Katharine Burdekin. La madre della Science Fiction femminista

«Un senso di terrore alla sola vista di quella mandria di donne, immobili e vicinissime a lui – non era la stessa cosa di quando le vedeva camminare lungo la strada che dal Quartiere portava alla chiesa – con quelle brutte testoline rasate a zero, e i corpi mollicci e protuberanti in giacca e pantaloni… e poi, aah… le donne incinte, un che di obbrobrioso, e le vecchie ciabatte pelle e ossa, con il collo da galline spelacchiate, e le nauseabonde ragazzine mocciose, tutte lì a piagnucolare! Vagivano come cagnoline, come gattine, con gridolini striduli e singhiozzi. Non c’era nulla di umano… si capisce che le donne non hanno l’anima e perciò umane non sono, però […] potrebbero almeno fare un tentativo». Il giovane Hermann, «all’epoca uno scanzonato tredicenne», così ricorda di aver assistito alla «Funzione delle Donne», un «supplizio trimestrale» al quale le donne, in tutto il Sacro Impero Germanico, sono costrette a sottoporsi, dopo aver accettato di vivere in quartieri separati (veri e propri campi di concentramento), di radersi il capo e ricoprirsi di abiti informi, di camminare a capo chino, di accettare lo stupro maschile (non considerato tale, ma diritto dell’uomo a scegliere e unirsi alla donna che più gli aggrada e a lasciarla quando se ne sarà stancato), di consegnare ai padri i figli maschi, al compimento dei diciotto mesi di questi, per non vederli mai più.
La vicenda di La notte della svastica di Katharine Burdekin è ambientata nell’anno del Signore Hitler 720, dopo che il Reich millenario e l’alleato impero del Sol Levante hanno vinto la guerra mondiale e soggiogato il pianeta, proprio come accade, o sembra accadere, in The man in the high castle (il titolo italiano è La svastica sul sole), il folgorante romanzo che Philip Dick dà alle stampe nel 1962. L’opera di Katharine Burdekin, però, è edita nel 1937, due anni prima dell’inizio del Secondo conflitto mondiale (l’invasione della Polonia avviene il 1° settembre 1939), un anno prima del crescendo del feroce espansionismo germanico (l’annessione dell’Austria data all’11 marzo 1938, l’occupazione della Cecoslovacchia al 15 marzo 1939) e dell’esplosione della violenza di Stato contro gli ebrei della Kristallnacht (9 novembre 1938). Con sorprendente lungimiranza, Burdekin prefigura quello che a breve avrebbe potuto ragionevolmente accadere, in una ‘ucronia anticipatoria’ che si pone come capostipite del genere variamente definito ‘fantascienza’, o ‘distopia’, femminista, che a partire dagli anni Settanta ha dato vita a un filone durevole, con autrici – alcune di culto, altre di successo – tra le quali sono Ursula Le Guin, Joanna Russ, Alice Sheldon (che pubblicò con lo pseudonimo maschile James Tiptree Jr.), Margaret Atwood.

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Ursula Le Guin (1929-2018)
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Joanna Russ (1937-2011)
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Alice Sheldon, alias James Tiptree Jr. (1915-1987)
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Margaret Atwood (1939)

