Giorgio Caproni: la semplicità e l’ironia

Durante il nostro lungo isolamento, molti/e di noi hanno ripreso in mano libri più o meno dimenticati, di cui si sentiva però la mancanza, a me è capitato di rileggere con rinnovato interesse Alba de Cespedes, Maria Giacobbe, Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, alcuni classici immortali (fra i quali vari canti della Commedia dantesca di cui mi sono occupata in occasione del “Dantedì”). Restando nell’ambito poetico, fra gli italiani definiti “contemporanei” la mia predilezione va al livornese Giorgio Caproni, la cui esistenza inizia e finisce nel mese di gennaio: la nascita avvenne il 7 gennaio 1912 e la morte il 22 gennaio 1990 a Roma. È seppellito tuttavia (insieme alla moglie Rina) a Loco di Rovegno, un paesino ligure in cui amava soggiornare. Un poeta che ha attraversato gran parte del XX secolo in punta di piedi, con garbo e gentilezza, ma anche con sapienza e ironia, oscurato dalle forti presenze di Ungaretti, Quasimodo, Montale, per citare solo i più noti. Eppure leggere i suoi testi vuol dire immergersi in una realtà fatta di paesaggi e personaggi che lasciano il segno.
Intanto va ricordato che, dalla nativa Livorno, da bambino si trasferisce a Genova, altra città di mare che lo segna profondamente. Proprio lì si dedica allo studio del violino, presto abbandonato, e alla passione per la musica, che invece lo accompagnerà sempre. Inizia molto giovane a scrivere poesie, ma nel frattempo lavora come insegnante elementare. Dopo il definitivo trasferimento a Roma, pubblica la terza raccolta: Finzioni (1941) in cui si avvicina alla poesia ermetica, con uno stile personale. La guerra, che travolge tutte le vite, lo vede combattente e poi impegnato nella Resistenza; per breve tempo ritorna in Liguria, in Val Trebbia, mentre la quarta raccolta di versi (Cronistoria) riceve gli apprezzamenti della critica. Di nuovo a Roma, insegna e collabora con riviste e periodici, scrive in prosa (racconti Giorni aperti, del ’42, e Il gelo della mattina, del ’52) e realizza in successione le sue raccolte più belle e significative: Il passaggio d’ Enea (’56), Il seme del piangere (’59), Congedo del viaggiatore cerimonioso (’66), Il muro della terra (’75). Si occupa anche, con esiti eccellenti, di traduzioni dal francese, come nel caso del Tempo ritrovato di Proust e delle opere di Jean Genet, sia romanzi che teatro. Dal 1977 al 1988 si susseguono pubblicazioni di prose e di versi in cui emergono ancora le tematiche più care, fra cui il viaggio e il mito. Proprio un monumento a Enea, eretto in una piazza genovese, lo colpisce al punto da scriverne tante e tante volte, sotto forma poetica, ma anche parlandone in interviste, recensioni, articoli in cui rivive l’attimo in cui si imbatté in questo eroe diventato metafora della vita, nel difficile momento della ricostruzione dell’Italia, dopo il conflitto mondiale. E poi troviamo le costanti: la musica, il mare, Genova nei suoi angoli segreti e nei suoi mutamenti, l’autobiografismo, il confronto con la morte e il colloquio con i defunti, l’ironia. Significativo il titolo dell’ultima raccolta: Allegretto con brio (1988), in cui afferma che «anche le cose più gravi si possono esprimere con brio». E proprio questa è stata la cifra stilistica del suo modo di poetare: piccole cose di tutti i giorni, eventi anche banali, lessico quotidiano, uso frequente del settenario, con originali (ma raffinati) esiti di cantabilità e semplicità.
In particolare mi vorrei soffermare su una presenza che è stata determinante nella sua vita e nelle sue opere: la mamma Anna Picchi, detta affettuosamente Annina.
Tanti scrittori e poeti (uomini) hanno avuto un rapporto speciale con una donna: non mi riferisco alle ispiratrici come Beatrice o Laura, ma a donne in carne e ossa, figlie (Saba), madri (Pasolini), mogli (la Mosca di Montale), amiche (ancora Montale), sorelle (Pascoli). Ma Annina trovo che sia una figura che non si dimentica: una giovane sarta, molto abile nel suo lavoro, graziosa tanto da far voltare le persone al suo passaggio, negli spazi ampi e ariosi di Livorno, sembra quasi una fidanzata nel ricordo affettuoso del figlio. Nelle poesie La gente se l’additava e Per lei il poeta descrive la ragazza, ma anche dichiara il suo intento di artista: «Per lei voglio rime chiare/usuali: in -are./Rime magari vietate,/ma aperte, ventilate.» E dopo aver ricordato alcuni piccoli e modesti gioielli che indossava (collanine), conclude: «Rime non crepuscolari,/ma verdi, elementari.»
Niente di crepuscolare alla Gozzano, niente di malinconico e ripiegato in sé stesso, anche se ormai si ricorda una persona lontana nel tempo, irraggiungibile, ma proprio com’era: fresca, vivace, allegra.

Estremamente significativa è allora una ballata, che riprende lo stile e la misura utilizzata in un classico della nostra letteratura: «Perch’i’ no spero di tornar giammai,/ballatetta, in Toscana,/ va’ tu leggera e piana,/ dritt’a la donna mia…» di Guido Cavalcanti.
Un messaggio d’amore e un dialogo con i propri versi, da parte di un esule vicino alla morte che teme di non poter più ritornare a Firenze e rivedere l’amata.
Caproni – in Ultima preghiera – manda invece la sua anima a Livorno, ma perché faccia presto le darà la bicicletta; dovrà guardarsi intorno la mattina di buonora, nell’odore del pesce fresco, per individuare fra le belle ragazze che escono di casa la «figurina netta»: Annina non dovrà sfuggirle, come è successo nella vita reale. Sarà vestita semplicemente: «Porterà uno scialletto/nero, e una gonna verde./Terrà stretto sul petto/il borsellino»; il suo profumo saprà di mare e di erbe.
L’anima, nell’avvicinarsi per osservarla, dovrà gettare la sigaretta (!) e poi finalmente circondarle la vita e parlarle con dolcezza, in un soffio, del figlio, «il suo fidanzato»; conclusa questa missione, il poeta non chiede altro, l’anima potrà andarsene libera. Rime facili, ironia, veloci squarci di paesaggio marino, sentimento, amore sconfinato verso una madre perennemente giovane, mentre il poeta si sente ormai vecchio e fragile. Questa è la sorte dei personaggi eternati nell’arte, che sia la pittura o la scrittura: nel nostro immaginario rimangono fissati in quell’attimo, come se la loro vita si fosse fermata per sempre.

E noi vogliamo ricordare Annina proprio così.
«S’ha un bel dire.
Di tutto uno può scordarsi.
Fuorché di morire.»
(Davanti alla salma di un celebre smemorato)

copertina libro

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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