Editoriale. Le leggi non vanno temute

Carissime lettrici e carissimi lettori, c’era una volta un poeta. É molto probabile che i poeti e non solo quel poeta di cui voglio raccontarvi, sappiano intuire la realtà e che, nelle eterne coincidenze dell’universo, abbiano quella capacità profetica di cui ci parlò un giorno Sergio Zavoli, della cui perdita oggi ci rattristiamo, citando a sua volta Italo Calvino, un altro dei nostri grandi artisti.

Tante cose succedono nella vita delle donne e degli uomini di questa terra e questo lo abbiamo già notato la scorsa settimana. Spesso mi trovo a iniziare l’editoriale che vi presenta la rivista settimanale e poi, più di una volta, mi accade di cambiare l’inizio pensato per i nuovi accadimenti, non sempre belli, visto che sono proprio le notizie cosiddette brutte, quelle che portano il dolore, la morte o danno annuncio di questa, che ha tolto dalla comunità una persona di notevole valore, che non vengono annunciate o preannunciate. Come succede invece con quelle cosiddette belle, come l’aggiudicazione di un premio, l’uscita di un buon libro o di un ottimo film o l’inizio di un festival interessante, avvenimenti sempre in qualche modo già attesi.

«Vi invitiamo a fare un lungo viaggio»: aveva iniziato così Sergio Zavoli, uno dei maestri del giornalismo italiano, nella presentazione della prima puntata de La notte della Repubblica, uno dei suoi programmi più conosciuti, ma soprattutto un’opera di grande valore e professionalità. Zavoli ci ha lasciato lunedì mattina, quasi in punta di piedi. Era nato a Ravenna, novantasei anni fa, un secolo di vita piena. Romagnolo come il suo grande amico Federico Fellini, che aveva anche intervistato per farsi spiegare la sua arte, amato così profondamente da esprimere il desiderio di essere sepolto accanto a lui. Con il grande regista, del quale a gennaio abbiamo celebrato il centenario della nascita, Zavoli aveva solo pochissimi anni di differenza e tra loro si era istaurato un dialogo intenso, umano. Zavoli era giornalista, scrittore, senatore, ma ha sempre amato definirsi un cronista. Personalmente credo sia l’apprezzamento, la definizione migliore che si possa fare a un giornalista a tutto tondo come ha dimostrato di essere Sergio Zavoli, inventandosi il Processo alla tappa, che ha fatto amare ancora di più il ciclismo a tutti e a tutte, nell’analisi attenta della società italiana, dal terrorismo alla cosiddetta strategia della tensione degli anni bui del Paese, fino, per esempio, a quella stupenda inchiesta sulle donne che hanno scelto la clausura e la preghiera portandoci a conoscere una realtà così apparentemente a noi poco vicina.

Questa morte, seppure come tale sconcertante, non ci ha spaventate/i quanto quella che ha invaso Beirut. Beirut, Berito, Baruti, come veniva chiamata nell’antichità e nell’epoca medievale, la capitale del Libano, la terra dei cedri, ma anche terra tormentata da sofferenze e da guerre. Le sue origini sono antichissime, addirittura si datano all’età del bronzo, nel XIX secolo prima dell’era moderna. Il suo nome appare già in tavolette di epoca egizia e il significato richiama i pozzi, le sorgenti d’acqua. Fu Roma a darle nuovo splendore facendo nascere lì la scuola di Diritto che venne scelta da Giustiniano per collaborare alla compilazione del Corpus iuris civilis, ma ciò non poté accadere a causa di un terremoto che distrusse praticamente tutta la città e obbligò il trasferimento altrove. Comunque la scuola fu così importante che si pose in competizione con altre celebri scuole simili del bacino del Mediterraneo, il mare nostrum.

