Scultrici del Novecento (prima parte)

«La scultura mi pare un’arte meno adatta alla donna della pittura: intendo della scultura vera come dovrebbe essere sempre, grandiosa, eroica, solenne.»
Era il 1916 quando Virginia Tedeschi Treves, nota nel panorama letterario con lo pseudonimo di Cordelia, scriveva queste parole in Le donne che lavorano, continuando così:
«La scultura deve esser tale da colpire colla grandiosità…
è un’arte faticosa, non è facile esercitarla in casa occorrendo molto spazio; poi si addice meno ad un essere delicato quale la donna, alle sue mani piccine usare lo scalpello e mettersi alle prese coi grandi massi di marmo».
Troppo a lungo considerata un’arte appannaggio esclusivo degli uomini, la scultura è stata finalmente nel Novecento terreno di sperimentazione per tante artiste.
Lucienne Heuvelmans (Parigi, 1881 – Saint-Cast-le-Guildo, 1944)
Nel 1911 fu la prima donna a vincere il Prix de Rome come scultrice con il tema Electra veglia sul sonno di Oreste, dopo essere stata il primo secondo premio l’anno precedente. Il concorso, istituito nel 1663, era stato aperto alle donne appena dal 1903. Rimase a Roma per due anni; al suo rientro a Parigi ottenne l’incarico di insegnante di disegno. Partecipò regolarmente alle mostre del Salon ottenendo una menzione d’onore nel 1907, poi una medaglia di bronzo nel 1921. Ha lavorato con vari materiali: bronzo, avorio, terracotta, legno, pietra, porcellana, su temi religiosi o mitologici. Ha illustrato anche opere di poesia.    

Fig.1_Elettra veglia sul sonno di Oreste_Lucienne Heuvelmans
Elettra veglia sul sonno di Oreste, Lucienne Heuvelmans

Margaret Haeffner (Mühlhausen, 1884 – Monaco di Baviera, 1977)
Più nota come Marg Moll, dal cognome del marito, il pittore Oskar Moll, a Berlino frequentò la scuola femminile di Lovis Corinth; a Parigi fu amica di Henri Matisse; si dedicò principalmente alla scultura perché, come ebbe a dichiarare lei stessa, non voleva entrare in competizione col marito. Molte opere di Marg furono distrutte dai nazisti che le ritenevano arte degenerata. Viaggiò in Europa e negli Stati Uniti dopo la morte del marito, visse a Düsseldorf e a Monaco. Lavorò dal 1930 al 1970 con Gedok, un’associazione, fondata ad Amburgo nel 1926 per promuovere i talenti artistici delle donne, che ha aiutato le artiste a esporre le loro opere liberamente. Il suo stile cambiò nel tempo: da figurativo, simile a quello di Matisse, a una forma d’arte più semplificata e geometrizzata.

Fig.2 Lovers_Marg Moll
Lovers, Marg Moll

Antonietta Raphaël (Kovno, 1895 – Roma, 1975)
Ebrea, figlia di un rabbino, dopo la morte del padre si trasferì con la famiglia a Londra, dove visse per quasi vent’anni, diplomandosi in pianoforte.
Dopo un breve soggiorno a Parigi, si fermò a Roma, dove conobbe Mario Mafai, che divenne il compagno di tutta la sua vita e da cui ebbe tre figlie. Insieme andarono a vivere in un appartamento di via Cavour, dove nacque quella che Roberto Longhi chiamò la Scuola di via Cavour, un sodalizio artistico di Raphaël e Mafai con Scipione e Mazzacurati. In seguito alle sanzioni antisemite, la famiglia riparò a Genova, a casa di amici. Alla fine della guerra tornò a Roma e cominciò a partecipare alle prime mostre importanti: furono anni di viaggi e di grande lavoro, ma anche di dolore per la morte di Mafai nel 1965. Il suo stile, fortemente innovativo, conserva un sapore arcaico di ascendenza russa e, pur mantenendo una sensibilità femminile soprattutto nei tanti ritratti delle figlie e del marito, rivela una forza espressiva inusuale in quegli anni per un’artista donna.