Katharine Burdekin è purtroppo scrittrice pochissimo nota, e non solo in Italia: «Of Burdekin herself – scrive Debra Benita Shaw nel saggio Women, Science and Fiction, del 2000 – little is know». Le scarne notizie biografiche in lingua inglese si devono a Daphne Patai, accademica e  femminista statunitense, cui va il merito di aver riconosciuto che il nome d’invenzione  di Murray Constantine (che nella prima edizione di Swastika Night è
accreditato come autore) cela Katharine, decisa a proteggere sé stessa
e le familiari dalle possibili ritorsioni per il dichiarato antifascismo dei propri scritti.
Katharine Cade nasce il 23 luglio 1896 a Spondon, nel Derbyshire, ultima di
quattro figli; frequenta il college tra il 1907 e il 1913, quindi i genitori le negano la prosecuzione degli studi a Oxford, a differenza dei due fratelli maschi. Nel 1915 sposa Beaufort Burdekin, dal quale ha due figlie, nel 1917 e nel 1920, e con lui si trasferisce in Australia, ove scrive il suo primo romanzo, Anna Colquhoun. Nel 1922, conclusa l’esperienza matrimoniale (mantiene però il cognome del marito), torna in Cornovaglia con le figlie e qui vive con la
madre, la sorella Rowena e, a partire dal 1926, con
Isobel Allen Burns, «the woman who was to become her lifelong friend and companion», scrive Daphne Patai nella postfazione a The End of This Day’s Business, pubblicato postumo nel 1989 (Isobel è infatti la donna che offre alla studiosa la possibilità di consultare i manoscritti inediti della compagna). Nel 1929 Katharine dà alle stampe The Rebel Passion, considerato il primo lavoro della maturità letteraria e ascrivibile a pieno titolo al genere Science Fiction (è il
viaggio nel tempo di un monaco dal corpo di uomo e dall’animo di donna);
negli anni Trenta, alternando al soggiorno in Cornovaglia la residenza a Londra, porta a compimento tredici romanzi (ne pubblica sei), tra i quali si segnalano Proud Man, del 1934 (sul tema dell’ermafroditismo, ovvero dello scardinamento degli stereotipi di genere), il primo con il nome di Murray Constantine (‘Murray’ è un nome di famiglia, ‘Constantine’ deriva da un villaggio in Cornovaglia), e, appunto, Swastika Night, iniziato a scrivere nel 1935, pubblicato nel 1937 e significativamente ripubblicato nel 1940 – nella
collana “Left Book Club Edition” -, a guerra iniziata, quasi a sostenere
l’ostinata politica antinazista del nuovo primo ministro Winston Churchill, che al Regno Unito non ha altro da offrire se non «blood, toil, tears and sweat [sangue, fatica, lacrime e sudore]» (dal celebre discorso del 13 maggio di quell’anno).
«La guerra civile spagnola – racconta la compagna di Katharine a Daphne
Patai – incombeva immensa su di noi». In questi anni, Margareth Goldsmith, giornalista e scrittrice statunitense, e il marito di lei Frederick Voigt, diplomatico e corrispondente da Berlino fino ai primi anni Trenta, sono per Burdekin importanti fonti sull’ascesa del fascismo in Europa. L’autrice, al pari di altri/e intellettuali dell’epoca della Grande Guerra, abbandona il pacifismo alla luce della minaccia che Hitler rappresenta per il continente, temendo che l’Inghilterra possa non partecipare al conflitto, in particolare dopo la Conferenza di Monaco (29-30 settembre 1938), nella quale il primo ministro
inglese Neville Chamberlain, in nome della politica dell’«appeasement
[pacificazione]» e nel tentativo di evitare la guerra, ancora una volta china la testa davanti al Führer, dando via libera all’occupazione dei Sudeti da parte della Germania. Rimasta in silenzio durante il conflitto, Katharine riprende la scrittura nel dopoguerra, con una serie di opere (tutte inedite) di impronta femminista ma incentrate su temi spirituali piuttosto che politici. Muore il 10 agosto 1963, a 67 anni.

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Copertina di La notte della svastica, ripubblicato da Sellerio nel 2020

