Tra Foggia e Parigi c’è di mezzo il Covid19

Il 31 dicembre 2019 a mezzanotte ero con mia figlia Paola e mio marito agli Champs-Elysées. Guardavo i magnifici fuochi d’artificio e pensavo che sarebbe stato un anno bellissimo, quest’anno che apriva un nuovo decennio. Mia figlia era, ed è tuttora, a Parigi per l’Erasmus e, nonostante la grève, avevamo goduto insieme per qualche giorno della bellezza di Parigi nel periodo natalizio.
Il 3 gennaio salutai mia figlia dandoci appuntamento a fine marzo a Bologna per la Fiera del libro per ragazzi/e, lei nel frattempo sarebbe andata a Barcellona per le vacanze d’inverno a metà febbraio e poi a marzo a Lisbona per un festival di video d’animazione, la sua materia di studio all’Ensad di Parigi.
Ma non sapevamo non solo che quasi tutti i nostri programmi sarebbero saltati, ma che, io a Foggia e lei a Parigi, avremmo cominciato a vivere non come due persone che vivono in due paesi dell’Ue, confinanti tra loro, ma come due persone in due galassie parallele, separate da una sorta di fuso orario lungo 1-2 settimane. Un po’ come nel film Ritorno al Futuro, con me che potevo anticiparle tutto ciò che sarebbe successo lì, non solo in termini di diffusione del virus e di misure precauzionali ma anche in termini di comportamenti umani, di emozioni, di sensazioni, a cominciare dal consigliarle di fare un po’ di scorta di carta igienica!
A fine gennaio si verifica a Parigi il primo ricovero per Covid19 in Europa, si teme che la Francia possa fare da apripista al virus nel continente, ma pochi giorni dopo in Italia vengono ricoverati in quanto positivi due turisti cinesi e la presenza del virus comincia a sentirsi. A inizio febbraio mia figlia si trasferisce in una camera più spaziosa in un bell’appartamento, con due coinquiline. Mai avremmo immaginato che quel trasferimento sarebbe stato così importante, avendo trascorso i primi cinque mesi da sola in un buchetto di 17 mq, una di quelle tipiche micro abitazioni per studenti prese in affitto un po’ per mancanza d’altro, un po’ pensando: «Ma tanto mamma che vuoi che importi che è piccolo e senza balcone, ci starò solo per dormire!».
Il 22 febbraio in Italia si verificano il primo decesso e i primi casi di contagio, si comincia a controllare chi arriva in aereo dall’estero, e mia figlia è a Barcellona. Mi manda le foto del Carnevale sulle Ramblas e io sono terrorizzata che possa essere fermata alla frontiera al rientro in Francia, viaggia in autobus e il 23 rientra a Parigi senza alcun problema quasi ridendo delle mie preoccupazioni, ma quello stesso giorno in Italia ormai è scoppiato l’allarme. Ed è da quel giorno che cominciamo a vivere con questo strano fuso orario di comportamenti e sensazioni. Nei giorni successivi in Italia c’è la zona rossa, il virus è prepotentemente entrato nelle nostre vite ma a Parigi tutto prosegue normalmente, evitando al massimo di baciarsi ed abbracciarsi. Mia figlia vive in una situazione strana: sente da noi in Italia di misure, di paesi chiusi, di precauzioni, di uso di mascherine, legge sui social cosa scrivono amiche ed amici in Italia, consulta i siti dei quotidiani italiani ma trascorre la sua quotidianità in Francia andando all’Università, al ristorante cinese per solidarietà, festeggiando il compleanno di un amico, anche se a inizio marzo comincia prudentemente a prendere anche lei le precauzioni che prendiamo qui. Però gli amici francesi che non percepiscono l’atmosfera italiana un po’ la considerano esagerata. E continuano a parlare del viaggio a Lisbona con partenza prevista l’11 marzo; lei ha deciso di non andare ma teme di essere presa in giro. Non va, e fa bene perché il gruppo rientra d’urgenza dopo tre giorni.
È molto strano che in questo piccolo villaggio globale che è il nostro mondo, e ancor più nel più piccolo villaggio che è l’Europa, non si sia stati capaci di fare tesoro delle esperienze altrui. Mentre noi cominciamo ad essere in allarme, nei Paesi europei vicini si continua a festeggiare il Carnevale, andare negli stadi, vedere concerti e addirittura in Francia l’8 marzo si radunano 3500 fan dei Puffi… per puffare il virus!
