Diane Nemerov Arbus. La divinità nelle cose quotidiane

Diane Nemerov Arbus, una delle fotografe più note e importanti del secolo scorso, nasce il 14 marzo 1923 a New York da genitori di origini russe; sono proprietari di un noto ed elegante negozio di abbigliamento femminile e pellicce sulla Fifth Avenue, Russek’s, a pochi passi dalla boutique dei coniugi Avedon, genitori di Richard, il futuro fotografo delle dive. La sua agiata famiglia non risente neppure della crisi del ’29 e la ragazza, insieme al fratello e alla sorella, cresce in un ambiente colto e progressista, ricevendo la migliore istruzione. Frequenta prima la Ethical Culture School e poi prosegue gli studi presso la Fieldstone School, entrambe impostate su metodi innovativi, e lì si diploma nel 1940. Nel 1937 conosce Allan Arbus, impiegato al dipartimento pubblicitario del Russek’s, e, nonostante l’opposizione dei genitori della ragazza, i due si sposano nel 1941. Diane ha preso lezioni di fotografia da Berenice Abbott, e la giovane coppia, organizzata la camera oscura nel bagno del proprio appartamento, inizia a fare scatti pubblicitari per il negozio di famiglia. Durante la Seconda guerra mondiale Allan è assegnato al reparto fotografico dell’esercito e Diane nel 1945 mette al mondo la loro prima figlia: Doon. Nel dopoguerra Diane e Allan Arbus affittano uno spazio e il loro studio è apprezzato per la precisione e meticolosità degli scatti; nel 1947 “Glamour” dedica un servizio alla celebre coppia, estendendone la notorietà oltre la cerchia degli addetti ai lavori. Nel 1954 nasce la seconda figlia, Amy, e l’anno successivo muore la madre di Diane; nel frattempo Diane matura la consapevolezza del proprio totale disinteresse per la fotografia di moda. Nel 1956 inizia a catalogare il proprio lavoro e a fissare da sola quello che vede intorno a sé, soprattutto il mondo della cultura alternativa che comincia a frequentare – happening, vernissage, letture, incontri; abbandona la moda e lo studio di Allan e si iscrive ad un corso della fotografa Lisette Model, che la invita a guardare un mondo diverso e a guardarlo con i propri occhi. Per Diane è una rivelazione e il suo obiettivo non riesce a distogliersi da quello da cui la gente in genere allontana lo sguardo: il diverso, l’imbarazzante, lo sgradevole, il brutto. Abbandona la fotografia di studio e s’immerge nella metropoli, dal centro alla periferia, fotografando soprattutto nei luoghi pubblici più popolari: le spiagge di Coney Island, Central Park, Times Square, l’Hubert’s Dime Museum e il Circo delle Pulci, le balere di Harlem e le parate in strada. Nel 1959 Diane decide di andare a vivere da sola con le due figlie, sancendo anche sul piano sentimentale l’allontanamento professionale da Allan. “Esquire” le richiede la vita a New York in sei fotografie e questo le permette di introdursi in ambienti altrimenti di difficile accesso e di portare avanti in parallelo il lavoro assegnato e la ricerca personale. Diane conosce Marvin Israel, art director di “Harper’s Bazaar”, che diventa ben presto il suo più importante consigliere e sostenitore e con cui intreccia una relazione sentimentale. Lui le fa conoscere il lavoro di August Sander, da cui rimane particolarmente colpita; come Sander si era dedicato alla documentazione del popolo tedesco, Diane decide di dedicarsi a quello newyorkese in una sorta di indagine antropologica. Da qui, e dalla visione dell’omonimo film di Tom Browning Freaks (1932), trae origine uno dei suoi lavori più noti, Freaks appunto, iniziato nel 1960. Il periodo decisivo per Diane Arbus sono gli anni Sessanta perché scopre la diversità, alla quale da ricca borghese non è stata abituata, benché già nel 1939, a sedici anni, in un tema scolastico affermi: «Ci sono e ci sono state e ci saranno un infinito numero di cose sulla Terra. Gli individui sono tutti diversi, tutti vogliono cose diverse, tutti conoscono cose diverse, tutti amano cose diverse, tutti sembrano diversi. Tutto quello che c’è stato sulla Terra è stato diverso dal resto. È questo che amo: la differenza, l’unicità di tutte le cose e l’importanza della vita». L’amore per la differenza la induce a cercarla non solo negli ambienti più particolari della sua città, ma anche in situazioni di apparente normalità come a Central Park, in cui di tanto in tanto si reca armata della sua macchina fotografica.

