Giornata Mondiale della Poesia

Alcune cose si vivono soltanto; o, se si dicono, si dicono in poesia (Pasolini)

Il 21 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale Unesco nel 1999.
La poesia non si può solo spiegare da un punto di vista retorico e stilistico, la poesia va vissuta, goduta, gustata, dalla poesia ci si deve lasciare travolgere, avvolgere, emozionare, anche ferire, penetrare nell’inconscio e nell’intimo. La poesia è da sempre quanto di più profondamente vero e forte e sostanziale gli esseri umani posseggano per sopravvivere al mondo, per difendersi dal dolore dell’esistenza e per gioire con la pace e l’armonia della natura.
Nella sua Poetica Aristotele affermava che la poesia è imitazione della natura e nasce perché «l’imitare è un istinto di natura comune a tutti gli uomini fino dalla fanciullezza». Ma la definizione più bella e completa ce l’ha lasciata Dante, nel De vulgari eloquentia: «[la poesia] non è nient’altro che creazione fantastica composta secondo le regole della retorica e della musica». Un’unione, dunque, di fantasia creatrice, musica e abbellimento retorico.
Sono tante le forme di poesia che dall’antichità accompagnano l’esistenza di donne e uomini come un caldo abbraccio avvolgente, come una carezza su volti deturpati dai mali del mondo. L’epica è portatrice di storie di viaggi, eroismi, amori, guerre, e poi cavalieri, narrazioni fantastiche che fanno inebriare lettori e lettrici in orbite di arzigogolate avventure tra castelli, selve magiche e incantate e corti reali. La lirica greca e latina muovono e sconvolgono gli animi, pongono interrogativi, intrattengono, rallegrano, ci riportano ancora oggi ad un mondo dagli antichi valori sopiti. La poesia medievale, ricco serbatoio di sentimenti, primo fra tutti l’amore, ha regalato all’umanità Dante: come ha raccontato lui l’amore nessun altro ci è riuscito, la sua poesia è madre di tutte le sue manifestazioni e del potere civile che possiede l’arte che sgorga dall’Elicona. La poesia di tutti i secoli successivi si arricchisce, si fa interprete di tutte le gioie e i dolori dell’umanità, fino a giungere alla contemporaneità, ad una poesia che si fa sempre più intimistica, strumento chirurgico per indagare ogni strato dell’io, canto spesso strozzato, stonato, a tratti impossibile, che sorge dalle macerie delle grandi tragedie del XX secolo.
Per quanto sia arte di sublime e passionale canto, per quanto con essa l’umanità abbia da sempre manifestato la sua più profonda visione della storia, del mondo, dell’esistenza quotidiana, dei sentimenti, la poesia non si sottrae a quell’infinito meccanismo che definisco processo d’oblio del femminile. Se penso alla nostra letteratura, tante sono le poete dimenticate – poete, non poetesse, perché scelgo di accogliere le indicazioni della linguista Cecilia Robustelli, curatrice delle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur, pubblicate nel 2018, sull’uso di poeta al femminile anziché poetessa, con un suffisso in -essa del quale già la studiosa Alma Sabatini sconsigliava l’utilizzo.
Nella Giornata Mondiale della Poesia il mio pensiero va a tutte queste poete, per le quali non si finirà mai di ricercare, studiare, approfondire la ricchezza e la meraviglia dei versi, ai quali spesso non è stato e non è riconosciuto l’annovero nei canoni accademici, per lo più ricettari preconfezionati e privi di ingredienti lasciati ai margini, ma con altrettanta valenza di sapidità. Compiuta Donzella, Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Veronica Gambara, Isabella di Morra, Eleonora de Fonseca Pimentel, la contessa Lara, al secolo Evelina Cattermole Mancini, Amalia Guglielminetti, Ada Negri, Sibilla Aleramo, Antonia Pozzi, Elsa Morante, Amelia Rosselli, Mariangela Gualtieri, Alda Merini, Margherita Guidacci, per ricordare solo le poete italiane, ma tante altre ci sono state e ci sono nelle letterature mondiali che meritano di brillare come fulgide stelle nel firmamento della poesia.
Spesso sono proprio i colleghi poeti ad ammetterne la forza e la grandezza, come fece Iosif Brodskij, premio Nobel 1987, grande letterato della Russia di quegli anni, quando gli chiesero chi fosse il poeta più importante del XX secolo, ed egli non esitò a rispondere Cvetaeva, Marina Ivanovna Cvetaeva (1892-1941). La sua vita fu uno strazio, tra separazione dal marito in guerra, morte del primo figlio, fucilazione del consorte, dopo un breve ricongiungimento, e indigenza che la accompagnò fino alla morte, che si diede impiccandosi nell’ingresso di casa sua. Un’esistenza sventurata, impressa in pagine poetiche di alto valore espressivo, difficile da ignorare: Giovinezza mia! / Mia estranea / Giovinezza! Mia scarpetta spaiata! / Serrando gli occhi infiammati, / così si strappa un foglietto del calendario. / Di tutto il tuo bottino non ha preso / nulla la Musa pensosa. / Giovinezza mia! Non ti richiamo indietro. / Tu eri per me un carico e un fardello. / Di notte bisbigliavi come un pettine, / di notte affilavi le frecce. / Oppressa dalla tua munificenza, come da un mucchio di ghiaia, / Soffrivo per i peccati degli altri. / Ridato a te lo scettro prima del termine, / che importa all’anima ormai di nutrimenti e vivande! / Giovinezza mia! Mia molestia! / Mio brandello di rosso cotone!
