Narrazioni. Il primo racconto

Narrazioni

I racconti della Sezione C- Narrazioni, del Concorso nazionale Sulle vie della parità

Premessa

I racconti che pubblichiamo questo mese vengono da due città del Piemonte, Asti e Torino. Tutti e due senza titolo (la giovane autrice del primo e il giovanissimo autore del secondo non hanno voluto intitolarli), hanno in comune anche la scelta di un finale tragico: il primo termina con il suicidio di una giovane donna che non riesce a superare il trauma di uno stupro e il secondo con quello di un ragazzo problematico sconvolto dalla scoperta della propria omosessualità, che i suoi genitori, ma forse anche altre persone, non sono preparati ad accettare. Due gesti autodistruttivi, che giungono entrambi dopo un lungo e sofferto lavorio interiore che avviene in solitudine, ma messi in atto con modalità differenti. E comunque i due racconti sono tra loro molto diversi. Il primo, scritto da Rebecca Bona, allieva della III B del Liceo classico Vittorio Alfieri di Asti, ha ottenuto il Premio per le classi terze; lavoro essenziale ma garbato, punta sulla descrizione degli stati d’animo e attraverso una prosa limpida e scorrevole riesce a rendere bene gli effetti devastanti, sul piano psicologico, della violenza di genere, ma anche di una depressione non curata. Rebecca, allieva della professoressa Cinzia Zenzon, ha scelto l’incipit n. 4, ideato da Loreta Minutilli, in cui una ragazza si allontana da casa dopo aver lasciato un messaggio in una misteriosa busta lilla. La soluzione adottata da Rebecca per il suo racconto ci fa riflettere, obbligandoci a misurare la distanza (di vissuto, di prospettive e anche di immaginario) che esiste tra le adolescenti di oggi e quelle di ieri, o di ieri l’altro… Molto diverso, come già detto, il racconto di Roman Bongiorno, allievo della I AV dell’Istituto Albe Steiner di Torino e della professoressa Manuela Russo. A Roman, che ha scelto di sviluppare l’incipit n. 2 (quello scritto da Adil Bellafqih) è stato assegnato un Premio fuori concorso, dal momento che frequenta una prima classe della scuola superiore, mentre la sezione Narrazioni del Concorso quest’anno era riservata al triennio. Abbiamo però voluto segnalare ugualmente il racconto perché affronta in modo critico due argomenti di peso – l’omofobia e l’autolesionismo – purtroppo di grande attualità. Colpisce la maturità di giudizio rivelata dal giovanissimo autore, che dimostra di aver riflettuto seriamente sulle radici dei fenomeni considerati e di saper costruire una narrazione in modo molto filmico, coerentemente con il corso di studi che ha scelto (AV significa “audiovisivi”). Roman avrà sicuramente il tempo e l’occasione di confrontare le tecniche del montaggio di immagini e suoni con quelle della scrittura e di perfezionarle entrambe.

Il primo racconto (senza titolo per scelta)

Giulia aprì gli occhi prima che suonasse la sveglia. Aveva fatto sogni confusi sulla giornata che stava per cominciare, tutti finiti in catastrofe, e non aveva nessuna intenzione di rimettersi a dormire, ma non c’era ragione per cui fosse già in piedi. La sera prima aveva preparato accuratamente tutto quello che le sarebbe servito: lo zaino era già chiuso e dalla tasca davanti sbucava la busta della lettera, lilla e ben sigillata per evitare qualsiasi ripensamento. Prima che arrivasse il momento di uscire di casa, l’unica cosa che le restava da fare era impedirsi di cambiare idea. 

