Foggia libera Foggia

Nella mia città, Foggia, si è svolta il 10 gennaio una grande marcia organizzata da Libera ma desiderata e voluta da tanti e tante di noi. Un’organizzazione lampo, dopo un omicidio e altri atti di stampo mafioso succedutisi nei primi giorni dell’anno, resa possibile dalla straordinaria capacità di Daniela Marcone, foggiana, vicepresidente nazionale di Libera, figlia di Francesco Marcone, ucciso a Foggia il 31 marzo 1995. Mettendo insieme la convocazione in un’aula magna dell’Università straripante di persone il 7 gennaio, un passaparola potente sui social e la fiducia che noi foggiane e foggiani abbiamo imparato ad avere per Libera, è nato un evento straordinario al quale hanno aderito quasi 400 associazioni ed enti locali della nostra provincia e ci siamo ritrovati a marciare in ventimila chiedendo libertà dalla mafia, sostegno dal Governo ed anche attenzione da parte dell’opinione pubblica nazionale perché la cosa assurda della situazione della provincia Foggia è che vi si è insediata la quarta mafia ma i media nazionali continuano a raccontare quello che succede come se si trattasse di microcriminalità o associando la mafia foggiana alla Sacra Corona Unità di Lecce. E non solo nazionale, visto che ne hanno parlato anche giornali esteri come il “Guardian” (https://www.theguardian.com/world/2020/jan/16/italy-to-strengthen-anti-mafia-task-force-after-bomb-in-foggia) che pure ha associato la questione foggiana alla Sacra Corona Unita.
Ma soprattutto la manifestazione ha testimoniato che stiamo cominciando a capire bene la situazione noi foggiane e foggiani. Non che non vedessimo gli atti criminali ma sottovalutavamo e per tanto tempo li abbiamo ascritti ad una generica microcriminalità.
Una settimana dopo la manifestazione ho partecipato ad un incontro affollatissimo, voluto dalla Prefettura e aperto alla cittadinanza, e ho ascoltato il procuratore Gatti facente parte della Direzione Distrettuale antimafia di Bari, mi sono entusiasmata ascoltando il suo “Noi” e ho compreso che c’è chi sta facendo un lavoro straordinario, senza che se ne parli e con una bassissima collaborazione da parte della cittadinanza e delle vittime soprattutto.
Il giorno successivo ero alla Feltrinelli di Bari e ho visto uno scaffale con una selezione di libri contrassegnati con l’hashtag #FoggialiberaFoggia e ho acquistato Ti mangio il cuore di Carlo Bonini e Giuliano Foschini. E l’ho letto in due serate che mi sono costate due notti di incubi ma mi hanno fatto vedere sotto altra luce fatti che comunque conoscevo. E anche luoghi, luoghi che amo profondamente come Vieste, Monte Sant’Angelo, Mattinata e la stessa Foggia, e ancora San Marco in Lamis, Sannicandro Garganico…
Ho rivissuto cose subite, ad esempio i furti di rame, in campagna. Il rame degli impianti elettrici, in pratica quello dei fili che collegano i pali della luce e che costringevano mio marito agricoltore a interrompere le irrigazioni dei campi per mancanza di energia elettrica. Si diceva che erano ad opera di balordi, forse stranieri, ma ora scopro di no.
Ho ricordato quando una mattina con mio padre stavo andando in campagna ma la superstrada Foggia-Candela a un certo punto era bloccata per una rapina ad un portavalori realizzata con il sistema dell’incendio di un mezzo. Una modalità ricorrente, attribuita a criminali generici, che ora scopro essere invece un “format”, esportato anche, da ascrivere ad una precisa organizzazione.
Mi è tornato alla mente quando qualche anno fa (nel 2014)  fui svegliata da sirene e poi scoprii che si era trattato di un tentativo di rapina al caveau di una società di vigilanza utilizzando un caterpillar per distruggere l’edificio ed estrarre e caricare su un tir il caveau, fallito solo grazie all’eroismo di due poliziotti che con Beretta di ordinanza risposero al fuoco di kalashnikov e mitragliette. Ma anche in quel caso non si parlò di mafia e «non ci fu neanche un trafiletto sui giornali nazionali». Tra virgolette, perché sono parole riportate dal libro e pronunciate dal procuratore Silvis, allora neo questore di Foggia, quando raccontò questo episodio alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle intimidazioni per dare contezza della gravità della situazione a Foggia.
Il questore Silvis, il procuratore Gatti, il procuratore capo Volpe, tutte persone che hanno svolto e svolgono un lavoro efficace ed importantissimo, però spesso con pochi mezzi e forze per una sottovalutazione generica della “Società” foggiana.
Poche forze, sottovalutazione dei media, omertà e silenzio delle vittime, scarso supporto di tutta la popolazione… le cause sono tante e il libro Ti mangio il cuore nel raccontare fatti, fare nomi, fa chiarezza e fa conoscere e riconoscere. Riconoscere che un problema esiste è il primo passo per sperare di risolverlo. Parlarne aiuta a non abituarsi, a dare rilevanza, invece di essere portati a sottovalutare. Perché quando non se ne parla o ci si limita a ripetere le solite frasi fatte sembra che sia tutto normale e soprattutto che il nostro contributo di cittadini e cittadine sia inutile.
E ovviamente serve manifestare. Dopo la manifestazione del 10 abbiamo avuto l’attenzione dei media nazionali, la ministra Lamorgese ha stabilito di inviare un reparto della Dia a Foggia, il prefetto ha convocato la cittadinanza per parlarne, dopo qualche giorno sono stati fatti arresti e perquisizioni (immagino favoriti da qualche denuncia). E la Feltrinelli di Bari ci ha dedicato uno scaffale con libri importantissimi. È una sciocchezza? No, serve a parlare, a conoscere, a reagire. D’altra parte si continua a ripetere, giustamente, che è un problema culturale.
E poi ci sono tante riflessioni: quanto spesso si liquidano fatti gravi ascrivendoli ad una generica presenza sempre maggiore di stranieri sui quali di frequente si scatena la rabbia dei miei concittadini e concittadine? Nomi stranieri nei fatti raccontati con estrema precisione nel libro non ne ho letti. Neanche uno.
E se Foggia è al terz’ultimo posto per qualità della vita le cause non saranno da ricercare anche nella presenza della quarta mafia? I negozi chiusi che aumentano a vista d’occhio nelle vie del centro non saranno forse ascrivibili, più che alla crisi economica, alla crisi di legalità?
Noi a Foggia ci siamo, aderiamo entusiasticamente al “Noi” del procuratore Gatti, ma non vogliamo essere lasciate sole e soli. Vogliamo che la bellezza della nostra provincia sia fonte di ricchezza per la nostra gente, che Vieste, ad esempio, torni ad essere la Perla del Gargano a vantaggio della popolazione garganica e non di chi sfrutta la ricchezza del turismo per taglieggiare gli operatori e importare droga da distribuire nel mercato turistico. Sarebbe bello se l’estate prossima la ministra Lamorgese venisse a ricordare i due agricoltori di San Marco in Lamis uccisi due anni fa perché erano nel posto sbagliato al momento sbagliato, diversamente dall’ex ministro che il 9 agosto scorso, giorno dell’anniversario del loro omicidio, era sì sul Gargano, a pochi km da San Marco in Lamis, ma per fare campagna elettorale e godere della nostra buona cucina.

 

 

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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