I dieci giorni che sconvolsero Napoli. Luglio 1647: la rivolta di Masaniello

Napoli, piazza Mercato. Siamo non lontano dal mare, all’incirca a metà strada tra via Duomo – quella che porta diritta alla Cattedrale di San Gennaro – e quello che oggi è denominato corso Giuseppe Garibaldi. In origine questo era il luogo delle esecuzioni capitali: il primo giustiziato fu il sedicenne Corradino di Svevia, il 29 ottobre 1268, l’ultima Luisa Sanfelice, l’11 settembre 1800. Nella piazza stanziarono in permanenza, per molti secoli, un palco per la decollazione dei nobili, una forca per la gente comune e il trave per il ‘tratto di corda’, pena riservata ai reati minori. Da qui, il detto che la piazza non era tanto del ‘mercato’ quanto del ‘capo mozzato’.
Col tempo, questo grande spazio dalla forma irregolare si arricchì di monumenti e chiese: la più nota è il Santuario della Basilica del Carmine Maggiore, sotto l’atrio della quale vennero sepolti – forse non casualmente – i più celebri tra i martiri della Rivoluzione partenopea del 1799, a cominciare proprio da Luisa Sanfelice, la cui tomba è vicina a quelle di Eleonora Pimentel Fonseca e di Mario Pagano.
La piazza è da sempre anche luogo di tradizioni e feste: già ai tempi di Masaniello, il 15 luglio era usanza inscenare l’assalto a un fortino di legno, per darlo poi alle fiamme. Ancora ai giorni nostri, nello spazio è fiorente il mercato del pesce che il 23 dicembre resta aperto tutta la notte per favorire i napoletani negli acquisti per il pranzo e la cena della vigilia di Natale.
Piazza Mercato è il teatro della rivolta guidata da Masaniello tra il 7 e il 16 luglio 1647: ed è come se questo luogo, carico di memorie ambivalenti, di vita e di morte, avesse parte attiva negli eventi di una delle vicende più intricate della storia italiana, un ‘cunto’ al limite della intellegibilità, che, oltretutto, si consuma con rapidità sorprendente.

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Alessandro Baratta. Pianta della città di Napoli, 1628
(https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b53064622f/f1.item.r=alessandro%20baratta)

Chi è veramente Masaniello? Impossibile dirlo. A lungo è creduto originario di Amalfi (in ragione del patronimico), finché nel 1896 il poeta Salvatore Di Giacomo trovò nella chiesa di Santa Caterina in Foro Magno questo atto di battesimo: «A 29 giugno 1620 Thomaso Aniello figlio di Cicco d’Amalfi et Antonia Gargano è stato battezzato da me Don Giovanni Matteo Peta, et levato dal sacro fonte da Agostino Monaco et Giovanna de Lieto al Vico Rotto» (il vico Rotto al Lavinaio è una traversa della attuale via Lavinaio, che porta da via Nuova Marina a corso Umberto I).
La famiglia di Masaniello non è poverissima: il padre, Francesco (Cicco) d’Amalfi, è un pescatore e venditore al minuto; la casa familiare si trova tra la Pietra del Pesce, nel quartiere Pendino (ove il governo spagnolo riscuote la gabella sui prodotti ittici) e Porta Nolana (ove invece è pagato il dazio sulla farina). Il primogenito Tommaso Aniello (da cui Masaniello) ha due fratelli e una sorella minori: Giovanni, altro capo della ribellione, Francesco, morto ancora infante, e Grazia. Masaniello intraprende lo stesso lavoro del padre; sovente, per evadere la gabella, porta il pesce direttamente in casa di notabili, e più volte viene colto sul fatto e incarcerato; fa anche del contrabbando su incarico di alcune famiglie aristocratiche.

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Lapide posta sulla casa natale di Masaniello, in vico Rotto al Lavinaio

Le gabelle a carico del popolo vanno in larga parte a sostenere il notevole quanto rovinoso sforzo bellico spagnolo su diversi fronti, dalla Guerra dei Trent’anni alla repressione della rivolta in Catalogna, alla Guerra di successione in Portogallo. Per questo, prima il viceré Juan Alfonso Enriquez de Cabrera, sollecitato da Madrid a reperire almeno un milione di ducati per finanziare una nuova guerra contro la Francia, poi il suo successore, Rodrigo Ponce de Leon duca d’Arcos, aggravano progressivamente la situazione dei ceti medi e popolari, fino alla reintroduzione, nel 1646, di una gabella sulla frutta particolarmente onerosa.