La poesia è, per ragioni teoriche di studio, contrapposta alla prosa da sempre: cos’è più arte? Cos’ha più magia? Una poeta, Emily Dickinson (1830-1886), ha risposto con i suoi versi composti nel chiuso della sua stanza, dalla quale non è quasi mai uscita, nella quale ha regalato all’umanità poesie di inenarrabile sensibilità e purezza: Io abito nella Possibilità – / Una Casa più bella della Prosa – / Con molte più finestre – / Superiore – quanto a Porte – / Con Stanze come Cedri – / Inespugnabile all’Occhio – / E per eterno Tetto / La mansarda del Cielo – / Con Visitatori – i più amabili / Come Occupazione – Questa – / Spalancare le mie piccole Mani / Per accogliere il Paradiso.
La poesia può essere anche composta quasi a voce alta, come un’esortazione a trovare sempre l’indecifrabile gioia nell’ostilità del mondo. Sono i versi di Mariangela Gualtieri (1951), poeta contemporanea sconosciuta ai e alle più: Sii dolce con me. Sii gentile. / È breve il tempo che resta. Poi / saremo scie luminosissime. / E quanta nostalgia avremo / dell’umano. Come ora ne / abbiamo dell’infinità. / Ma non avremo le mani. Non potremo / fare carezze con le mani. / E nemmeno guance da sfiorare / leggere. / Una nostalgia d’imperfetto / ci gonfierà i fotoni lucenti. / Sii dolce con me. / Maneggiami con cura. / Abbi la cautela dei cristalli / con me e anche con te. / Quello che siamo / è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei / e affettivo e fragile. La vita ha bisogno / di un corpo per essere e tu sii dolce / con ogni corpo. Tocca leggermente / leggermente poggia il tuo piede / e abbi cura / di ogni meccanismo di volo / di ogni guizzo e volteggio / e maturazione e radice / e scorrere d’acqua e scatto / e becchettio e schiudersi o / svanire di foglie / fino al fenomeno / della fioritura, / fino al pezzo di carne sulla tavola / che è corpo mangiabile / per il mio ardore d’essere qui. / Ringraziamo. Ogni tanto. / Sia placido questo nostro esserci / questo essere corpi scelti / per l’incastro dei compagni / d’amore.
La poesia è simbiosi profonda con la natura, è immedesimazione in essa, nei suoi rumori, profumi, movimenti, nei quali la nostra esistenza si ritrova e ne ode dolori e gioie. Ne è stato sfolgorante esempio la poesia della giovane Antonia Pozzi (1912-1938): Gioia di cantare come te, torrente; / gioia di ridere / sentendo nella bocca i denti / bianchi come il tuo greto; / gioia d’essere nata / soltanto in un mattino di sole / tra le viole / di un pascolo; / d’aver scordato la notte / ed il morso dei ghiacci.
La poesia è testimonianza bruciante di vita, di sofferenza, come quella della poeta dei Navigli, Alda Merini (1931-2009), che era nata il ventuno a primavera, lo stesso giorno della Giornata Mondiale della Poesia, e che nei suoi versi svela l’intimità del suo tormento: Ho conosciuto Gerico, / ho avuto anch’io la mia Palestina, / le mura del manicomio / erano le mura di Gerico / e una pozza di acqua infettata / ci ha battezzati tutti. / Lì dentro eravamo ebrei / e i Farisei erano in alto / e c’era anche il Messia / confuso tra la folla: / un pazzo che urlava al Cielo / tutto il suo amore in Dio. / Noi tutti, branco di asceti / eravamo come gli uccelli / e ogni tanto una rete / oscura ci imprigionava / ma andavamo verso le messe, / le messe di nostro Signore / e Cristo il Salvatore. / Fummo lavati e sepolti, / odoravamo di incenso. / E dopo, quando amavamo, / ci facevano gli elettrochoc / perché, dicevano, un pazzo / non può amare nessuno. / Ma un giorno da dentro l’avello / anch’io mi sono ridestata / e anch’io come Gesù / ho avuto la mia resurrezione, / ma non sono salita nei cieli / sono discesa all’inferno / da dove riguardo stupita / le mura di Gerico antica.
La poesia è il linguaggio primo dell’amore, e con essa tutti i poeti e le poete hanno tentato di dare corpo e anima al sentimento intorno al quale ruota la nostra esistenza. Ci ha provato anche la tormentata penna di Amelia Rosselli (1930-1996): Se non è noia è amore. L’intero mondo carpiva da me i suoi / sensi cari. Se per la notte che mi porta il tuo oblio / io dimentico di frenarmi, se per le tue evanescenti braccia / io cerco un’altra foresta, un parco, o una avventura: – / se per le strade che conducono al paradiso io perdo la / tua bellezza: se per i canili ed i vescovadi del prato / della grande città io cerco la tua ombra: – se per tutto / questo io cerco ancora e ancora: – non è per la tua fierezza, / non è per la mia povertà: – è per il tuo sorriso obliquo / è per la tua maniera di amare. Entro della grande città / cadevano oblique ancora e ancora le maniere di amare / le delusioni amare.
La poesia è rivoluzione, è movimento propulsore, è da sempre la voce della coscienza del mondo che si interroga di fronte alla vita, alla morte, al dolore, alla gioia, all’amore: «Un vero poeta non canta la rivoluzione: fa la rivoluzione cantando. E per rivoluzione intendo anche i piccoli gesti quotidiani. La vera poesia è forza liberatrice» (Joyce Lussu).
Celebriamo, dunque, con fervore sacerdotale questa forza liberatrice e non abbiamo timore di leggere e amare la poesia, specchio di quella bellezza che, parafrasando Dostoevskij, salverà il mondo, veicolo di colore in questo momento storico grigio e offuscato dall’angoscia e dall’incertezza del futuro.

 

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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