Non c’era più tempo per i ripensamenti, sapeva di non poterselo permettere. Non in quel momento, non in quella situazione. Quella mattina Giulia si era vestita meccanicamente, fissando distratta un punto indistinto sulla parete bianca e spoglia di fronte a sé e cercando in ogni modo di svuotare la mente da quei mille pensieri che ormai non facevano altro che tormentarla giorno e notte. Non appena chiudeva gli occhi poteva risentire con estrema chiarezza quelle risate di scherno, quelle voci piene di disprezzo, le mani di lui sui suoi fianchi, gelide e inaspettate e le sue stesse grida giungerle alle orecchie ovattate e quasi prive di significato. Si era guardata allo specchio ancora una volta, cercando di cogliere in quel volto scarno e pallido un qualcosa della Giulia che lei conosceva, quella Giulia forte e sicura di sé, quella Giulia capace di gioire delle piccole cose che la vita ogni giorno le donava, quella Giulia che non avrebbe mai pensato di cedere di fronte a un problema, ma non c’era. Non c’era più traccia della persona che credeva di essere: al suo posto vedeva una ragazza fragile e spaventata in cui lei non riusciva a riconoscersi, una giovane donna piena di dolore che non sapeva come rialzarsi dopo una rovinosa caduta. Più si guardava negli occhi e più dentro di lei si faceva largo un profondo senso di vuoto che pian piano la divorava, logorandola dall’interno. Sentiva che non sarebbe mai più potuta tornare indietro. I lividi sul suo corpo erano ormai svaniti, eppure lei ne ricordava perfettamente la posizione, la forma, il colore, ma soprattutto rammentava il dolore che aveva provato quando le erano stati inflitti. Un dolore lancinante, lacerante, un dolore che superava ogni concezione di sofferenza fisica. Lei non lo voleva. Non lo aveva mai voluto. Si sentiva sporca dentro, privata di ogni forza e dignità, impotente di fronte a tutta quell’angoscia che sembrava seguirla come un’ombra. Non era colpa sua, non poteva esserlo. Eppure, non era più convinta nemmeno di quello. Come poteva, dopotutto? Un’unica lacrima le scese calda lungo la guancia e Giulia attraverso lo specchio la osservò scivolare senza intoppi sul suo volto e cadere sul suo maglioncino nero. Ogni mattina si svegliava e una parte di lei sperava di poter aprire gli occhi e capire che quello non era stato che un terribile incubo, ma sapeva che non sarebbe successo. Sperava che si sarebbe ristabilita, che sarebbe riuscita a riprendere in mano la sua vita. Aveva così tanti sogni, così tanti progetti, prima, eppure non ne ricordava uno. Non avrebbe saputo dire neanche cosa avesse guardato la sera prima alla televisione, tantomeno cosa avesse fatto con movimenti meccanici e ormai automatici in ufficio. Lui l’aveva annullata, e non si poteva più tornare indietro. Prese lo zaino preparato il giorno prima, scese al piano di sotto e con lentezza ne estrasse la busta lilla, accuratamente sigillata, per poi posarla in bella vista sul tavolo della cucina. Si guardò indietro ancora una volta, osservando quei dettagli della casa che tempo prima aveva scelto con tanta accuratezza: le piccole finestre che davano sul grazioso giardino, il lampadario antico, i colori caldi, i fiori sul tavolo, ormai appassiti. Uscì senza più guardarsi indietro. Arrivò al parco molto più velocemente del previsto e si concesse un minuto per osservare tutti quei bambini che giocavano, ridendo e scherzando sulle altalene e gli scivoli. I loro volti erano così rilassati, così sereni, così privi di qualunque tipo di ansia, paura o preoccupazione. La spontaneità dei loro gesti gentili, la genuinità dei sorrisi che regalavano a chiunque fosse disposto ad accettarli e a ricambiarli, l’avevano sempre fatta sorridere: i bambini erano ciò che di più vero e puro si potesse trovare in tutto il mondo. Il suo sguardo fu catturato da una bambina minuta dai lunghi capelli castani raccolti in due buffi codini che giocava da sola a campana, ridendo come se non desiderasse altro nella vita. Saltellava gioiosa, anche da sola, mentre i genitori la osservavano da lontano, tenendosi la mano, con un amore così profondo negli occhi che Giulia quasi si stupì. Faticava a ricordare un momento in cui ci fosse stata lei, in quella situazione, in cui l’unico problema fosse chi arrivava per primo nella corsa a ostacoli o non farsi trovare giocando tutti insieme a nascondino. In cui la felicità era dettata da quelle piccole cose che però sapevano migliorarti la giornata: la mamma che aveva preparato il tuo piatto preferito per cena, un gelato con papà dopo la scuola, un pigiama party con le amiche o un cartone animato insieme, dormire fino a tardi, mangiare pane e nutella o raccogliere un mazzo di margherite per la nonna. Avrebbe dato tutto per poter ritornare indietro, ma non era possibile. Sapeva che per lei non c’era più niente in cui credere, niente da cui ritornare, niente su cui contare. Si allontanò velocemente, mentre un groppo le saliva su per la gola, rendendole difficile respirare. Ormai conosceva fin troppo bene quella sensazione, e quasi riusciva a non farci più caso. Si avviò con passo spedito verso un angolo isolato del parco, in direzione di una grande quercia. Alla visione della panchina in ferro sotto di essa, per un attimo tremò. Eppure, si avvicinò e vi si sedette, cercando di ignorare il senso di panico che l’aveva assalita come uno tsunami, minacciando di sopraffarla. Lei non lo voleva. Non lo aveva mai voluto. Avrebbe voluto tante cose, per sé. Desiderava un marito, dei figli, una famiglia che la amasse da cui tornare ogni sera, desiderava scrivere, diventare una giornalista di successo. Ma non sarebbe mai avvenuto. Non avrebbe mai potuto farlo. Sapeva che la Giulia di prima ce l’avrebbe fatta, che sarebbe stata in grado di realizzare uno dopo l’altro tutti i suoi sogni, ma lei non c’era più. Le era stata sottratta insieme ai suoi obiettivi, a ogni traccia del suo orgoglio e della sua sicurezza. Insieme al suo sorriso, a tutta la felicità di una vita che, in un solo attimo, era stata completamente spazzata via. Le era stata strappata via dalle mani contro la sua volontà, come a mille altre donne, mille altre madri, mille altre adolescenti. Aprì lo zaino e ne estrasse una corda, e mentre si impiccava l’unico pensiero che le attraversò la mente fu “non me lo meritavo”. La busta lilla, ritrovata solo diverse ore dopo, conteneva poche righe scritte con una grafia tremolante ma ordinata: «Non fatelo. Non uccidete una persona. Non obbligatela a vivere così. Non costringetela a rinunciare al dono della vita.»

 

Racconto di Rebecca Bona, Classe III B, Liceo Vittorio Alfieri, Asti

incipit n° 4 di Loreta Minutili

 

A cura di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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