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Onofrio Palumbo. Ritratto di Masaniello, 1647 circa

Il 6 giugno 1647 alcuni popolani guidati da Masaniello e dal fratello Giovanni bruciano i banchi del dazio a piazza Mercato; la rivolta vera e propria inizia però il 7 luglio, al grido di «Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno».
Nella Partenope liberata, ovvero racconto dell’heroica risoluzione fatta dal popolo di Napoli per sottrarsi con tutto il Regno dall’insopportabile giogo degli Spagnuoli, Giuseppe Donzelli, medico napoletano che prese le parti dell’insurrezione, così la descrive l’anno successivo:
«Era di già colà radunata una gran moltitudine di gente, che tutta spirava rabbia e vendetta, cominciando a esperimentarla in se stessi prima d’ogni altro i gabellieri, i quali ben di furia lasciando la casa della Gabella, si sottrassero all’imminente pericolo. Qui si videro in subito spezzare le banche e sedie, e darle al fuoco con tutti i libri di scritture […]. Il Popolo, seguitando nella vendetta, faceva la debita strage de i traditori, non restandone vivi se non pochi, che furono strettamente imprigionati in alcune case del Mercato, nuovamente destinate per carceri […]. Era cosa di gran stupore il vedere le compagnie intere di femmine sole, armate alcune con archibugi e altre con bastoni, picche, alabarde e simili istromenti da guerra e fare tutte le operazioni che fanno i veri soldati».

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Michelangelo Cerquozzi. La rivolta di Masaniello, 1647-1648
L’artista eseguì la grande tela (conservata nella Galleria Spada in Roma) senza mai allontanarsi dalla capitale dello Stato pontificio. «La puntualità del racconto si deve a quanto fu riportato all’artista dall’amico pittore Viviano Codazzi, presente a Napoli al momento dei disordini; quest’ultimo è anche l’esecutore degli edifici dipinti sullo sfondo» (http://galleriaspada.beniculturali.it/index.php?it/105/cerquozzi-la-rivolta-di-masaniello

Il viceré promette l’abolizione delle gabelle più gravose, ma il giurista napoletano Giulio Genoino, di fatto l’ideologo della rivolta, alza il tiro, richiedendo per i napoletani il riconoscimento di un chimerico privilegio, che sarebbe stato concesso nel 1517 da Carlo V, popolarmente conosciuto come Colaquinto, in virtù del quale lo stesso potere politico dei nobili sarebbe concesso al popolo.
L’11 luglio Masaniello, che dell’insurrezione è il capo militare, incontra il viceré a Palazzo Reale; con la moglie Bernardina inizia così a frequentarne la corte, vestendo come un nobiluomo: leggendario l’abito con filigrana e placche in puro argento che gli viene confezionato.
È da questo momento che si manifesta la cosiddetta ‘follia’ di Masaniello: dal lancio di zecchini in mare ai tuffi notturni nel golfo, dalla fissazione maniacale del bacio ai piedi al progetto di un ponte tra il Porto di Napoli e la Spagna, fino all’ordine di giustiziare senza processo chi gli si oppone. Follia simulata, o autentica? Alcuni studi sostengono che il viceré, durante un banchetto nella reggia, gli abbia fatto somministrare un potente allucinogeno, la reserpina. Particolari inediti sono nel diario dei dieci giorni di rivolta redatto da persone a lui vicine: il manoscritto, di ardua accessibilità, è custodito nella biblioteca della sezione San Tommaso D’Aquino della Facoltà Teologica di Capodimonte, a Napoli.

