Narrazioni. Il secondo racconto

Alex scelse il mercoledì perché entrambi i genitori avevano il turno del mattino. I vicini probabilmente avrebbero sparlato in giro, poteva scommetterci, ma il dopo era il dopo. Quel che contava era l’adesso e adesso non voleva che i suoi lo vedessero vestito così. Come minimo sarebbero sbiancati, senza contare che avrebbero cercato di fermarlo. E se avessero cercato di fermarlo, probabilmente Alex avrebbe ceduto. Ci sarebbero state lunghe, interminabili discussioni in cui avrebbero pianto a turno e poi… E poi. I pianti sarebbero venuti in ogni caso e magari anche i rimorsi, chissà, perché quella che stava per fare era una bella cazzata, ma andava fatta. Lo doveva a se stesso. Alex guardò l’orologio, prese il coraggio a due mani e uscì conciato in quel modo.

Due giorni prima.

Lunedì. Nuova settimana. La sveglia suonò alle 6.30 come sempre. Alex si alzò a fatica dal letto; odiava il lunedì. Si lavò i denti, si cambiò e scese a fare colazione. La colazione era il pasto che preferiva nella giornata, si alzava apposta mezz’ora prima per potersela gustare con più calma. Alex era un abitudinario. Metteva sempre la stessa quantità di cereali nella stessa identica ciotola tutti i giorni. Non sopportava i cambiamenti, non sopportava di fare qualcosa di diverso dalla solita routine. Per lui tutti i giorni erano identici, e gli andava bene così. Diede un bacio ai suoi e uscì di casa. Da casa sua a scuola non c’erano pullman, l’unica opzione era di farsela a piedi. E così faceva da anni, 20 minuti tutti i giorni. Frequentava la terza superiore di un istituto tecnico. Ad Alex all’inizio era sembrata l’opzione migliore, ma solo dopo un paio di mesi aveva capito che lo odiava. Ma ormai era troppo tardi per invertire completamente la rotta. Una volta entrato a scuola, si diresse verso la propria classe, inconsapevole che la sua vita stava per cambiare, drasticamente, in peggio. Mentre camminava, all’improvviso venne spintonato da qualcuno, cadde a terra stordito. Da terra riuscì ad aprire gli occhi e cercò di capire chi o che cosa lo aveva appena investito. Davanti a lui c’era Jason. Jason non era un ragazzo come gli altri. Frequentava la quarta superiore, ed era uno degli organizzatori del Gay Pride della loro città. A scuola era molto popolare, ma allo stesso tempo odiato da un piccolo ma rumoroso gruppo di omofobi. Alex aveva sempre cercato di non esporsi, viveva nel suo mondo, facendosi i fatti suoi e non dando fastidio a nessuno. Jason gli porse una mano e lo aiutò a rialzarsi. Alex si scosse la polvere di dosso e fece per andarsene, quando l’altro lo fermò. Jason lo guardava dritto negli occhi. Poi accostò la bocca all’orecchio di Alex e gli sussurrò: «Sai, la prossima settimana c’è la fiera, dovresti venire.» Silenzio. Poi un botto. La faccia di Jason era contro un armadietto, sporca di sangue; cadde a terra quasi incosciente. Ma Alex non ne aveva abbastanza, iniziò a urlare: insulti e offese stavano riempiendo il corridoio. Alex lo rialzò di forza e lo riscaraventò contro un altro armadietto. Jason era ancora semincosciente, indifeso, impotente. La folla che ormai si era radunata per assistere allo spettacolo si decise finalmente ad avvicinarsi per allontanare i due, o meglio mandare via Alex. Alex scappò via. Uscito da scuola, non sapeva dove andare. Ansimava, piangeva. Si mise a correre più forte che poteva. Attorno a lui ogni cosa scomparve: le strade, i lampioni, le macchine… Gli sembrò che diventasse tutto nero intorno a lui, e in un secondo si ritrovò da tutt’altra parte. Si rivide nel corridoio nella scuola, seduto a terra con Jason che gli porgeva la mano. Si rialzò. Jason gli sussurrò la stessa identica frase. Jason. Un ragazzo odiato, diverso, strano. Gli stava antipatico, ma lui stesso non sapeva il perché. Non si erano mai parlati, e Alex si era quasi dimenticato della sua esistenza. O almeno fino a quel giorno. Lui era un ragazzo ordinario, normale, forse solo un po’ introverso. Non ci aveva mai pensato troppo, ma sì, forse Jason gli faceva un po’ schifo. Nonostante tutto, cercava di capire perché lo avesse fatto. Rivide la sua mano che prendeva la testa dell’altro e la sbatteva contro l’armadietto alle sue spalle. Se ne stava pentendo? Forse. Ma probabilmente quello se lo meritava. Lo aveva insultato. Lo aveva insultato? La sua testa stava esplodendo. Non sapeva che cosa fare. Guardò lo schermo del telefono, erano passate quattro ore dal momento in cui era scappato. Era seduto su una panchina in una strada che non gli sembrava di aver mai visto prima. Alzò le maniche della sua felpa. Iniziò ad accarezzare i piccoli tagli che riempivano la pelle di entrambe le braccia. Alcuni ormai erano vecchi, solo piccole cicatrici. Altri, invece, erano “freschi”. La carne era ancora arrossata in alcuni punti. Quando stava molto male gli piaceva guardare le proprie braccia e pensare alle storie legate a ogni cicatrice. Era un diario personale, che solo lui poteva capire.  