Swastika Night è considerato il capolavoro di Katharine Burdekin e, per inciso, è l’unica sua opera tradotta in lingua italiana (pubblicata nel 1993, è ora [2020] ristampata da Sellerio). L’autrice, proprio in ragione dell’attenzione alle questioni di genere, comprende quanto l’ideologia fascista possa essere pericolosa per le donne, poiché riafferma e rivendica valori tradizionali della società patriarcale, ingabbiando il genere femminile nel ruolo riproduttivo. Può essere che Burdekin sia stata dolorosamente colpita dall’entusiasmo per Adolf Hitler di molte, troppe donne teutoniche (nei lungometraggi di Leni Riefenstahl ben si vede che i giovani maschi ariani in parata sono circondati da femmine osannanti), così come dalla consapevolezza che anche in Inghilterra il nazismo riscuotesse consenso e simpatia, perfino in seno alla famiglia reale. In effetti, la nomina a primo ministro di Winston Churchill, dichiarato e irriducibile nemico del Terzo Reich, non è né immediata né scontata.
In La notte della svastica non vi sono personaggi femminili degni di rilievo: le donne («Povere vacche. Poveri corpi deboli e brutti») sono già perdute, hanno contribuito esse stesse a perdersi, inconsapevoli persino delle «stupide vite» che conducono.
«Le donne fecero quello che hanno sempre fatto. – dichiara l’anziano cavaliere teutonico Friedrich von Hess al protagonista maschile della vicenda, l’inglese Alfred – Una volta convinte che gli uomini le volessero allo stato animale, brutte e completamente sottomesse, disposte a dar via per sempre i figli maschi all’età di un anno… seguirono il nuovo andazzo con tutto l’entusiasmo, con una coscienziosità senza limiti. Si rasarono la testa fino a sanguinare, indossarono le loro orribili uniformi pavoneggiandosi come manco un giovane Cavaliere con indosso la sua tunica da Cerimonia. Si toglievano perfino gli incisivi, finché non venne proibito per ragioni di salute. E… a quei neonati rinunziarono con lo stesso eroismo che era stato richiesto loro per allevare i figli da mandare in guerra». Nel romanzo Friedrich von Hess è naturalmente discendente di Rudolf Hess, il delfino di Hitler che si è ipotizzato fosse il trait-d’union tra la Germania nazista ed esponenti dell’aristocrazia e della politica inglese, il quale nel maggio 1941 raggiunge avventurosamente la Scozia, ove si fa paracadutare, finendo però catturato dall’esercito britannico e recluso a vita (condannato nel 1946 a Norimberga, morirà in circostanze misteriose nell’agosto 1987). Katharine sa, evidentemente, chi sono i fautori di una possibile alleanza anglo-tedesca (i due popoli sono considerati dallo stesso Hitler ‘fratelli di sangue’), tanto che l’immaginario Friedrich von Hess sceglie come proprio erede in pectore un coraggioso inglese dal cuore ribelle, Alfred, al quale il giovane lavoratore teutonico Hermann, che apre la narrazione, è legato da una relazione omosessuale, che non dà scandalo in virtù del disprezzo di cui sono degne le donne.
La preveggenza di Katharine Burdekin non si ferma qui. La vittoria di Adolf Hitler, «non nato da grembo di donna, ma esploso dalla testa del padre suo, Dio del Tuono», ha conseguenze drammatiche: la distruzione totale dei libri (e un libro segreto e salvifico è posto al centro della vicenda); la demonizzazione degli avversari politici, trasformati in quattro arcidiavoli, ovvero i due leader sovietici Lenin e Stalin, il «traditore tedesco» Ernst Röhm (colonnello generale delle SA, fatto assassinare da Hitler il 1° luglio 1934), il teologo cristiano riformato Karl Barth, che nell’opuscolo Theologische Existenz Heute! [Esistenza teologica oggi], dato alle stampe nel giugno 1934, nega l’idea che in Hitler vi sia un evento di rivelazione di Dio (e infatti la Gestapo quasi immediatamente ne ordina il sequestro); la soluzione finale del «problema ebraico» perché gli ebrei, semplicemente, non esistono più, «ne è stata fatta piazza pulita», in Germania sono stati «uccisi nel corso di vari pogrom» (il 15 settembre 1935, quando Burdekin già scrive, sono emanate e rese esecutive le Leggi antiebraiche di Norimberga), negli altri Paesi sono stati «oppressi dai loro governi autoritari e anti-semiti, così che quando arrivarono i tedeschi ce n’erano già molti di meno, che furono prontamente vessati dalle truppe di occupazione». Sorprendente, infine, è la comprensione del carattere esoterico, di religione (o anti-religione) iniziatica della ‘dottrina’ nazista. Preveggenza? No: intelligenza data dall’essere un’intellettuale che – come Pier Paolo Pasolini – «cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».
Ho incontrato Katharine Burdekin per buona sorte. A fine febbraio, sul banco di una piccola libreria milanese, in viale Monte Nero, diretta con competenza dall’amico Renato. Mi ha attratta il titolo (da storica dell’età contemporanea, non poteva essere altrimenti) e incuriosita la presentazione sul risvolto di copertina (da amante del genio di Philip Dick, pure). Mi ha sconcertata, poi, la difficoltà nel trovare materiale su di lei, e una sola fotografia, un ritratto che tuttavia lascia intuire che fosse «tall, slim and athletic [alta, sottile e atletica]» come viene descritta.
Grazie a Katharine, con l’aiuto di Roberto (che negli anni Settanta è stato redattore della rivista di critica marx/z/iana “Un’Ambigua Utopia” e tra gli autori del volume Nei labirinti della fantascienza), ho iniziato a esplorare gli universi della Science Fiction femminista, di cui Burdekin è madre (e Mary Shelley ava): basti pensare al tema fondante della fertilità, vera e propria ossessione di fascismo e nazismo. Le donne di La notte della svastica, pur «troppo instupidite per dolersi davvero di qualcosa», mettono in atto una sorta di inconsapevole resistenza biologica, partorendo sempre più figli maschi e destinando dunque il Regno di Hitler all’estinzione. In The left hand of darkness [La mano sinistra delle tenebre] (1969) di Ursula Le Guin, gli abitanti del pianeta Gethen sono umani bisessuati, che possono sviluppare indifferentemente l’uno o l’altro sesso; Janet, una delle quattro protagoniste di The Female man (1975) di Joanna Russ, proviene da una terra futura e futuribile, Whileaway, ove vi è un solo genere (quello femminile) ma le donne sono in grado di riprodursi; la fecondazione di altri esseri è il pensiero dominante, pur essendo il preludio della morte, degli uomini nel racconto
A Momentary Taste of Being [Un momentaneo gusto di esistere] (1975) di Alice Sheldon; infine, le sventurate donne deprivate della Repubblica di Galaad in The Handmaid’s Tale [Il racconto dell’ancella] (1985) di Margaret Atwood sono ridotte a fattrici di proprietà maschile al fine di compensare una ormai diffusa incapacità di procreare.
Ma questa è un’altra storia, che merita un nuovo contributo dedicato e a sé stante…

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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