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Diario manoscritto con gli avvenimenti dei dieci giorni della rivolta (Biblioteca della sezione San Tommaso D’Aquino della Facoltà Teologica di Capodimonte, a Napoli)

A proposito della presunta ‘follia’ di Masaniello, lo storico Aurelio Musi conia il termine di “masaniellismo”, categoria politica che si ripresenta anche ai giorni nostri, istituendo un ardito parallelismo con la vicenda di ‘Agostino o’ pazzo’, il giovane che nell’estate del 1970 compie a velocità altissima scorribande in moto per tutta Napoli, facendo ‘impazzire’ centinaia di poliziotti e carabinieri e suscitando l’entusiasmo di migliaia di concittadini/e. Nel “masaniellismo” il confine tra pazzia e saggezza è incerto, come canta Pino Daniele in Je so’ pazzo (dall’album Pino Daniele, del 1979):
«Je so’ pazzo, je so’ pazzo
e vogli’essere chi vogli’io
ascite fora d’a casa mia.
Je so’ pazzo, je so’ pazzo
c’ho il popolo che mi aspetta
e scusate vado di fretta.
Non mi date sempre ragione
io lo so che sono un errore
nella vita voglio vivere almeno un giorno da leone
e lo Stato questa volta non mi deve condannare
pecché so’ pazzo, je so’ pazzo
e oggi voglio parlare.
Je so’ pazzo, je so’ pazzo
si se ‘ntosta ‘a nervatura
metto ‘a tutti ‘nfaccia ‘o muro
je so’ pazzo, je so’ pazzo
ma chi dice che Masaniello
poi nero non sia più bello?
E non sono menomato
sono pure diplomato
e la faccia nera l’ho dipinta per essere notato
Masaniello è crisciuto
Masaniello è turnato.
Je so’ pazzo, je so’ pazzo
nun ci scassate ‘o cazzo!»
Per Maiolino Bisaccioni, letterato e storiografo secentesco, i segni della ‘follia’ di Masaniello rientrano in una dimensione di rovesciamento. La ‘follia’ si trasforma infatti nel suo esatto contrario, la ‘prudenza’, grazie a un intervento provvidenziale e, quindi, trascendente: «Masaniello comandava delirando quello che sarebbe stato prudenza comandare con buon senso e senno maturo» (dall’Historia delle guerre civili di questi ultimi tempi, edita a Venezia tra 1653 e 1655).

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Onofrio Palumbo. Ritratto di Masaniello, 1647 circa

Il 16 luglio, decimo giorno della rivolta, ne costituisce l’epilogo: affacciato da una finestra della sua casa, Masaniello cerca di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento e pronuncia una frase rimasta proverbiale: «Tu ti ricordi, popolo mio, come eri ridotto?». Ma il popolo non si riconosce più in lui: Masaniello si rifugia nella Basilica del Carmine Maggiore, ove viene raggiunto e ucciso a colpi di archibugio. Il suo corpo viene decapitato, trascinato per le strade e gettato in una chiavica ai piedi della Basilica dello Spirito Santo, lungo via Toledo, dove resta cibo per cani per tutto il giorno seguente.
Immediatamente, però, il popolo inizia a sentire la mancanza di chi, sia pure per pochi giorni, aveva permesso un miglioramento della sua condizione: il corpo e la testa vengono recuperati e ricuciti insieme dopo essere stati lavati nelle acque del fiume Sebeto, uno dei numi tutelari della città. «Dal popolo – scrive ancora Bisaccioni – Masaniello era stato honorato come un Re, ucciso come un Reo e dopo morte adorato come un Santo e condotto come Trionfante».
Da qui, l’inizio di una vera e propria venerazione di religiosità squisitamente napoletana. Nella città dell’antica sirena Partenope, il dialogo tra i vivi e i morti è pratica costante: Masaniello, ovvero il suo berretto rosso da pescatore con cui è tradizionalmente raffigurato, parla ancora nei tempi di sconforto, come recita O cunto ‘e Masaniello – racconto della rivolta di anonimo di inizio XVIII secolo, splendidamente ripreso dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare nell’album Li sarracini adorano lu sole, del 1974 -:
«Dint’‘a nicchia ‘na capa cu ll’ossa
nce ha lassato ‘na coppola rossa
chesta coppola dà ‘na voce,
quanno ‘a famme nun è doce,
quann’ ‘o popolo resta ‘ncroce […]».

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Nuova Compagnia di Canto Popolare. Li sarracini adorano lu sole, 1974

 

In copertina: Domenico gargiulo, detto Micco Spadaro, Piazza Mercato, 1654

 

 

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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