Ora doveva concentrarsi, pensare a cosa fare. Tornare a casa? Forse, i suoi genitori non lo avrebbero sgridato troppo se avesse raccontato i fatti; la sua era una famiglia che non amava le cose lontane dalla “normalità”. E comunque ora Alex non aveva voglia di parlare con nessuno. Voleva starsene da solo, magari aggiungere qualche riga al suo “diario”. Tornò a casa verso le 11 di sera quando i suoi genitori ancora dormivano. Gli facevano male le braccia, ma non ci pensava. Si cambiò e andò a letto. Era prima di addormentarsi che Alex riusciva a riflettere in pace: pensava alla sua giornata, a cosa dovesse fare il giorno dopo, a volte addirittura al futuro. Ma succedeva di rado, perché quando vedeva se stesso nel futuro non riusciva a immaginare niente. Ovviamente gli tornarono in mente le urla, il sangue, il frastuono di quella mattina. Dopo un’ora riuscì finalmente ad addormentarsi. Erano le 5 di mattina quando suo padre lo svegliò per parlare. L’atmosfera era tesa, ma Alex sapeva che sarebbe finita abbastanza bene. Una volta spiegata la situazione, i suoi genitori gli dissero che comunque aveva esagerato, ma avevano capito. Alex avrebbe dovuto essere felice del risultato, i suoi non lo avevano messo in punizione né sgridato. Ma non ci riusciva. Sentiva un vuoto dentro di sé, un vuoto malinconico. Magari era solo la fame. Ovviamente quel giorno non poteva andare a scuola. Decise di andarsi a nascondere da qualche parte e passare il resto della giornata a pensare, come sempre. Alla fine, si sedette sulla riva del piccolo fiume che passava dalla sua città, andava spesso in quel posto. Non c’era mai nessuno. Prese dallo zaino dell’erba e si abbandonò ai suoi pensieri. Continuava a tornargli in mente la mattina del giorno prima: Jason contro l’armadietto, le sue mani insanguinate, la frase. La frase. Era tutto lì. Perché lo aveva irritato tanto? Non riusciva a spiegarselo e questa cosa lo mandava nel panico. Restò seduto per tre ore. Gli occhi gli facevano male, si sentiva confuso ma tranquillo. Finalmente un po’ di pace, si disse. Erano le 12.30 quando si decise a muoversi. Faceva un freddo cane, aveva bisogno di mangiare qualcosa. Si decise a fermarsi in un piccolo fast food dove facevano panini e qualche piatto caldo e ordinò qualcosa. Continuava ad osservare il coltello davanti a sé e iniziò ad accarezzarsi le braccia. Poi tornò a casa. Neanche lì aveva qualcosa da fare. Decise di accendere il pc e chattare con qualcuno. Già, perché gli unici amici di Alex erano lì, nel suo computer. Ragazzi da tutta Italia, uniti da uno stupido gioco. Nella vita faticava a farsi degli amici. Molti lo giudicavano male per questo, ma per nulla al mondo avrebbe rinunciato ai suoi contatti virtuali. Ci parlava tutti i giorni, erano gli unici a capirlo e a sostenerlo. Alcune righe del suo diario erano state scritte proprio per colpa loro. Lui era bravo al computer, ed era anche uno dei motivi per cui ci giocava. Si sentiva amato, voluto, ammirato. Cosa che nella vita reale non accadeva mai. Solo così riusciva a essere se stesso. Perse la cognizione del tempo finché sua madre non lo chiamò per cena. Mangiò in fretta, non aveva voglia di parlare. Tornò in camera e accese il telefono che era rimasto spento tutta la giornata. Era invaso da notifiche. C’era chi lo insultava e chi al contrario lo sosteneva. Questi gli facevano schifo. Ma perché? Perché rifiutava quelli che lo supportavano? La risposta non la conosceva, o forse non voleva pensarci. Voleva scrivere a Jason, ma una parte di lui faceva resistenza. Non sapeva cosa fare, di nuovo. Si decise a scrivergli un breve messaggio di scuse, sperava che lo avrebbe fatto sentire meglio con se stesso. Ma non fu così. Come era possibile che fosse passato dal picchiare a sangue una persona, a odiare quelli che approvavano il suo gesto? Era completamente incoerente sotto tutti i punti di vista. Si coricò a letto e si rimise a pensare, anche se stava diventando sempre più difficile. Erano le 12:14 quando finalmente capì. Nella sua mente ogni cosa aveva trovato il proprio posto. Ora vedeva tutto, chiaramente. Sapeva cosa doveva fare. Prese il telefono, aprì Instagram e scrisse un post taggando il profilo di Jason. Spense il telefono e tornò a dormire.

