Giornata nazionale della memoria e dell’impegno

«Noi siamo la memoria che abbiamo e la
responsabilità che ci assumiamo. Senza

memoria non esistiamo. Senza responsabilità
forse non meritiamo di esistere». Josè Saramago

Il 21 marzo è una data bellissima, che ricorda l’inizio della primavera e testimonia la rinascita e la vita. Dal 2017, con voto unanime, il Parlamento italiano l’ha proclamata Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Prima che diventasse Giornata Nazionale, dal 1996, l’associazione “Libera, Nomi, numeri e associazioni contro le mafie”, nata nel 1995 per opera del suo fondatore Don Ciotti, la celebrava in una città, ogni anno diversa, della nostra Penisola con una partecipazione di persone ogni volta più grande. Libera era nata dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio del 1992 e di Via dei Georgofili a Firenze e via Palestro a Milano, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma del 1993, attorno alla rivista Narcomafie, edita dal Gruppo Abele, cui si erano avvicinate, negli anni ’90, persone provenienti da tante associazioni. Il 25 marzo del 1995 Libera si costituì formalmente ma già ne facevano parte associazioni come l’Arci, le Acli, Legambiente, la Fuci, lo stesso Gruppo Abele e la Cgil. Ogni associazione aveva una storia e un’identità diversa, ma tutte erano accomunate dalla consapevolezza che la lotta alle mafie era un dovere politico, sociale, culturale ed etico. Il primo gesto politico di questa associazione fu la proposta di legge di iniziativa popolare per chiedere l’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, che raccolse un milione di firme e che sfociò nell’approvazione della l.n.109 del 1996 “Disposizione in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati e confiscati”. Pochi forse sanno però che per l’istituzione della Giornata della memoria e dell’impegno tre donne hanno avuto un ruolo determinante. La prima era una donna semplice, tutta vestita di nero, che, durante una celebrazione per l’anniversario della morte del giudice Falcone, pianse per tutto il tempo, diventando la colonna sonora della cerimonia. Don Ciotti, nel ricordarlo, la descrive come una persona timida, umile, con i calli alle mani giallastre della persona che aveva tanto lavorato nei campi. La donna, facendosi forza, con uno sforzo immane, si avvicinò al fondatore di Libera e gli disse: «Ma come mai non dicono mai il nome di mio figlio?»? Don Ciotti rimase colpito da questa affermazione, che era un grido di dolore e una richiesta di giustizia e cominciò a pensare a come poter curare le ferite inferte ai parenti delle vittime di mafia, alla necessità di stare loro vicino e di ricordarle tutte, ad una a una, in una giornata che non riducesse la memoria a un esercizio di retorica ma la trasformasse nell’impegno di ciascuno di noi per una società più giusta. Quella donna era la mamma di Antonio Montinaro, agente della scorta di Falcone, che lo precedeva sulla Croma che fu trovata oltre l’autostrada dove avvenne la strage. Se ci pensiamo bene, per moltissimi decenni le notizie intorno agli attentati erano date dai media senza mai rivelare i nomi e le storie di questi invisibili uomini e donne che avevano perso la vita. Si ricordava soltanto il grande uomo politico, il grande giudice o la persona famosa delle forze dell’ordine che avevano perso la vita. Mi chiedo come abbiamo potuto non accorgerci di questa grave ingiustizia. Grazie a Don Ciotti e a Libera, tutto questo da alcuni decenni non accade più, perché non esistono vittime di serie A e di serie B nel Paese la cui Costituzione afferma all’articolo 3 che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale» La seconda donna fondamentale in questo percorso di crescita della consapevolezza e della responsabilità collettive è Saveria Antiochia, la madre di Roberto Antiochia, un giovane servitore dello Stato, che era stato da poco trasferito a Roma e stava passando una bella vacanza con la sua fidanzata, Cristina, quando seppe dell’omicidio del commissario Beppe Montana, avvenuto il 28 luglio del 1985, a Palermo. Roberto Antiochia aveva lavorato con Ninni Cassarà, che dopo l’assassinio di Beppe Montana era rimasto solo e Roberto chiese di raggiungerlo per rafforzare la sua scorta. Antiochia e Cassarà furono crivellati di colpi il 6 agosto di quello stesso anno. Quando Libera stava muovendo i primi passi Saveria Antiochia, che aveva creato legami con altri familiari dopo la morte di Roberto, «fece crescere il gruppo dei parenti delle vittime delle mafie, ne valorizzò il potenziale umano, fu maestra nell’alimentare una memoria viva, capace di saldare a testimonianza con la denuncia, la proposta, l’impegno.», ricorda Don Ciotti. La terza donna è Daniela Marcone, Referente del Settore Memoria di Libera. Questa donna, succeduta in questo incarico a Viviana Matrangola e Stefania Grasso, provata dal dolore per l’omicidio del padre, ci ricorda che non abbiamo bisogno di una memoria addomesticata. Occorre trasformarla in memoria viva, contestualizzata attraverso un’analisi che ci consenta di capire in che direzione deve andare il nostro impegno a costruire una società diversa e più giusta. Le testimonianze e le storie delle vittime di mafia devono diventare memoria collettiva di tutti gli Italiani e le Italiane. Proprio per questo Daniela Marcone ha coordinato la sezione “Vivi” del sito di Libera, in cui possiamo avvicinare le storie delle oltre mille vittime delle mafie. La referente del Coordinamento familiari delle vittime delle mafie ha anche organizzato a Foggia, il 10 gennaio di quest’anno, la grande manifestazione “Foggia Libera Foggia”, dopo gli episodi criminali che hanno messo in luce la cosiddetta Quarta mafia italiana. È stato un modo per trasformare il dolore per la perdita di un padre, definito “vittima del dovere” dallo Stato italiano, ma chiaramente ammazzato perché aveva scoperto traffici legati alla corruzione e alle mafie, in un impegno concreto contro quegli stessi comportamenti, una volta riconosciuti e acquisita la consapevolezza della loro natura criminale e mafiosa, consapevolezza che senza quell’omicidio difficilmente ci sarebbe stata. Quest’anno la Giornata della memoria e dell’impegno avrebbe dovuto svolgersi a Palermo e Libera Milano aveva lanciato l’iniziativa “Lenzuoliamo Palermo”, cui avevano partecipato molte scuole della provincia, sindacati e associazioni. Nelle scuole, in particolare, ogni classe partecipante aveva scelto una vittima di mafia e aveva realizzato un lenzuolo che la ricordasse con immagini o scritte.

