«Meditate che questo è stato. Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore». 27 gennaio, Memoria della Shoah

«Perché sarei sopravvissuta / se non per rappresentare / le colpe, soprattutto / alle persone vicine? / Di tante colpe che avranno / una, la più grande, sarà / il pentimento / di avere fatto del male, / a me che ho sopportato tanto. / Con me che sono diversa / dalle altre e porto in me / sei milioni di morti / che parlano la mia lingua / che chiedono all’uomo di ricordare / all’uomo che ha così poca memoria. / Perché sarei sopravvissuta / se non per testimoniare / con la mia vita / con ogni mio gesto / con ogni mia parola / con ogni mio sguardo. / E quando avrà termine / questa missione? / Sono stanca della mia / presenza accusatrice, / il passato è un’arma / a doppio taglio / e mi sto dissanguando. / Quando verrà la mia ora / lascerò in eredità / forse un’eco all’uomo / che dimentica e continua e ricomincia…».
Questi versi taglienti come affilate lame sono della poeta, scrittrice e traduttrice Edith Bruck, deportata ad Auschwitz nel 1944 a soli 12 anni. Sopravvissuta al campo, dove ha perso tutta la sua famiglia, vive in Israele per alcuni anni e poi si trasferisce in Italia dal 1954, e in lingua italiana è tutta la sua produzione letteraria. Bruck, tra le pochissime e pochissimi sopravvissuti all’inferno della Shoah e ancora viventi, traduce in poesia quello che rappresenta il solo e unico motivo per cui valga la pena di continuare a vivere dopo essere passati nel tormento di un’esperienza indicibile: la memoria e la testimonianza di ciò che è stato.

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Edith Bruck

Shoah, termine di origine ebraica che vuol dire “tempesta devastante” ed è preferibile ad Olocausto, «in quanto quest’ultimo, utilizzato per la prima volta dallo scrittore Elie Wiesel [N.d.A.], non richiama l’idea di un sacrificio inevitabile» (definizione dall’Enciclopedia Treccani), è una ferita profondissima nella Storia, una ferita che sanguina ad ogni necessaria occasione di ricordo, ad ogni poesia, romanzo, biografia recitata, perché nell’orrore dei campi di sterminio ha bruciato l’intera umanità, in un secolo che anziché sancire in positivo la parabola ascendente del progresso scientifico e tecnologico, ha visto il susseguirsi di eventi catastrofici, due guerre mondiali, genocidi, la distruttività della bomba atomica, in un arco cronologico breve – per parafrasare Eric Hobsbawm e il suo saggio miliare Il secolo breve – molto concentrato in relazione al numero di anni in cui gli eventi accadono. Sono trascorsi 75 anni da quel lontano 27 gennaio 1945, in cui le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Per questo il 27 gennaio è stato designato come “Giorno della Memoria” dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite riunitasi il Primo novembre 2005. La risoluzione fu preceduta da una sessione speciale del 24 gennaio 2005, nella quale l’Assemblea generale delle Nazioni Unite celebrò il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti e la fine della Shoah.                                     Il dovere della memoria non può più solo appartenere ai testimoni diretti o indiretti dello sterminio, che stanno ormai scomparendo: ci hanno lasciato di recente Simone Veil, Elio Toaff, Piero Terracina, Franco Schoenheit. Ricordare è un obbligo morale che deve appartenere a tutti e tutte le cittadine del mondo: «È un fatto che anche chi non è stato coinvolto di persona nell’Olocausto, per ragioni di età, non può sentirsene estraneo, in Germania come in Italia, nella Spagna franchista o nella Francia di Vichy, sia che vi abbia agito da protagonista qualche membro del suo albero genealogico, sia che altri suoi congiunti o antenati abbiano constatato senza reagire la scomparsa improvvisa di persone a loro vicine, coinvolte nel massacro. Ciò non significa che tutti i tedeschi nati dopo Auschwitz debbano ritenersene direttamente colpevoli: ma nemmeno una loro eventuale indifferenza o ignoranza sono in alcun modo consentite» (Alberto Bertoni, L’Olocausto e l’identità letteraria). Non sembri scontato o retorico questo monito, come molti osano scandalosamente affermare: le cronache soprattutto di questo ultimo anno 2019 che ci siamo da poco lasciati alle spalle, ci ammoniscono pesantemente a non abbassare la guardia, considerata anche la ormai dilagante diffusione sui social, e non solo, di ogni genere di offesa fondata su discriminazioni razziali, etniche, religiose, di genere o di orientamento sessuale, ai danni di un gruppo o di una persona, offese che vanno sotto il nome di hate speech. L’antisemitismo non è un comportamento debellato e meno preoccupante, perché l’essere umano, come scrive Edith Bruck, dimentica e continua e ricomincia.