FOTO

Proprio a Central Park, nel 1962 la fotografa s’imbatte in Colin Wood, figlio di un noto tennista del passato, un ragazzino magro che gioca con una bomba a mano giocattolo, cui chiede di potergli fare alcuni scatti. Inizia a girargli attorno e a fotografarlo, chiedendogli più volte di spostarsi, ma il piccolo Colin tende a mettersi in posa e ben presto si spazientisce perché vuole tornare a giocare. È in questo momento che Arbus scatta la foto che diventerà famosa. Il soggetto, teso e stufo, fa una faccia quasi maniacale, che lo stesso Colin Wood decenni più tardi in un documentario dirà essere la sua imitazione dei personaggi dei film di guerra che amava tanto da bambino, confessando inoltre che quello era forse il periodo più duro della sua infanzia a causa del divorzio dei genitori e che nella foto di Diane Arbus ha sempre percepito un senso di commiserazione, come se la fotografa avesse colto la sua infelicità e fosse riuscita a trasmetterla su pellicola.

FOTO 1

In questa immagine del 1966 è ritratto un uomo truccato da donna: indossa i bigodini, ha le sopracciglia rifatte, le unghie tenute lunghe, lavorate e laccate, eppure un naso, un mento e una bocca che ne rivelano in maniera ineludibile la mascolinità. I travestiti non sono una novità a New York; già dagli anni ’50 il Village è il centro della scena beat americana, e nei Sessanta gli omosessuali cominciano a farsi avanti con sempre meno timore, a uscire senza nascondersi e a frequentare dei locali gay. Proprio a pochi isolati di distanza dal luogo in cui è scattata la foto, nel giugno 1969 scoppiano i moti di Stonewall, il primo caso di rivolta della comunità gay contro i soprusi e le violenze della polizia, e questo scatto è uno dei primi attraverso cui la comunità Lgbt entra nei più prestigiosi musei del mondo, non senza resistenze da parte del pubblico. Proprio questa fotografia, esposta al Museum of Modern Art (conosciuto anche con l’acronimo MoMA) nel 1967, riceve gli sputi di un visitatore.

FOTO 2

«Vedo qualcosa che sembra meraviglioso; vedo la divinità nelle cose quotidiane» scrive ancora Diane Arbus nello stesso tema del 1939 citato precedentemente; una diversità magnifica e inquietante, straordinaria e tremenda, come in questa fotografia scattata nel 1967 a Roselle, una cittadina di ventimila abitanti in New Jersey, di fianco a Staten Island. Lo scatto, oggetto di citazione in Shining (1980) di Stanley Kubrick, ritrae due gemelle identiche affiancate una all’altra e anzi quasi sovrapposte, tanto da sembrare a una prima occhiata gemelle siamesi che condividono un braccio. E non è questo l’unico elemento a suscitare inquietudine: il nero del vestito e dei capelli delle bimbe si contrappone agli elementi bianchi, al muro di sfondo e soprattutto agli occhi vitrei dei due soggetti. Se il bambino della prima fotografia sembra avere addosso un’espressione maniacale perché tirato e teso, queste due gemelle sono inquietanti per la loro calma e per lo sguardo sicuro col quale sembrano presagire tempeste e drammi. Secondo alcuni critici, il miglior talento di Diane Arbus è di rendere familiari le cose strane e rendere strane le cose familiari, e questa immagine ne è la prova più convincente.

FOTO 3

Questa foto, scattata a New York nel 1970, rende strana la normalità e normale la stranezza: mostra la famiglia di Eddie Carmel, il cosiddetto Jewish Giant (gigante ebreo) in quegli anni piuttosto popolare in città. Nato affetto da gigantismo nel 1936 a Tel Aviv, si trasferisce ancora bambino assieme alla famiglia negli Stati Uniti, arrivando all’altezza di due metri e ventun centimetri. Contro il volere dei genitori, inizia presto a esibirsi in vari circhi come fenomeno da baraccone, nel 1970, a trentaquattro anni, è all’apice della sua pur modesta carriera, e morirà appena due anni dopo a causa della sua malattia. Nella fotografia non è tanto Eddie ad apparire strano, quanto i genitori, le cui pose e i vestiti sembrano stonare con la situazione; la formalità attraverso la quale cercano di relazionarsi col figlio stride infatti con il loro apparente nanismo. Diane Arbus spiega che: «Quando lui sta in piedi col suo braccio attorno a loro sembra quasi che possa farli scontrare. Discutono vestiti in un modo così banale che sembra esagerato dalla loro tragedia…un modo arrogante, angosciato, perfino stupido».