Fig.3_Le tre sorelle-Antonietta Raphel
Le tre sorelle, Antonietta Raphaël

Leah Berliawsky, (Kiev, 1899 – New York, 1988)
Ucraina naturalizzata statunitense, meglio conosciuta come Louise Nevelson dal cognome del marito, cominciò la carriera come pittrice e fu assistente di Diego Rivera. In seguito si dedicò esclusivamente alla scultura, realizzando prima opere in terracotta ispirate all’arte precolombiana, poi in vari materiali, legno soprattutto, ma anche plexiglass e acciaio. La sua scultura è caratterizzata dall’assemblaggio di oggetti diversi, tutti scarti della realtà quotidiana, che l’artista trovava e raccoglieva per strada; gli elementi erano selezionati per forma e texture, dipinti di nero, quindi assemblati, sovrapposti, incassati, in un gioco di luci e ombre. Sono scrigni della memoria, dove vengono conservati oggetti carichi di vissuto. Verso la fine degli anni Sessanta le sue opere assumono dimensioni monumentali, e al nero si aggiungono il bianco e l’oro, strutture sempre più complesse, caratterizzate da una rigorosa frontalità, scatole, grandi muri monocromi che si sviluppano sia in verticale che in orizzontale. Negli anni ai muri si accompagnano anche altre tipologie ricorrenti quali i totem e le colonne, e composizioni in cui l’artista inserisce frammenti di mobili di recupero, sedie, tavoli, letti, disposti su una tavola verticale di supporto. Per le grandi opere pubbliche commissionate in spazi aperti l’artista ha utilizzato l’acciaio.

Fig.4-The-Golden-Pearl-Louise Nevelson
The Golden Pearl, Louise Nevelson
Fig.5_Atmosfera e ambiente-Louise Nevelson
Atmosfera e Ambiente X, Campus dell’Università di Princeton, Louise Nevelson

Barbara Hepworth (Wakefield, 1903 – St Ives, 1975)
Ebbe come compagno di studi alla Leeds School of Art Henry Moore, col quale instaurò una rivalità amichevole che durò per molti anni. Ottenne il diploma al Royal College of Art nel 1924. In Italia imparò a scolpire il marmo. Vicina per un certo periodo al gruppo astrattista Abstraction Création, portò il Surrealismo e l’astrazione nell’arte britannica. Dopo aver dato alla luce tre gemelli, stava per rinunciare all’attività artistica, quando si trasferì a St Ives, in Cornovaglia. Qui poteva lavorare all’aria aperta e, traendo ispirazione dalla natura, realizzò raffinate sculture astratte dai profili levigati, sinuosi, smussati, fatte per essere accarezzate dall’aria e dalla luce, che penetra nei vuoti per poi avvolgere i pieni. A St Ives rimase fino alla morte, avvenuta nell’incendio del suo studio che ora è una casa-museo.

Fig.6_Pelagos_Barbara Hepworth
Pelagos, Barbara Hepworth

Pelagos (“mare” in greco) è ispirato alla baia di St Ives, dove due lembi di terra racchiudono il mare su entrambi i lati. La forma a spirale ricorda un guscio, un’onda, e le corde tese esprimono la tensione che l’artista sentiva nel mare, nel vento.
Louise Bourgeois (Parigi, 1911 – New York, 2010)
Formatasi come scultrice alla École des Beaux-Arts di Parigi, si trasferì poi a New York, dove più tardi ottenne la cittadinanza americana. Subì l’influenza del Surrealismo degli emigrati dall’Europa e dagli anni Sessanta si dedicò alla lavorazione del metallo realizzando diverse installazioni. I suoi temi preferiti sono la sessualità, la famiglia e la solitudine. I suoi lavori traggono ispirazione da una dolorosa vicenda vissuta nell’infanzia: l’amatissimo padre stabilì una relazione con la tata assunta per allevare Louise e i fratelli, e la madre sopportò il tradimento in silenzio, portando avanti un ménage familiare difficile, soprattutto per Louise che era molto legata al padre. Giganteschi ragni d’acciaio, installati in diverse città americane, celebrano la maternità e incarnano la figura della madre, perché il ragno è un animale che va a intrappolarsi negli angoli, dove trova sicurezza. Nel 1982 il MoMA di New York le dedicò una personale, la prima che il museo abbia mai dedicato a una donna; nel 1993 Louise ricevette il Leone d’oro alla Biennale di Venezia.

Fig.7_Maman, davanti lla national gallery of canada_Louise Bourgeois
Maman, installazione davanti alla National Gallery of Canada Louise Bourgeois

Lila Pell, Katzen da sposata (Brooklyn- New York, 1925 – 1998)
Ha studiato con Hans Hofmann a New York; cominciò come pittrice, poi passò alla scultura sperimentando mezzi fluorescenti con l’uso della luce e studiando la flessibilità dei materiali. Manipolava il metallo, acciaio o alluminio, per renderlo fluido e simile a un nastro che si piega in morbide e sinuose curve. Molte delle sculture di Katzen sono grandi opere all’aperto, progettate per relazionarsi con l’ambiente. Nei primi anni Novanta ha prodotto una nuova serie di lavori consistenti in pezzi saldati di acciaio affilato e frastagliato. Era nota anche per il suo impegno nel movimento femminista. Litigò col suo maestro Hofmann che durante una cena brindò all’arte dichiarando: «Solo gli uomini hanno le ali».

Fig.8_ Curled up_Lila Katzen
Curled up, Lila Katzen

 

In copertina. Oracle, Lila Katzen, Iowa City, US

 

 

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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