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Sulla Shoah possediamo una vastissima bibliografia, filmografia, sitografia, è stato scritto moltissimo, si è rappresentato in ogni forma storica ed artistica l’orrore del genocidio più terrificante della storia del Novecento. È importante sottolineare l’unicità dello sterminio degli ebrei a livello storico e culturale. I motivi sono sostanzialmente quelli individuati da Gadi Luzzatto Voghera in un articolo del 2017: «è stato l’unico caso in cui la civiltà europea ha tentato di eliminare in modo largamente volontario una parte fondamentale del suo patrimonio umano e culturale; per la prima e auspicabilmente unica volta nella storia l’intera macchina militare e burocratica di uno stato ha assunto come fine programmatico lo sterminio di un popolo; è stato l’unico caso in cui la furia persecutoria propria di un uomo (Hitler) si è trasformata in azione che venne messa in pratica da chi riconosceva in questo uomo il proprio leader; un’intera generazione (fatte salve rare eccezioni) di un popolo – quello tedesco – partecipò in vari gradi alla macchina dello sterminio. Ma non si tratta di una questione di numeri, non è lì che risiede la sua unicità. Sei milioni sono un numero spaventoso, eppure ci sono state nella storia anche stragi più sanguinose. Ogni morte violenta è di per sé “unica” e impone una riflessione etica che conduca all’elaborazione di una necessaria memoria. L’unicità della Shoah, oltre che negli elementi elencati schematicamente, risiede nel fatto che si trattò di un meccanismo sorto all’interno di un mondo occidentale liberale, industrializzato, tecnologicamente avanzato che nella sua presunzione di superiorità morale verso altre civiltà è stato capace di produrre sì cose ottime (dagli antibiotici al motore a scoppio, dalla democrazia al cinema a quel che si vuole aggiungere), ma anche dinamiche terribili, come appunto la Shoah. È per questo che si può parlare di “macchina” dello sterminio. “Nel 2000 – disse Elie Wiesel – chiesi all’Assemblea dell’ONU se il mondo avesse imparato la lezione di Auschwitz. La risposta, ieri e oggi, è no. Come spiegare altrimenti Cambogia, Bosnia, Ruanda, Kosovo, Sudan e Siria?”» (Gadi Luzzatto Voghera, La Shoah è unica, ma fare paragoni si può, a certe condizioni, in www.statigenerali.com).
All’indomani della tragedia, nel momento della ricostruzione di case e anime dopo gli orrori della guerra e dello sterminio, che, ricordiamo, ha coinvolto molti diversi soggetti, dagli ebrei ai dissidenti politici alle persone disabili ai preti ai prigionieri di guerra ai rom, si pone alle coscienze la necessità non solo del ricordo e della testimonianza, ma anche di una riflessione sulle modalità con cui questo ricordo possa essere trasferito dalle e dai protagonisti alle generazioni future. Gli e le intellettuali si interrogano sulla possibilità di formulare parole adatte a raccontare ciò che si è vissuto nei lager. Sembra impossibile trovarne, il logos raziocinante dell’essere umano viene meno di fronte alla vista mortifera di tutto quello che nei lager è stato patito: «Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo andati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga» (Primo Levi, Se questo è un uomo).