FOTO 4

Oltre a freak e fenomeni da baraccone, Diane Arbus immortala anche nani, andando a costruire una sorta di catalogo di persone fuori dalla norma, spesso ritratte in ambiti molto particolari e intimi. Il nano messicano protagonista di questo scatto del 1970, per esempio, è fotografato nella sua camera, di fianco a una bottiglia di alcool. È nudo, coperto nelle parti basse solo da un asciugamano, però, paradossalmente, indossa un cappello, che finisce per rendere la scena piuttosto assurda.

FOTO 5

Nel 1969 Diane Arbus, dopo una lunghissima attesa, ottiene il permesso di fotografare gli interni delle strutture psichiatriche del New Jersey e, tra il 1970 e il 1971, realizza Untitled (Senza titolo), una delle ultime e più controverse serie di scatti della sua carriera. Questa prima immagine che apre la serie – una delle più note – mostra due pazienti sorridenti a braccetto tra loro. C’è chi ritiene che, benché il contesto possa sembrare, a prima vista, poco rispettoso delle due donne, in realtà lo sguardo della fotografa sia neutrale, mai inquisitorio o giudicante nei confronti dei suoi soggetti, in contrasto con chi, viceversa, pensa che le immagini asciutte e provocatorie di Diane Arbus, proprio perché catturate da qualcuna così smaccatamente estranea ai margini che tanto le piacciono e che le suscitano, come lei stessa confessa, un «misto di vergogna e paura», rivelino tutta la natura “predatrice” e voyeuristica della fotografia e anche la piena accettazione di questo conflitto da parte sua: un «male» inevitabile che qualcuno deve pur compiere e che rende anche chi guarda in parte complice. Lei stessa afferma che «quello che cerco di descrivere è che è impossibile uscire dalla propria pelle ed entrare in quella altrui. La tragedia di qualcun altro non è mai la tua stessa» e, se si dà retta a quanto afferma lo scrittore Norman Mailer, dopo essersi fatto fotografare seduto tutt’altro che composto su una poltrona di velluto: «Dare una macchina fotografica a Diane è come mettere una bomba a mano nelle mani di un bambino». Gli anni Sessanta sono i più fecondi e ricchi di riconoscimenti della sua carriera e forse i più complicati e dolorosi sul piano personale e privato. Le sue fotografie più celebri iniziano a farsi spazio sulle pareti di musei e gallerie, i suoi progetti si trasformano in progetti per libri, i suoi ritratti sono uno sguardo spietato sugli happy few, che infine non appaiono così diversi dai freak, sempre e comunque “animali da circo”, e nel 1964 il MoMA acquista sette delle sue stampe. All’inizio del decennio Diane inizia a far uso di droghe e psicofarmaci, sperimentando la curiosità per stati di coscienza e forme di affettività non convenzionali e considerando l’uso di allucinogeni, droghe e antidepressivi un modo per allargare i propri orizzonti. Insegna alla Parson School of Design ed è invitata a convegni, workshop e incontri di fotografia, nel 1966 fotografa alla Factory di Andy Warhol, riceve una seconda borsa di studio della Guggenheim dopo quella del 1963, “Harper’s Bazaar” le commissiona una serie di ritratti degli artisti americani ed è per la prima volta ricoverata per epatite; nel 1967 ha la sua prima mostra personale, New Documents, al MoMA, che la consacra come fotografa; segue sia il movimento pacifista sia il movimento favorevole alla guerra nelle marce di protesta; il “New York Magazine” le commissiona un servizio su Viva, una delle superstar della Factory di Andy Warhol, tanto controverso che gli inserzionisti si risolvono a togliere pubblicità al giornale con un danno stimato di circa un milione di dollari. Nuovamente ricoverata per epatite, interrompe gli psicofarmaci, che le causano violente crisi depressive e continui sbalzi di umore. Dal 1969 sempre più numerosi diventano i musei e le gallerie che acquistano le sue fotografie, tra cui il Metropolitan Museum of Art e La Bibliotheque National de France, ritrae per il “London Sunday Times Magazine” nove leader femministe, tra cui Betty Friedan, inizia una terapia psicanalitica che non prevede l’uso di psicofarmaci e continua ad alternare servizi di moda per bambini, ritrattistica per i giornali e la sua ricerca. Nel 1970 riceve il premio Robert Leavitt dell’American Society of Magazine Photographers e inizia il 1971 tenendo un corso trimestrale alla Westbeth Academy. Nella notte tra il 26 e il 27 luglio Diane si toglie la vita nella vasca da bagno e Marvin Israel la trova due giorni dopo. Nel 1972 le sue foto sono esposte alla Biennale di Venezia: è la prima volta che la fotografia americana arriva in Laguna. L’intero archivio di Diane Arbus è conservato presso il Metropolitan Museum di New York.

 

 

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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