Francesco Guccini. Tra i portici cosce di mamma Bologna

Sono varie le canzoni dedicate da Francesco Guccini alle città, da Venezia
«Venezia che muore, Venezia sdraiata sul mare, la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi Venezia la vende ai turisti» – a Genova, con Piazza Alimonda, scritta per ricordare i tragici eventi del G8 del luglio 2001 ma che è anche un omaggio alla bella città ligure, «Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro a largo verso l’orizzonte; Genova repubblicana di cuore, vento di sale d’anima forte; Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carruggi». E poi Milano, Bisanzio, Parigi…
Ma Francesco è prima di tutto il cantore della sua Bologna, per la quale riserva un grande amore poetico.
Nell’omonima canzone del 1981, Bologna è paragonata a una donna,
«una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano e il culo sui colli, […] una donna emiliana di zigomo forte, […] una ricca signora che fu contadina, […] una strana signora, volgare matrona».
Agli epiteti storici, «Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l’umana già un poco Romagna e in odor di Toscana» – un tocco gucciniano particolare ma ricorrente, quest’odore abbinato a un luoghi e sentimenti – il poeta accosta una visione molto personale della città:
«Bologna, per me provinciale, Parigi minore, mercati all’aperto, bistrots, della rive gauche l’odore […] Bohème confortevole giocata fra case e osterie».
Accanto alla Bologna «signora», forte ricca superba e arrogante, esemplare baluardo comunista d’Italia, «che sa quel che conta e che vale, che sa dov’è il sugo del sale, che calcola il giusto la vita», vi è una città giovane e vitale, una «Bologna bambina per bene, Bologna busona». «Il termine “busona” – spiega il cantautore durante un concerto – vuol dire ragazza non perfettamente ineccepibile, ragazza di costumi chiacchierati e forse un tantino non corretti». Bologna, oltre alla facciata presuntuosa e tradizionalista, ha sempre avuto un grande fermento culturale giovanile legato alla vita universitaria: soprattutto nella seconda metà degli anni Settanta, con l’apertura dell’università alle masse e soprattutto con la nascita del DAMS, la città ha assistito a un conflitto generazionale senza precedenti e a un forte scontro di valori.
Via Paolo Fabbri 43, oltre che indirizzo della casa di Francesco Guccini, è una poesia molto intima. Qui la vera protagonista, insieme alla città, è la vita dell’autore, soprattutto quella di notte e all’alba, «tra krapfen e boiate».

Via Paolo Fabbri, 43
Via Paolo Fabbri 43

La canzone porta nella Bologna più viva: «scoppia il mondo fuori Porta San Vitale e in via Petroni si svegliano e preparano libri e caffè». Scritta nel 1976, è ispirata a una storia d’amore svoltasi l’anno precedente, con una ragazza che abitava in via Petroni (nel centro di Bologna, sede di numerose librerie con banchi all’aperto) e ogni mattina, dopo la colletta per il caffè e i krapfen appena sfornati, il trentacinquenne Francesco tornava a casa, in via Paolo Fabbri 43, proprio fuori Porta San Vitale, circondato dai colori dell’alba, che è descritta come «un pugno in faccia verso cui tendo le braccia».
Alla «mamma Bologna», con i suoi «portici cosce», luogo della maturità allegra, del vino e degli amori, si contrappone Modena, «piccola città bastardo posto», in cui «se penso un giorno un momento ritrovo soltanto malinconia».
In questa Piccola città, Guccini ha passato i primi anni dell’adolescenza in un’Italia ancora piena di tabù sessuali che limitavano al minimo gli approcci erotici – «il senso di peccato e di espiazione, […] sciocca adolescenza falsa e stupida innocenza, […] pubertà infelice spesso urlata a mezza voce, […] angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni, frustrazioni amori a vuoto» – anni riletti poi con gli occhi malinconici di un uomo cresciuto in un mondo in cui tutte le usanze sono cambiate – «dove sei ora, che fai? neghi ancora o ti dai? sabato sera […] quelle di adesso disprezzi o invidi o singhiozzi, se passano davanti a te. […] così diversa sei adesso io son sempre lo stesso».
La maggior parte di questi amori mancati si svolgeva «dentro al Florida», la ex sede fascista poi trasformata in Casa del Popolo e usata come sala da ballo locale.
Modena è anche dove, «tra la via Emilia e il West», il Francesco ragazzino giocava ai cow boys di quel «vuoto mito americano», e la via Emilia, seppur non ancora pericolosa per il traffico, era il limite dei giochi, la frontiera tra la città reale e il mondo della fantasia, quella che gli adulti impedivano di violare, oltre la quale si trovavano allora solo campi.
Entrambe le città sono paragonate a donne, ma se Bologna è al tempo stesso «bambina per bene» e «busona», Modena, vissuta in altri anni, è la «piccola città vecchia bambina»: mentre la prima spinge «a un singhiozzo e ad un rutto, rimorso per quel che m’hai dato che è quasi ricordo e in odor di passato», della seconda rimangono soltanto le «bimbe ora vecchie» e il poeta canta tristemente «piango e non rimpiango la tua polvere il tuo fango»: «le ragazze che allora magari si rifiutavano – dice oggi Guccini – nel frattempo sono invecchiate sprecando il fiore di giovinezza».

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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