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Primo Levi

In un saggio del 1949 Theodor W. Adorno affermava che «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie» (T. Adorno, Critica della cultura e società in Prismi, Einaudi, Torino 1972) e in Minima moralia aveva scritto: «L’idea che, dopo questa guerra, la vita potrà riprendere “normalmente” o la cultura essere “ricostruita” – come se la ricostruzione della cultura non fosse già la sua negazione – è semplicemente idiota. La logica della storia è distruttiva come gli uomini che produce: e dovunque tende la sua forza di gravità, riproduce l’equivalente del male passato» (T. Adorno, Minima moralia, citato in Alberto Bertoni, L’Olocausto e l’identità letteraria). Di fronte a tanta amarezza, disordine morale ed intellettuale, c’è la consapevolezza che niente sarà più come prima, che Auschwitz rappresenta un terribile spartiacque nella storia dell’umanità, e non perché prima della Shoah non ci fossero mai state barbarie e atrocità, ma perché l’esperienza del lager e del genocidio degli ebrei e di chiunque fosse diverso dall’”ariano”, ha rappresentato la totale negazione del progresso dell’umanità, del suo avanzamento culturale, scientifico, tecnologico, una forte battuta d’arresto in questo processo di crescita, che già si era verificata sullo scenario mondiale con il primo conflitto del 1914-18 e che con la Shoah prende forma piena e definitiva in un uomo che assume su di sé la missione di eliminare, attraverso una vera e propria damnatio memoriae et corporum, direi, un intero popolo, gettando nell’abisso di un assurdo e crudele inferno terreno e morale il mondo intero. Primo Levi nella Tregua scrive: «nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti».
Eppure, la “banalità del male” che ha travolto il popolo ebraico e con esso il mondo intero è sconcertante: l’atroce malvagità perpetrata ai danni dei e delle deportate era agita da esseri umani in apparenza assolutamente ordinari, dall’intelligenza mediocre, perfetti banali burocrati, meri esecutori di ordini. Fu Hannah Arendt a definire così le azioni di Adolf Eichmann, quando redasse un reportage sulle sedute del processo al criminale nazista nel 1961, come inviata del settimanale “New Yorker” a Gerusalemme. Otto Adolf Eichmann aveva svolto la cruciale funzione di coordinare i trasferimenti delle e degli ebrei verso i campi di concentramento e di sterminio. Nel maggio 1960 agenti segreti israeliani lo catturarono in Argentina, dove si era rifugiato come molti altri gerarchi nazisti, e lo portarono a Gerusalemme. Fu condannato a morte per impiccagione e la sentenza fu eseguita il 31 maggio del 1962. Il resoconto di quel processo fu pubblicato nel 1963 nel libro La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. In questo testo Hannah Arendt affermò che le azioni compiute da Eichmann erano mostruose, ma la sua persona si presentava perlopiù normale. La filosofa rimase alquanto stupita di constatare la superficialità e mediocrità dell’aspetto e delle parole del criminale nazista in relazione al male da lui agito.
In merito alla responsabilità dei carnefici sia al comando sia preposti, Primo Levi nei Sommersi e i salvati, ultima opera di questo scrittore italiano che in prima persona aveva vissuto l’orrore del lager, scritto nel 1986, compie un’analisi del sistema dei campi, partendo dalla sua diretta esperienza di prigioniero ad Auschwitz ed allargando la disamina ad esperienze analoghe, come i gulag sovietici. Commenta così le deposizioni e le memorie dei criminali nazisti, non ammettendo alcuna scusante per quanto è stato compiuto, azioni tra le più ignobili, sadiche e sanguinarie ai danni di uomini, donne, bambini, infermi, disabili (si pensi solo per un attimo a Mengele): «Espresse con formulazioni diverse, e con maggiore o minor protervia a seconda del livello mentale e culturale di chi parla, esse vengono a dire tutte sostanzialmente le stesse cose: l’ho fatto perché mi è stato comandato; altri (i miei superiori) hanno commesso azioni peggiori delle mie; data l’educazione che ho ricevuta, e l’ambiente in cui sono vissuto, non potevo fare altro; se non l’avessi fatto, l’avrebbe fatto con maggiore durezza un altro al mio posto. Per chi legge queste giustificazioni il primo moto è di ribrezzo: costoro mentono, non possono credere di essere creduti, non possono non vedere lo squilibrio fra le loro scuse e la mole di dolore e di morte che essi hanno provocata. Mentono sapendo di mentire: sono in mala fede» (Primo Levi, I sommersi e i salvati). Nel 1997, ancora su questo aspetto, sottolinea Umberto Eco: «Di fronte all’intollerabile cadono i distinguo sulle intenzioni, la buona fede, l’errore: c’è solo la responsabilità oggettiva. Ma (dice) io spingevo la gente nella camera a gas perché me lo ordinavano, in realtà credevo che li mandassero a disinfettarsi. Non importa, mi spiace, qui siamo di fronte all’epifania dell’intollerabile, non valgono le vecchie leggi con le loro circostanze attenuanti: condanneremo anche te al capestro» (Umberto Eco, Cinque scritti morali).
Dopo lo sterminio del popolo ebraico e di tutti gli uomini e le donne la cui esistenza era ritenuta inaccettabile per la razza ariana, crolla definitivamente ogni certezza, ogni fede, ogni punto di riferimento, già minate dagli eventi che avevano concluso il secolo precedente e inaugurato il XX.