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Il lenzuolo dedicato a Giovanni Panunzio dalla classe 4 L del Liceo Scienze Umane Benini di Melegnano“

 Era stata una bellissima occasione per approfondire le storie di tante persone, anche delle più sconosciute. I lenzuoli erano poi stati cuciti dalle donne del laboratorio di sartoria delle detenute di San Vittore e avrebbero dovuto costituire un grandissimo lenzuolo che sarebbe stato portato a Palermo come una grande onda di memoria.

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Il lenzuolo dedicato a Liliana Caruso dalla 4 M del Liceo Scienze Umane Benini di Melegnano“

 Purtroppo l’epidemia di Coronavirus ha impedito questa come moltissime altre manifestazioni pubbliche e la giornata è stata spostata, insieme a tutti i cortei civili che ormai di anno in anno sono aumentati di numero e si svolgono ogni 21 marzo nelle scuole, nelle piazze e in molti altri luoghi in tutta Italia e in Europa, alla giornata del 23 e 24 ottobre prossimi. Non so se la data è collegata a quel 19 ottobre del 2013 in cui furono celebrati a Milano i funerali di Lea Garofalo, ma mi piace pensarlo.  Tra i nomi dell’elenco di Libera delle vittime innocenti sono tanti quelli di donne e uomini che hanno scelto di non piegarsi alle logiche mafiose di sopraffazione e violenza e che hanno scelto la libertà, anche a costo della vita. Mi piacerebbe poter spiegare ai tanti che liquidano questa giornata come un esercizio di retorica e che spesso ci etichettano come “professionisti dell’antimafia” che ricordare le vittime innocenti delle mafie a una a una, dopo averne approfondito la storia, ci aiuta a comprendere situazioni nuove e si trasforma in un principio di azione nel presente che ci aiuta a combattere le tante forme di ingiustizia quotidiana e la negazione dei diritti.
Quello che mi permetto di suggerire a tutti e tutte noi, in questi giorni di forzata reclusione nelle nostre case, è di consultare la sezione “Vivi” di Libera e approfondire la storia di una delle tante vittime sconosciute, postarne in breve la foto e/o la storia sui social e avviare riflessioni su come far diventare questa memoria un impegno per una società più giusta, responsabile, solidale, più attenta alla giustizia sociale, al “noi” che tutti ci unisce in un’unica comunità di destino.

 

 

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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