Dopo la dominazione ottomana e l’occupazione francese, il Libano diventa uno Stato indipendente, accoglie profughi prima di fede ebraica poi musulmani. Beirut è al massimo della forza economica e culturale tanto da ricevere il nome di Parigi del Medio Oriente. Poi la tristissima guerra dei sei giorni, che preannuncia la guerra civile tra il 1975 e il 1990. La rivoluzione dei Cedri vede ancora una volta la città battersi, poi il bombardamento dell’aeroporto: è la guerra con Israele. Beirut oggi conosce di nuovo il lutto e la paura. Oltre 300.000 persone senza casa e i morti salgono di ora in ora, allontanandosi enormemente dalla cifra iniziale che parlava solo di qualche decina di vittime. Invece i morti sono almeno 150 e anche qui la cifra tende a cambiare fortemente perché oltre i 5.000 feriti ci sono tanti cittadini che non rispondono all’appello e per ora sono giudicati dispersi. Le cause? Dovrebbero essere quelle duemila e cinquecento tonnellate di nitrato di ammonio sequestrato a una nave più di qualche anno fa. Ma la seconda esplosione, di colore rosso, mette tutto in discussione, anche se non ci sembra giusto che il presidente di una delle nazioni più influenti del mondo abbia usato a fini elettorali, per sé stesso, ipotesi e colpe. Noi qui vogliamo solo ricordare le vittime del terribile incidente di Beirut, già ultimamente provata, come tutto il Libano, da una dolorosa crisi economica. Vogliamo solo ricordare quei morti innocenti. Saranno le indagini, che speriamo desiderose di verità, a dare un verdetto alla somma di diverse incurie, come è stato definito l’accaduto, e a tutto ciò che ha contribuito a determinare l’incidente che ha sventrato mezza città.
Se fossimo solo superstiziose/i aspetteremmo con pazienza, semmai fermandoci, come in quello strano gioco delle belle statuine che amavamo fare da ragazzine/i. Come nelle favole di miglior specie fermeremmo tutto e aspetteremmo la fine di questo 2020 funestato da tanti eventi che proprio la superstizione e i suoi seguaci additavano come sventurato. E per tutta una serie di motivi: per essere un anno bisestile, per essere scritto numericamente come un doppio di sé, per avere nei suoi giorni ben due eclissi, e per mostrare nel cielo una cometa bifoca (sembra si possa ancora vedere vicino al Carro). Noi non cadiamo nelle superstizioni che sono rifugio dell’inspiegabile e ci auguriamo la quiete da un virus che ancora non lascia la presa.

Il numero di oggi è colorato di blu. Per questo Vitaminevaganti.com accoglie in sé il suo numero mensile, Vitamineperleggere, sulla e per la scuola che speriamo ritorni attiva e viva a settembre, forse ritrovandosi con aspetti nuovi e speriamo fecondi. Nella sezione consueta, come sempre più breve, si parla più che mai di donne: di architette (con la seconda puntata della serie) e di donne scrittrici, da Katharine Burdekin La madre della science fiction femminista, come recita il titolo, a Livia De Stefani, la prima donna a scrivere di mafia.

Sono i sensi poi a parlare, anzi a sentire, a toccare per immaginare. Il Tatto è il terzo re di questo viaggio che parte dai cinque momenti di conoscenza corporale. Un bambino, probabilmente (o certamente) l’autore, si trova in vacanza o ricorda una sua infantile vacanza e ne scrive a un probabile compagno di giochi o di scuola. Forse si annoia o forse vuole indagare la realtà che lo circonda, che ritorna ciclica ogni anno. Cosa meglio delle mani, del tatto, che fa assaporare ai polpastrelli il mondo che si trovano a toccare? Una crepa su un muro, che poi si ripete su un altro, portano il ragazzo, ad occhi chiusi, in continenti lontani, sente tutto: l’acqua, il sole, gli animali che vivono…

Abbiamo iniziato con i poeti e le loro visioni. Prima però celebriamo il più grande architetto che il Rinascimento potesse darci, Filippo Brunelleschi, autore della meravigliosa cupola di Santa Maria del Fiore, iniziata esattamente cinquecento anni fa e diventata parte, gioiello nel gioiello, di Firenze, la città dei Medici che Maria Luisa, l’Elettrice Palatina, nata l’11 agosto del 1667 (in autunno la vedremo in tv recitata magistralmente da Piera Degli Esposti) salverà dallo scempio che potevano farne i Lorena, loro successori al potere della città.

I poeti sentono la verità del futuro. Vi racconto di un poeta russo, Velimir Chlebnikov, un poeta tra i poeti, come lo chiamavano i contemporanei, era tra i più grandi e straordinari del gruppo futurista che comprendeva Vladimir V. Majakovskij e David D. Burljuk. Mi sono ricordata di alcuni suoi versi mentre guardavo e ascoltavo (ah i sensi!) le parole e le gesta poco eroiche dei negazionisti, di chi toglie la mascherina e dice che non serve obbedire alle Leggi del Paese: “Bambina! Se gli occhi sono stanchi d’esser larghi/ se acconsentite a chiamarmi «fratello/ io, occhicèrulo, giuro/di tener alto il fiore della vostra vita/ Vedete, io sono cosí, sono caduto da una nuvola/molto male mi hanno arrecato/perché ero diverso/ non affabile sempre/ non amato in ogni dove/ Se vuoi, saremo fratello e sorella/del resto già siamo in una libera terra liberi uomini/ facciamo noi stessi le leggi, le leggi non vanno temute/ e plasmiamo l’argilla delle azioni…. Molte parole superflue noi schiveremo/Semplicemente servirò messa per voi/ come un sacerdote capelluto dalla lunga criniera/ di bere i rigàgnoli azzurri della purezza/ e dei nomi terribili noi non ci metteremo paura” (Interno Poesia, traduzione di A.M. Ripellino). Buona lettura a tutte e a tutti, ovunque siate.

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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