Birkenau
Birkenau

Ad Auschwitz, Birkenau, Dachau, Bergen-Belsen, Buchenwald, Mauthausen, Risiera di San Sabba, Treblinka, Dio è morto: «Cieli, ditemi perché, perché? / Perché dobbiamo essere tanto umiliati in questo mondo? / La terra, sorda e muta, ha chiuso gli occhi… / Ma voi cieli, voi dall’alto avete visto tutto e non siete crollati dalla vergogna!» (Yitzhak Katzenelson, Canto del popolo ebraico massacrato, canto IX, Ai cieli); «Dopo Auschwitz non c’è teologia: / dai camini del Vaticano si leva fumo bianco, / segno che i cardinali hanno eletto il papa. / Dalle fornaci di Auschwitz si leva fumo nero, / segno che gli dei non hanno ancora deciso di eleggere / il popolo eletto. / Dopo Auschwitz non c’è teologia: / le cifre sugli avambracci dei prigionieri dello sterminio / sono i numeri telefonici di Dio / da cui non c’è risposta / e ora, a uno a uno, non sono più collegati» (Yehuda Amichai); «morimmo di peste, di tisi e malaria, e di che no, ehi tu Signore, morimmo di cacca, di schifezze, morimmo a caterve, morimmo di culo, di merda, di vergogna e di offesa, o Tu che traesti il Tuo popolo dal Tuo esilio, ahò mi stai a sentire? Deh redimi, deh redimi dalla merda, deh redimi i Tuoi figli, i provati da Te, dalla cacca, dalla merda» (Admiel Kosman, Inno liturgico per i giorni terribili).
Eppure, c’è stato chi, nell’oscurità del lager, ha cercato in ogni modo di intravedere un appiglio di sopravvivenza in una fede che pur non gli apparteneva, per resistere all’abbrutimento della dignità umana.
Il 21 giugno 1940 il filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre venne catturato dai tedeschi a Padoux, nella regione della Lorena, a nord-est della Francia. Era il giorno del suo compleanno. Nell’agosto dello stesso anno fu traferito in Germania, nel campo di concentramento di Treviri, dove resterà fino all’aprile del 1941.