Il 12 marzo finalmente, mentre noi siamo già in isolamento totale, Macron annuncia le misure di contenimento che cominceranno a partire dal successivo lunedì. L’annuncio era nell’aria, quindi ho potuto consigliare a Paola di fare un po’ di spesa prima dell’arrembaggio. Seppure perplessa mi ha ascoltato… e puntualmente l’arrembaggio si è verificato anche lì. È come rivedere un film già visto… l’unica differenza è che se da noi finisce il lievito, lì finiscono le uova… mentre noi impastiamo, in Francia si preparano a fare crêpes e quiche!
Dunque il lunedì 16 comincia l’isolamento lì e in Francia si ironizza sull’annuncio di Macron: «Siamo in guerra». Ma noi lo sappiamo bene che c’è poco da ironizzare, abbiamo visto che sciocchezze si sono rivelate le sottovalutazioni.
A Parigi quindi cominciano a stare in casa, ma non con tanto rigore. Insomma… come noi una settimana prima. È come avere la sfera di cristallo, Paola in base ai miei racconti sa con precisione cosa aspettarsi perché si replicano gli stessi avvenimenti. Facendo jogging durante il secondo giorno di isolamento (lì per ora si può ancora fare e le consiglio di approfittarne perché durerà poco!) ha ascoltato gli applausi e le canzoni dai balconi. Le dico che non dureranno. E che presto qualcuno le biasimerà. Mi commuove però quando pubblica su Instagram un breve video dal suo balcone, si sente Bella ciao e ne sono felice… a sentire i media italiani pare che i francesi ci abbiano solo preso in giro con la pizza al coronavirus!
Mi racconta che nel parco dove corre non c’è tanta gente ma si nota qualche capannello, qualcuno seduto sulle panchine…come noi 6-7 giorni prima, all’inizio dell’isolamento.
È interessante fare altri confronti: immediatamente i giornali francesi informano sulle bufale invitando ad ignorarle, l’autocertificazione si può fare in forma digitale.
Intanto mentre lì c’è ancora un’atmosfera di resilienza positiva le anticipo di non illudersi, arriveranno anche lì delazioni, rabbia contro chi va a correre o porta a spasso il cane, sfiducia verso chi è per strada anche se magari si reca al lavoro. Ed è strano come tutto si replichi nello stesso identico modo ma nello stesso tempo come non ci sia stata la capacità di trarre esperienza. Le emozioni, negative o positive, sono le stesse, ma la capacità di prendere esempio no.
E comunque siamo lontane ma emotivamente vicine, tra telefonate, scambi di meme, videochiamate. Poi qualche giorno fa abbiamo fatto insieme una cosa bellissima: per due giorni abbiamo guardato in streaming le tesi di laurea della sua facoltà di Urbino scambiando commenti via whatsapp, come se stessimo vicine. Insieme siamo evase dalle nostre case, entrando in altre case dove abbiamo fatto una scorpacciata di arte, di creatività, di idee, di sogni, di progetti ma anche di emozioni, di riflessioni, di osservazione. Chi avrebbe mai immaginato di vedere questi/e giovani, nelle loro case, chi nel soggiorno, chi nella sua cameretta in casa dei genitori o nell’abitazione universitaria a discutere le loro tesi superando le piccole difficoltà, il video di animazione che non si carica perché la connessione non è ideale, qualcuno che si giustifica per le scansioni non ottimali perché ha dovuto usare lo scanner di casa e non quello professionale! E non si vedono ma si immaginano madri e padri che forse sono nella stessa stanza o stanno invece guardando in streaming dalla stanza affianco o da una casa distante centinaia di chilometri.
Non è la discussione di tesi che avevano immaginato, così come non è così che mia figlia pensava di chiudere il suo Erasmus e vivere la primavera parigina! Ma resistono e riescono a essere carichi di entusiasmo per il loro futuro, hanno pensieri positivi e sguardi radiosi che guardano avanti. Ed è forse l’entusiasmo delle/dei giovani ciò che realmente ci unisce in tutto il mondo.
Intanto qui si parla di aprire le librerie e qualche altra attività e già fioccano le polemiche… devo ricordarmi di dire a Paola di prepararsi ad ascoltarle anche lì!

 

 

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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