. Tutto il mondo è paese e ci si imbatte in mentalità anacronistiche o, peggio ancora, decisamente sessiste, un po’ ovunque. Però quando i progetti sono brevi è facile cambiare aria e trovare atmosfere più serene e rilassanti.
Tornando al formarsi di “famiglie”, come si gestisce una gravidanza avendo un lavoro saltuario? Chi ha la fortuna di essere nel bel mezzo di un contratto a lungo termine potrà godere del trattamento di maternità, ma chi è “freelance”, cioè autonoma, deve basarsi sul proprio tipo di posizione fiscale per capire se ha diritto a un congedo, naturalmente con regole diverse rispetto ai dipendenti con assunzione regolare.
L’animazione è cambiata a dismisura dal 2000 a oggi, sia per le innovazioni tecnologiche, sia per l’avvento dell’euro. Io ho sempre avuto un flusso di lavoro abbastanza costante, ma anche in questo campo la crisi si è fatta sentire, ahimè!
Se prima era facile avere una certa continuità, nell’ultimo decennio le occasioni si sono ridotte, di pari passo con le retribuzioni. La burocrazia che non riconosce appieno la saltuarietà di questo settore, non aiuta. Se guardo indietro sono piuttosto soddisfatta, ho partecipato a progetti interessanti, insieme a grandi artisti e persone davvero preparate. Ovviamente non è sempre un paradiso e anche dove dovrebbe regnare lo spirito di gruppo emergono diffidenze, simpatie, antipatie, screzi, liti.
Si tende a pensare che un’occupazione creativa abbia soltanto risvolti divertenti, un’idea basata forse sul presupposto che sia un passatempo e non qualcosa di serio e impegnativo. In realtà si svolge esattamente come in qualunque ufficio: richiede concentrazione, professionalità, obiettività, capacità sinergiche, tenacia, inventiva. È stressante e spesso la giornata non finisce quando dovrebbe, perché bisogna garantire la consegna. Come sempre, la differenza viene dalla motivazione: chi ama il proprio lavoro cerca di dare il meglio, malgrado la fatica e le difficoltà.
Volendo conoscere i numeri precisi sull’occupazione femminile nel mondo dell’animazione, si scopre che sono peggiori della percezione che se ne ha dall’interno. È triste, soprattutto se si considera che nelle scuole di specializzazione le ragazze sono due terzi degli iscritti, a volte anche di più».

A questo punto Patrizia mi suggerisce di leggere l’articolo di Carlos Aguilar, uscito nell’ottobre 2019, sull’Annecy International Animation Film Festival. Vi si riporta il primo studio sul grado d’inclusione femminile nell’industria dell’animazione, confermando quanto siano scarse le opportunità disponibili. Questa indagine, condotta in partnership con Women in Animation dalla dottoressa Stacy L. Smith, docente della University of Southern California, dove ha fondato la Annenberg Inclusion Initiative, aggiunge nuovi dati ed esplora lo scenario da angolature diverse, identificando le aree in cui le donne hanno dato apporti significativi (per esempio nel management, che da sempre le valorizza), ma indicando anche le aree più critiche, in relazione con le provenienze razziali o etniche. Come dichiara Stacy L. Smith, Hollywood avrebbe il potere di combattere gli stereotipi sui “Latinos”… ma si direbbe che i pregiudizi stentino a scomparire. Questa analisi quantitativa calcola la presenza di donne in ruoli chiave e in posizioni direttive nelle più importanti compagnie e studios che producono film e serie tv, come anche nei più prestigiosi programmi di animazione e nei corti presentati ai festival di rilievo.
Che conclusione dovremmo trarre? La solita, che le donne faticano a imporsi professionalmente, ma là dove prevale la creatività sono un asse portante. E Patrizia ci ricorda che chi la dura la vince.
Per dirla con Walt Disney: «Se puoi sognarlo, puoi farlo. Ricorda sempre che questa intera avventura è partita da un topolino».
Ancor più ci piace citare una personaggia femminile, Mary Poppins: «Tutto è possibile…. persino l’impossibile».

 

 

Articolo di Nadia Boaretto

0_9e7goFNadia Boaretto, residente fra Milano e Nizza (Francia). Laureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura, nella fattispecie di una importante compagnia marionettistica. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano.

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