Jean-Paul Sartre
Jean-Paul Sartre

Lì conobbe alcuni sacerdoti, tra cui l’abate Marius Perrin, con cui strinse amicizia. Con i preti incontrati nel campo, Sartre ebbe interminabili discussioni sulla fede cristiana e sull’esistenza di Dio, quell’esistenza da lui incessantemente negata e considerata un incredibile inganno per l’essere umano. Fu in questo contesto che maturò l’idea, su richiesta degli amici preti, di scrivere una pièce teatrale ambientata in Palestina ai tempi di Gesù: Bariona o il figlio del tuono metteva in scena la storia del capo di un povero villaggio ebreo, Bariona, il quale, in seguito all’aumento delle imposte da parte del procuratore romano, accetta di pagare chiedendo però agli abitanti del suo villaggio di non fare più figli. Egli non sa ancora che sua moglie Sara è incinta. La scoperta, però, non gli fa cambiare idea. È a questo punto che Bariona viene informato da alcuni pastori della nascita del Messia a Betlemme, cosa da lui reputata un grande inganno. Nelle parole di Bariona c’è tutto Sartre, e il capovillaggio medita di uccidere il bambino. A Betlemme, però, trova sua moglie Sara e, insieme a lei presso la capanna, gli abitanti inginocchiati in commossa riverenza. Di fronte a tale scenario, Bariona decide di non ammazzare più il bambino e, quando viene a conoscenza degli intenti omicidi di Erode, invita i suoi abitanti a prendere le armi e ad andare incontro alla morte sfidando il re. Al di là della lettura fortemente politica che si può dare a un’opera come questa, dato il contesto storico e l’evidente invito a ribellarsi a chi progetta di far scorrere sangue innocente, Bariona – ideato da un ateo nella barbarie di un campo di sterminio – è simbolo di un’unità tra credenti e non credenti che si sentono uniti dall’unico intento di non soccombere al Male che avanza inesorabile, e nell’occasione della festa di Natale, festa del Dio che si fa bambino e si rivela all’umanità, affidano la loro sopravvivenza alla luce incomprensibile del Dio che nasce in terra per essere destinato alla morte.
Ricordare la Shoah, parlarne, leggere su di essa quanto più possibile, è un dovere civico di ognuno e ognuna di noi cittadini e cittadine, ed è quanto mai necessario, un’azione costante alla quale non possiamo abdicare, ad ogni livello della società e in ogni ruolo. Non possiamo abbassare la guardia, soprattutto in un Paese come il nostro, dove, dopo le sempre più frequenti minacce via web degli haters, si è avuta la necessità di mettere sotto scorta Liliana Segre, senatrice a vita, deportata ad Auschwitz a soli 14 anni, tra gli ultimi e ultime testimoni diretti della Shoah.

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Liliana e Alberto Segre (a sinistra). Liliana Segre oggi (a destra)

Ma è doveroso ricordare anche che, accanto alle tante e tanti artefici della morte e del dolore inenarrabile di gente innocente, ci sono stati tantissimi Giusti e Giuste tra le nazioni, uomini e donne non ebrei che con coraggio e spesso con il sacrificio della propria vita non si sono sottomessi ai diktat di morte del Terzo Reich e, cosa ancora peggiore, all’indifferenza di chi sapeva, vedeva, ma non si ribellava agli ordinamenti dell’orrore. È importante raccontare le loro storie alle giovani generazioni, per cambiare la narrazione dell’odio e dell’intolleranza e diffondere germi di solidarietà, rispetto, amore. Le storie di Oscar Schindler, Irena Sendlerowa, Giorgio Perlasca, Carlo Angela (padre di Piero e nonno di Alberto), Gino Bartali devono essere conosciute, perché si ribadisca con maggiore fermezza che fare il bene è sempre possibile, anche quando il male sembra invincibile e non lasciare alcuna via di scampo, ma la nostra coscienza di esseri umani dotati di ragione e sentimento, animali sociali che nulla possiamo di meraviglioso se soli e abbandonati a noi stessi, la nostra coscienza può sempre scegliere di ribellarsi a tutto ciò che è negazione dei diritti umani, primo fra tutti il diritto alla vita. Il Talmud recita che “chi salva una vita umana salva il mondo intero”, ciò non ha nulla a che vedere con l’essere religiosi e religiose, perché questo dovere morale di salvaguardia della vita umana è universale e disinteressato. Raccontare per ricordare, per costruire una memoria collettiva, presupposto per far sì che si evitino gli errori del passato: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo» (Primo Levi, Se questo è un uomo). Finché sussisteranno, nel nostro mondo relativizzato e capitalizzato, i semi di una cultura di morte, indifferenza e intolleranza, non avremo mai fatto abbastanza per creare memoria, ricordare ciò che è stato e contribuire a costruire la speranza di un tempo futuro nel quale “l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”.
… e se ci sarà un’altra vita
sarò una stella gialla
per ricordarvi che c’era una volta
Auschwitz
(Edith Bruck, Il segno)

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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