Mercoledì

Si svegliò prima del solito. Si vestì e uscì. Andò dritto al negozio a due isolati da lì, poteva andarci tranquillamente a piedi. Entrò, comprò e uscì velocemente senza farsi vedere da nessuno. Tornò a casa e iniziò ad aspettare il momento. Infine, prese il coraggio a due mani e uscì conciato in quel modo. Tutti gli occhi erano puntati su di lui. Risatine, sguardi di sdegno, anche insulti. Ma per la prima volta nella sua vita non gli importava, voleva solo fare ciò che si era prefissato. Volle girare per tutte le vie, per tutte le piazze, in modo che tutti lo vedessero. Dopo mezz’ora arrivò finalmente alla sua meta. Era la piazza centrale del paese. La più visitata, la più grande. Perfetta. Accese il telefono, pubblicò su Instagram la storia che aveva scritto la sera prima e rispense il telefono. Si diresse verso il centro della piazza. Si collocò a fianco della statua del santo patrono. Si tolse la felpa. Si tolse la maglietta. I tagli sulle braccia risplendevano sotto il sole di quella mattina. Contemplò ogni singolo taglio, ogni singola cicatrice, ripensando a ogni coltello usato, a ogni dolore. Era tutto scritto lì, sulle sue braccia. Iniziò a piangere. Molti lo osservavano stupiti, senza capire, e poi se ne andavano scuotendo la testa. Le lacrime attraversavano il suo viso come le vene sulle braccia. Ma Alex era deciso a portare a termine ciò che voleva, andasse fatto. Prese dalle tasche qualche lametta, tra quelle che aveva comprato quella mattina. Erano piccole, fredde. Solo a toccarle Alex provava un senso di inquietudine, paura. Sì, Alex aveva paura. Iniziò a ricalcare tutte le cicatrici, a una a una. Ripensava a ogni storia, a ogni amico che aveva deluso, a ogni persona che aveva tradito per i propri interessi, a ogni calcio che gli avevano dato, a ogni pugno che aveva ricevuto. Tutta la sua vita passata scorreva nella sua mente. Il dolore continuava ad aumentare e il sangue a scorrere sulle sue braccia. Le cicatrici erano tante. Era arrivato all’ultima, alla più recente e dolorosa. Iniziò lentamente, un millimetro alla volta. La cicatrice era finita, ma Alex continuò a incidere scendendo sempre di più, verso l’arteria. Ecco, finalmente. Alex voleva finire così. Ormai era arrivato alla mano, cambiò braccio. Fece la stessa cosa. Le forze cominciavano a svanire, i respiri diventavano sempre più pesanti, i battiti sempre più lenti. Si sdraiò a terra. Sapeva che quelli erano i suoi ultimi momenti, ed era felice. Finalmente. Si lasciò andare, smise di combattere contro i propri mostri, contro la propria diversità. Finalmente. Non sentì la sirena del 118, che a un certo punto qualcuno aveva chiamato. “Hey, ciao amici. Se state leggendo questa storia vuol dire che mi seguite e che mi conoscete quindi non starò qui a dirvi chi sono e cosa è successo negli ultimi giorni. Vi basti sapere che, quando leggerete, io sarò già morto, e sono felice. Sono felice perché…Beh, non so neanche io cosa facessi ancora qui. Volevo chiedere scusa a tutti quelli a cui ho fatto del male, a quelli che ho tradito, quelli che ho deluso. Ma soprattutto voglio chiedere scusa a te @jazon_j. L’altro giorno ho rischiato quasi di ammazzarti. Non ci saranno scuse che possano indurti a perdonare ciò che ho fatto, ma voglio che almeno tu sappia. Ciò che mi hai sussurrato all’orecchio… È vero. È vero e non volevo accettarlo. La mia famiglia mi avrebbe ripudiato e io mi sarei odiato per sempre. Addio, Jason. Addio a tutti.” La bandiera colorata LGBT avvolgeva il corpo di Alex ormai senza vita.

Racconto di Roman Bongiorno, Classe 1^ AV, IPS Albe Steiner Torino

Incipit n 2 di Adil Bellafqih

A cura di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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